Una “sorpresa di Dio”, con in mente Francesco e nel cuore il Vangelo. Il Papa commenta Abu Dhabi

Una “sorpresa di Dio”, con in mente Francesco e nel cuore il Vangelo. Il Papa commenta Abu Dhabi
Tornato a Roma dopo il viaggio negli Emirati Arabi Uniti, Francesco racconta, durante l'udienza generale, le sue sensazioni, e spiega la firma sullo storico documento. "Una nuova pagina nella storia. Sarà studiato in parecchie scuole e università"

“Cari fratelli e sorelle, questo viaggio appartiene alle ‘sorprese’ di Dio”. Non c’era modo migliore di quello usato da papa Francesco, di ritorno da Abu Dhabi, con i pellegrini accorsi nell’aula Paolo VI per sentire le sue parole, durante la consueta udienza generale del mercoledì, per descrivere lo storico incontro avvenuto in terra araba in cui il pontefice, oltre ad avere accettato assieme all’imam Ahmad al-Tayyib il “Premio della tolleranza”, ha anche apposto la sua sigla sull’inedito documento.

“Ad Abu Dhabi è stato fatto un passo in più: io e il Grande Imam di Al-Azhar abbiamo firmato il Documento sulla Fratellanza Umana, nel quale insieme affermiamo la comune vocazione di tutti gli uomini e le donne ad essere fratelli in quanto figli e figlie di Dio, condanniamo ogni forma di violenza, specialmente quella rivestita di motivazioni religiose, e ci impegniamo a diffondere nel mondo i valori autentici e la pace. Questo argomento sarà studiato nelle scuole e nelle università di parecchi paesi, ma anche io mi raccomando, voi leggetelo, perché dà tante spinte per andare avanti nel dialogo sulla fratellanza umana”.

Ottocento anni dopo l’incontro, dunque, tra San Francesco d’Assisi e il sultano al-Malik al-Kamil, una nuova pagina viene scritta nella cristianità, e nel dialogo tra le religioni. E un Papa, che con lo stesso nome, per la prima volta si reca nella Penisola arabica, celebra messa, si addentra tra gli sfarzosi e imponenti grattacieli, le luci e le scenografie curate nel minimo dettaglio, che stonano con la piccola utilitaria che accompagna il pontefice. E con le sue parole semplici, quel “grazie” alla fine della celebrazione, quei “buonasera” scanditi con emozione e benevolenza, quel “pregate con me” che di certo resterà nei cuori degli emiratini più di qualsiasi altro volo teologico si sarebbe potuto fare.

“Nelle Beatitudini vediamo un capovolgimento del pensare comune, secondo cui sono beati i ricchi, i potenti, quanti hanno successo e sono acclamati dalle folle. Per Gesù, invece, beati sono i poveri, i miti, quanti restano giusti anche a costo di fare brutta figura, i perseguitati”, ha spiegato il Papa durante la celebrazione alla Zayed Sports City, la prima grande messa pubblica nel Paese, a cui hanno partecipato circa 140mila fedeli e 4mila ospiti musulmani.

Un viaggio “breve ma molto importante che, riallacciandosi all’incontro del 2017 ad Al-Azhar, in Egitto, ha scritto una nuova pagina nella storia del dialogo tra Cristianesimo e Islam e nell’impegno di promuovere la pace nel mondo sulla base della fratellanza umana”, ha spiegato il Papa. “Ho pensato spesso a San Francesco durante questo viaggio: mi aiutava a tenere nel cuore il Vangelo, l’amore di Gesù Cristo, mentre vivevo i vari momenti della visita; nel mio cuore c’era il Vangelo di Cristo, la preghiera al Padre per tutti i suoi figli, specialmente per i più poveri, per le vittime delle ingiustizie, delle guerre, della miseria…; la preghiera perché il dialogo tra il Cristianesimo e l’Islam sia fattore decisivo per la pace nel mondo di oggi”.

Bergoglio infatti ha voluto nell’occasione sottolineare, con la solita pervicacia, che “in un’epoca come la nostra, in cui è forte la tentazione di vedere in atto uno scontro tra le civiltà cristiana e quella islamica, e anche di considerare le religioni come fonti di conflitto, abbiamo voluto dare un ulteriore segno, chiaro e deciso, che invece è possibile incontrarsi, è possibile rispettarsi e dialogare, e che, pur nella diversità delle culture e delle tradizioni, il mondo cristiano e quello islamico apprezzano e tutelano valori comuni: la vita, la famiglia, il senso religioso, l’onore per gli anziani, l’educazione dei giovani, e altri ancora”.

