Armi e università. I piani della Cina sull’Intelligenza artificiale nel report del Cnas

Armi e università. I piani della Cina sull’Intelligenza artificiale nel report del Cnas
Con la spinta della leadership di Xi Jinping, la Cina sta rapidamente scalando le gerarchie globali sulle nuove tecnologie. Gli sviluppi nell'Ia (anche in campo militare) possono contare sul sostegno istituzionale e sugli ingenti investimenti che arrivano dal governo. Il report del Center for a New American Security

Nella regione dello Xinjiang, le Forze di polizia cinesi affermano di ricorrere da tempo all’uso dell’intelligenza artificiale per combattere “i terroristi”, impiegando tecniche di riconoscimento facciale e di avanzata analisi dei big data. È solo uno degli esempi delle ambizioni del Dragone dell’Ia, descritte nell’ultimo report dell’autorevole think tank statunitense Center for a New American Security (Cnas), a cura di Gregory Allen, adjunct senior fellow del programma Tecnologia e sicurezza nazionale. In quattro diversi viaggi nel Paese solo lo scorso anno, Allen ha ricostruito la recente evoluzione del pensiero strategico cinese sull’intelligenza artificiale. L’obiettivo è chiaro: diventare leader globali nel settore.

LA LEADERSHIP DI XI JINPING

La spinta agli sforzi cinesi nel campo dell’Ia viene prima di tutto dalla leadership del presidente Xi Jinping. Il leader del Dragone “ritiene che essere all’avanguardia nelle tecnologie di intelligenza artificiale è determinante per il futuro della competizione globale, militare ed economica”. Già a luglio del 2017, ricorda Allen, il Consiglio di Stato emanò il Piano di sviluppo per una nuova generazione d’intelligenza artificiale (Aidp). Insieme al programma “Made in China 2025”, rilasciato due anni prima, il documento “forma il cuore della strategia cinese nell’Ia”. Nell’ultimo anno, a tali riferimenti programmatici si è aggiunta l’attenzione da parte della classe dirigente, nonché un maggior grado di finanziamenti alla ricerca. Lo scorso ottobre, la sessione di studio del Polibturo sull’argomento è stata presieduta dallo stesso Xi. Poi, “almeno due governi regionali – rimarca l’esperto – si sono impegnati a investire ognuno nel settore 100 miliardi di yuan (14,7 miliardi di dollari)”. Di fondo, “c’è la convinzione che la Cina debba perseguire la leadership globale nel campo e ridurre la vulnerabile dipendenza dall’importazione di tecnologie estere”.

L’AMBIGUITÀ CINESE

Una particolare attenzione riguarderebbe in tal senso gli impieghi militari dell’intelligenza artificiale. “Diversi funzionari cinesi hanno iniziato recentemente a esprimere preoccupazioni in diversi forum diplomatici circa la corsa agli armamenti associata all’Ia, nonché alla necessità di cooperazione internazionale per la definizione di nuove norme”. Eppure, nota ancora Allen, in parallelo “la leadership cinese considera inevitabile l’aumento dell’uso militare dell’intelligenza artificiale”. È la tipica ambiguità cinese: l’apparente sostegno all’evoluzione del diritto internazionale sul controllo degli armamenti, a fronte degli sviluppi militari. “Il segnale comportamentale più forte sul fatto che la Cina possa non essere sincera è arrivato nell’aprile 2018 con il position paper delle Nazioni Uniti; il governo cinese – ricorda Allen – supportò il bando globale alle ‘armi autonome letali’, ma usò una definizione così stramba delle stesse che il divieto risultò sia inutile che non necessario”.

