Cade il tabù dell’autonomia (che piace agli italiani). L’analisi di Ghisleri

Cade il tabù dell’autonomia (che piace agli italiani). L’analisi di Ghisleri
Una maggiore autonomia delle Regioni è oggi accettata e invocata da una maggioranza pressoché schiacciante di elettori (61% del campione), con una trasversalità che è sia politica, sia territoriale. L'analisi di Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research

L’autonomia delle Regioni non è più in tabù. Sono passati molti anni da quando la Lega Nord del senatùr Bossi indicava, nella secessione del nord dal resto d’Italia, la nuova via della politica italiana. Oggi la parola secessione è stata messa in soffitta e al suo posto sono comparsi termini più soft come autonomia o gestione diretta delle competenze da parte delle Regioni. Anche di federalismo fiscale non si parla più come una volta. Trattare di autonomia delle Regioni, di tutte le Regioni italiane e non solo di quelle del nord o a guida centrodestra – vedi il caso dell’Emilia Romagna – non comporta più, come in un recente passato, divisioni di tipo elettorale o geografico.

Gli argomenti sono diversi. I due referendum consultivi di Lombardia e Veneto sono avvenuti senza particolari cataclismi mediatici e senza scatenare eccessive proteste da parte di associazioni o cittadini. Anche a livello politico, i due referendum sono stati accettati e hanno generato un processo legislativo e politico iniziato con i governi guidati dal Partito democratico (in modo particolare con quello Gentiloni). Sembra, insomma, che l’autonomia regionale possa entrare a far parte dell’agenda politica dei prossimi anni. In che modo e con quali conseguenze è ancora tutto da valutare. L’aspetto maggiormente interessante, per alcuni sorprendente, è l’accettazione trasversale – come dicevamo a livello politico e geografico – delle proposte per una maggiore autonomia delle Regioni.

Autonomia che, ad oggi, riguarderebbe in modo particolare le competenze ad uso diretto degli enti regionali (con l’affidamento conseguente delle adeguate risorse finanziarie). Il processo che porterebbe a questo passaggio di competenze è ovviamente molto complesso (primo fra tutti l’assegnazione calibrata delle competenze per evitare situazioni di conflittualità) e comporta tempi non immediati. Sono questi due fattori che inevitabilmente si scontrano con i desideri dei cittadini – che vogliono tutto e subito – e con la loro scarsa conoscenza della materia. È giusto, dunque, che la politica prenda in considerazione le aspettative dei cittadini. Tuttavia, allo stesso tempo, non deve dimenticare che la complessità di certe materie, come quella dell’autonomia, e l’importanza della sua funzione non dovrebbero essere banalizzate per una semplice ragione di consenso elettorale.

Se confrontata con altre priorità, agli occhi della gente, l’autonomia risulta essere oggi in secondo piano. La riduzione delle tasse, l’immigrazione, il reddito di cittadinanza, complice anche la campagna elettorale permanente degli ultimi anni, scaldano maggiormente i cuori degli elettori. I numeri, tuttavia, non devono assolutamente ingannare, in quanto la riduzione delle tasse come forte richiesta da parte degli elettori viene direttamente collegata dagli stessi all’indipendenza delle Regioni dagli organi centrali. Per cui si può certamente affermare che il processo per una maggiore autonomia regionale passa attraverso una comunicazione affiancata al piano di riduzione della pressione fiscale.

Se si entra nello specifico dell’argomento si può comprendere che una maggiore autonomia delle Regioni sia, oggi, accettata e invocata da una maggioranza pressoché schiacciante di elettori (61% del campione), con una trasversalità che è sia politica, sia territoriale. I maggiori favori in tale direzione provengono dall’area di centrodestra (non solo Lega, quindi, ma anche Forza Italia e Fratelli d’Italia), mentre gli elettori del Partito democratico e del Movimento 5 Stelle, seppure in maggioranza favorevoli, appaiono più freddi di fronte a tale eventualità. Anche a livello geografico si ottengono le medesime specularità: più convinti, ma storicamente è sempre stato così, gli elettori del Nord. Meno propensi – seppur in presenza di una prevalenza dei favorevoli sui contrari – gli elettori del centro/sud/isole con la massima punta negativa nelle Regioni del sud continentale.

tabella 2 ghisleri

In ogni caso, la richiesta di una maggiore autonomia per i cittadini dovrebbe coinvolgere tutte le Regioni italiane e non solo quella propria di residenza. Una risposta, quella degli intervistati, che potrebbe essere il frutto del mutamento dei tempi e della linea politica della Lega salviniana, non più strettamente legata ai soli territori del nord (contro Roma ladrona e i meridionali), ma proiettata a livello nazionale e a difesa di tutti gli italiani di ogni Regione e città.