Si tratta infatti di una lezione, quella portata avanti da Francesco, di grande valore per l’uomo della modernità, una via d’uscita dal caos dei conflitti intestini e delle guerre di potenza che ancora oggi gettano scompiglio nella pace tra popoli e nazioni, sullo scenario del mondo globale e globalizzato. “Gli incontri con la gente di differenti continenti, culture e religioni, ci rende consapevoli di quanto sono importanti per il mondo la pace, il dialogo e la fratellanza fra gli uomini. La misura di tali aspetti nella vita di ognuno di noi sono la pace con sé stesso, con il prossimo e con il mondo creato”, commenta ancora il pontefice alla fine dell’udienza, dopo avere ascoltato tutte le varie traduzioni delle sue parole, nelle diverse lingue utili ai fedeli accorsi in Vaticano.

“Ringrazio di cuore il principe ereditario, il presidente, il vice presidente e tutte le autorità degli Emirati Arabi Uniti, che mi hanno accolto con grande cortesia”, sorride Francesco, portando nel cuore il ricordo ancora fresco del viaggio in un Paese che “è cresciuto molto negli ultimi decenni: è diventato un crocevia tra Oriente e Occidente, un’“oasi” multietnica e multireligiosa, e dunque un luogo adatto per promuovere la cultura dell’incontro”.

“Ho avuto l’opportunità di salutare il primo sacerdote andato e ancora vivo, novantenne, fondatore di tante comunità lì, in sedia a rotelle, cieco, ma il sorriso non cade dalle sue labbra, il sorriso di avere servito il signore e di avere fatto tanto bene. Ho conosciuto poi un altro novantenne, che continua a lavorare, è bravo, con tanti sacerdoti che sono lì al servizio delle comunità cristiane di rito latino, siro-malabaresi, siro-malancaresi, maronita, che vengono dal Libano, dall’India, dalle Filippine o altri Paesi”, ha confidato il Papa a braccio, condividendo con i presenti i suoi ricordi più intimi.

D’altronde, la stessa ammirazione per la penisola emiratina l’aveva già espressa la sera precedente durante la conferenza stampa con i giornalisti, sul volo papale, nell’aereo di ritorno a Roma. “Ho visto un Paese moderno, accogliente, fatto di tanti popoli che vengono qui. Ma anche un Paese che guarda al futuro. Prendo ad esempio l’educazione dei bambini, li educano guardando al futuro, sempre. Mi ha colpito la città, anche la pulizia della città… anche il problema dell’acqua. Per il prossimo futuro cercano di prendere l’acqua del mare e renderla potabile, e quando un giorno mancherà il petrolio: ‘Ci stiamo preparando’ hanno risposto”.

Francesco ha infatti affermato che gli “è sembrato un Paese aperto, non chiuso. Anche per quanto riguarda la religione. È un islamismo aperto, di dialogo, fraterno e di pace. Sono stato colpito pure dal convegno interreligioso, è un fatto culturale forte. Sicuramente ci saranno dei problemi, forse negativi, ma in un viaggio di meno di tre giorni queste cose non si vedono”, è stata poi la precisazione, centrata su un obiettivo unico e preminente: allontanare ogni male, scacciare ogni negatività, chiudere ogni porta al maligno, per dare spazio a cioè che di buono c’è, e sul quale è possibile lavorare per un mondo di incontro e di pace. Come ad esempio quando, rispondendo ai giornalisti a proposito delle critiche che vengono dal mondo cattolico, che imputano a Francesco la colpa di farsi “strumentalizzare dai musulmani”, Bergoglio le prende con un sorriso. “Ma non solo dai musulmani… mi accusano di farmi strumentalizzare da tutti, anche dai giornalisti”, risponde.

“È parte del lavoro, ma una cosa voglio dirla. Dal punto di vista cattolico il documento non si è schiodato di un millimetro dal Vaticano II, è anche citato più volte nel testo. Il documento è stato fatto nello spirito del Vaticano II. Ho voluto, prima di prendere la decisione, farlo leggere da qualche teologo e anche ufficialmente dal teologo della casa pontificia che è un domenicano, con la bella tradizione dei domenicani, non di andare alla caccia delle streghe, ma di vedere la cosa giusta… e lui ha approvato. Se uno si sente male, io lo capisco, non è una cosa di tutti giorni… ma è un passo avanti. Un passo in avanti che viene da cinquant’anni, viene dal Concilio e deve svilupparsi. Gli storici dicono che affinché un Concilio abbia radici nella Chiesa ci vogliono cento anni, siamo a metà strada”.

(Foto: Vatican News)

ultima modifica: 2019-02-06T11:53:46+00:00 da Francesco Gnagni

 

 

 

 

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