IL CAMPO MILITARE

Non a caso, Pechino “ha già esportato piattaforme armate e sistemi di sorveglianza che ricorrono all’Ia”. Tra questi c’è il Blowfish A2, il drone militare (“dotato di quantità significative di combattimento autonomo”) realizzato dall’azienda Ziyan e venduto agli Emirati Arabi, con prospettive di export anche verso “Arabia Saudita e Pakistan”. Sistemi simili avrebbero tra l’altro già visto il loro impiego dentro i confini nazionali con finalità di sorveglianza. Il generale Wang Nign delle Forze di polizia cinesi, nota Allen, ha raccontato del successo dell’utilizzo di tecnologie Ia nella provincia dello Xinjiang, dove “usiamo l’intelligenza artificiale applicata ai big data per combattere i terroristi”. Le autorità di Pechino avrebbero intercettato “1.200 organizzazioni terroristiche mentre pianificavano attacchi; usiamo tecnologie per identificare e localizzare le loro attività, compresi sistemi di smart city e riconoscimenti facciali”.

I PIANI DEL MINISTERO DELLA DIFESA

Sul lato delle ricerca, racconta l’esperto del Cnas, il ministero dello Difesa “ha istituito due nuovi grandi centri di ricerca dedicati a intelligenza artificiale e sistemi unmanned all’interno dell’Università nazionale sulla tecnologia militare”. Creati nel 2018, i due nuovi centri (con chiara impronta militare) hanno entrambi uno staff di 100 unità, “che li rende tra le organizzazioni governative dedicate alla ricerca Ia più grandi e a rapida crescita al mondo”. E se l’obiettivo è la competizione globale, per Pechino l’avversario a cui guardare è senza dubbio Washington, intendendo la partita come “una corsa tra due giganti”. In questa sfida, “il governo cinese e l’industria – spiega Allen – ritengono di aver colmato in gran parte il gap con gli Stati Uniti nel campo dell’intelligenza artificiale, sia per ricerca e sviluppo, sia per prodotti commerciali”.

LA COMPETIZIONE CON GLI USA

Eppure, i cinesi avvertono ancora la necessità di recuperare terreno rispetto agli americani su alcuni specifici settori: “Top talent, standard tecnici, piattaforme di software e semiconduttori”. Se sui due ultimi aspetti l’obiettivo è potenziare le capacità nazionali e sganciarsi dalla dipendenza dall’import, sui primi due i piani di Pechino puntano ancora a imparare dall’Occidente. Secondo uno studio del 2017 dell’Università di Tsinghua relativo alla distribuzione globale di “talenti dell’intelligenza artificiale”, ci sarebbero al mondo circa 204.575 individui da annoverare nella categoria. Di questi, oltre 28mila sarebbero negli Stati Uniti, mentre 18mila in Cina (comunque al secondo posto). Eppure, se si considerano i “top Ai talent”, quelli a più alta specializzazione e qualifica, il Dragone ne ospiterebbe “solo 977”, contro gli oltre 5.500 presenti negli States.

VERSO L’AUTONOMIA STRATEGICA

Su software e materiali la partita è diversa. “I leader cinesi – spiega Allen – cercano di preservare l’accesso alle tecnologie straniere nel breve termine, ma nel lungo puntano a promuovere l’indipendenza domestica”. D’altra parte, “questo è da tanto tempo un obiettivo della Cina”, che però “ora ha una nuova urgenza”. Grazie alla spinta dei vertici del Partito e agli ingenti finanziamenti, “la ricerca cinese di ridurre la dipendenza dall’estero sta dando i suoi frutti, come dimostrato dall’aumento della quota di acquisizione di valore da parte dei fornitori cinesi nella catena di approvvigionamento del mercato globale degli smartphone, nonché dal successo della Cina nella progettazione avanzata di semiconduttori”.

IN DEFINITIVA…

La sfida con l’Occidente è dunque chiara, ha notato l’analista del Cnas. “È evidente che il governo cinese veda l’Ia come una priorità strategica, a cui sta destinando le risorse richieste per coltivare expertise e pensiero strategico tra la sua comunità di sicurezza nazionale”. Questo, spiega Allen lanciando un messaggio al governo Usa, “include la conoscenza del dibattito statunitense relativo alle politiche per l’intelligenza artificiale”. Da qui il suggerimento all’amministrazione Trump: “È vitale che la comunità politica americana dia ugualmente priorità a sviluppare expertise e consapevolezza degli sviluppi cinesi nel campo dell’Ia”.

ultima modifica: 2019-02-08T12:59:43+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

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