tabella 3 ghisleri

Parlando di autonomia regionale si è spesso evocata in passato, da parte di alcuni governatori o esponenti politici, la possibilità di mantenere una più alta percentuale di tasse regionali sul proprio territorio. Oggi questa possibilità trova spazio anche nel merito della gestione diretta delle competenze e delle materie per le quali sarebbe riconosciuta l’autonomia con le risorse finanziarie per attuarle. Molti elettori, ancora oggi sollecitati sull’autonomia regionale, manifestano solo ed esclusivamente la volontà e il legame in termini di gestione delle tasse. È vero che, secondo la maggioranza degli intervistati (46,1%), una possibile autonomia delle Regioni dovrebbe principalmente riguardare le materie e le competenze gestite direttamente dalle istituzioni locali, tuttavia ben il 41,5% dei cittadini associa questa opportunità, per ora sulla carta, alle tasse. Sono ancor una volta gli abitanti del nord a richiedere questo intervento a fronte della restante parte d’Italia che si accontenterebbe di vedere gestite a livello locale solo alcune competenze.

Il cuore pulsante rimane quindi − come spesso accade − il portafoglio. Non si tratta solo di una protesta dovuta ai trasferimenti di denaro dalle competenze locali allo Stato centrale (che potrebbero rientrare nell’area di appartenenza in forma di servizi), ma del giudizio pessimo sul possibile uso che il governo centrale spesso fa di questo denaro e dell’eccessiva pressione fiscale che viene attuata nei confronti delle imprese e dei lavoratori, che si vedono decurtati i ricavi e lo stipendio per servizi e opportunità che non sempre appaiono conformi alle aspettative “pagate”. Si può affermare quindi che basterebbe una seria e concreta e tangibile riduzione delle tasse su imprese e lavoratori e del costo del lavoro in genere per veder probabilmente restringersi la richiesta di una maggiore autonomia regionale.

I cittadini italiani si dichiarano convinti in maggioranza (61,3%) che aumentare o mantenere alti i controlli e il rigore sulle Regioni che sprecano e contemporaneamente concedere una maggiore autonomia alle Regioni virtuose e con i conti in ordine, potrebbe essere un vantaggio per tutto il Paese (e per tutte le Regioni, che sarebbero ingaggiate in una sorta di sana competizione). Risulta interessante associare queste risposte alla territorialità dove si evince che al sud un cittadino su tre non desidera mantenere alta l’attenzione sui possibili controlli a lente di ingrandimento. La presenza di alcune Regioni a Statuto speciale, poi, non ha fatto altro che alimentare in questi anni il malcontento dei cittadini del resto d’Italia e favorire la domanda di maggiore autonomia. La questione dominante che molti cittadini delle Regioni ordinarie si pongono è la seguente: “Perché loro sì e noi no? Perché loro possono beneficiare di certi privilegi e noi no? Perché loro sono autonomi nello spendere, ma quando c’è da coprire i debiti se ne occupa lo Stato?”.

Si tratta di un argomento spinoso che emerge ogni qualvolta si tengono le elezioni in una di queste Regioni (negli ultimi anni si è votato in Sicilia e in Friuli-Venezia Giulia ma non solo), o si fanno paragoni con Paesi e continenti che hanno superfici e aree più estese con molte meno persone assunte dal sistema pubblico. Secondo il 38,5% del campione, le Regioni a Statuto speciale dovrebbero essere abolite mentre per il 19,2% tutte le Regioni dovrebbero godere dello stesso trattamento o addirittura per il 15,7% solo alle Regioni più virtuose dovrebbero essere concesso lo Statuto speciale. Il 14,6% (in maggioranza residenti nelle isole), pensa che la situazione non dovrebbe mutare.

Insomma, il tema delle autonomie regionali potrebbe assumere un ruolo importante nella futura agenda politica o diventare uno dei temi di dibattito nelle future campagne elettorali. Più volte si citano Regioni traino come la Lombardia o fanalini di coda come la Calabria. Tra un reddito di cittadinanza e una Quota 100 per le pensioni, già oggi, come per l’esito politico del 4 marzo 2018, l’Italia è divisa in due. In alcune zone d’Italia, soprattutto del nord, il malcontento dovuto al reddito di cittadinanza, al quale verrebbe di gran lunga preferita una mirata riduzione delle tasse, sta cominciando a crescere e in modo particolare piccoli focolai tra piccoli imprenditori, vero motore dell’economia di quelle aree. Essi si aspettano risposte nel breve periodo e attendono soprattutto che il processo di autonomia, iniziato con i referendum dell’ottobre 2017, porti a dei risultati concreti.

Una mancata risposta potrebbe scatenare un effetto domino che anche la Lega potrebbe pagare in termini di consenso, sia per la sua storia sia per il forte mandato di cui si è fatta carico alle ultime elezioni nazionali in quei territori. Le tasche degli italiani potranno dire la loro al momento opportuno… perché in Italia ci sono sempre nuove elezioni.

ultima modifica: 2019-02-07T09:10:38+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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