Regione forte in uno Stato forte. L’autonomia dell’Emilia Romagna spiegata da Bonaccini

Regione forte in uno Stato forte. L’autonomia dell’Emilia Romagna spiegata da Bonaccini
Il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini spiega come l'autonomia regionale sia legata agli obiettivi di governo: dalla rigenerazione urbana alla messa in sicurezza del territorio, dalla realizzazione delle infrastrutture all’incrocio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro

Il percorso avviato per dare attuazione al principio costituzionale dell’autonomia regionale differenziata rappresenta per l’Emilia-Romagna il tentativo di affrontare in modo più adeguato le sfide del governo regionale della società, per come è cambiata e sta cambiando. L’obiettivo che ci siamo posti non è quello di essere “padroni a casa nostra”, per usare un motto di questo tempo, o “prima gli emiliano-romagnoli”, per parafrasarne un altro altrettanto infelice. Né, più banalmente, stiamo conducendo una lotta per ottenere maggiori risorse in quanto tali – da qui tutto il dibattito, direi improduttivo e divisivo, dei cosiddetti residui fiscali – o per avere più autonomia come bene in sé e per sé.

Ne sia prova il non aver fatto un referendum chiedendo ai cittadini emiliano-romagnoli “volete più autonomia?”, sul cui esito peraltro non avrei avuto particolari dubbi; in Emilia-Romagna, invece – prima peculiarità – abbiamo scelto di percorrere da subito il tracciato delineato dalla Costituzione all’articolo 116, terzo comma, elaborando un progetto di autonomia come strumento per realizzare politiche, condiviso in ogni suo passaggio con gli enti locali, le parti sociali, le università e le associazioni del terzo settore riunite nel Patto per il lavoro, affinché fosse il progetto dell’Emilia-Romagna e non della sola istituzione regionale.

La nostra proposta – seconda peculiarità – è quindi legata a obiettivi di governo: dalla rigenerazione urbana alla messa in sicurezza del territorio, dalla realizzazione delle infrastrutture all’incrocio tra domanda e offerta nel mercato del lavoro, dalla riforma della governance del sistema territoriale al sostegno all’innovazione e all’internazionalizzazione delle imprese. Per ciascuno di questi obiettivi qualificanti ci siamo chiesti non di quanta autonomia, ma di quali strumenti avessimo bisogno come sistema regionale per fare meglio.

Ecco anche perché – ed è la terza peculiarità – non abbiamo chiesto tutta l’autonomia possibile, bensì la gestione diretta di 15 competenze, cesellando per ognuna proposte analitiche. L’autonomia non va a peso e non si misura col righello, nella nostra idea. Al contrario, indicato l’obiettivo, vanno individuate le funzioni specifiche e gli strumenti per realizzarlo.

Non è un caso – quarta peculiarità – che noi non chiediamo il trasferimento alla Regione di pezzi della macchina pubblica statale, di uffici e personale. Un esempio, in tema di scuola: non siamo interessati al trasferimento del personale e degli insegnanti alla Regione; non vogliamo neppure acquisire l’ufficio scolastico regionale del ministero, né intendiamo occuparci del reclutamento.

Posto che un grande Paese, oggi quanto ieri, per le trasformazioni in corso nella società, ha bisogno di un grande sistema di istruzione nazionale pubblico, Regione e Stato possono e debbono invece programmare i fabbisogni degli organici per la necessità della nostra comunità; ad armi pari, attraverso strumenti e prerogative adeguate, avendo certezza di risorse nel tempo. Vale per gli insegnanti come per gli interventi per l’edilizia scolastica, la messa in sicurezza degli edifici, le dotazioni tecnologiche necessarie per le scuole; vogliamo poter programmare e organizzare l’offerta di alloggi per studenti universitari, costruire con gli atenei della nostra Regione l’offerta formativa e la dotazione strumentale necessaria per le imprese e la società che cambia.

In questa chiave – quinta peculiarità – la questione dirimente non è neppure la battaglia per un euro in più. Nel nostro progetto è invece necessario avere risorse certe e programmabili nel tempo con cui realizzare queste politiche. Anche a partire dalla spesa storica (per arrivare auspicabilmente alla definizione di fabbisogni reali attraverso parametri di costo condivisi), vogliamo poter indirizzare le politiche e l’offerta di servizi verso i migliori standard europei, posto che l’Emilia-Romagna, nei fatti, compete coi territori più avanzati d’Europa e del mondo.

Un punto di forza di questo approccio che abbiamo scelto – sesta e ultima peculiarità – è la sua riproducibilità anche per le altre Regioni. Se costruisco forme più virtuose di programmazione dei servizi, di organizzazione della risposta ai cittadini e alle imprese, se realizzo una collaborazione più efficace tra Stato e Regione, e tra Regione ed enti locali, sto facendo un servizio al sistema, non una battaglia di potere o di smarcamento.

Spero che il governo colga questo aspetto cruciale perché, avendo ormai avviato molte Regioni il percorso preliminare per l’autonomia differenziata, bisogna anche ragionare su come si intenda assestare il sistema Paese. E visto che noi abbiamo bisogno di una Regione forte in uno Stato forte (perché la collaborazione sia efficace sono indispensabili entrambe le cose), ragionare sull’impatto che ogni scelta ha sul resto del sistema nazionale è molto importante. A partire naturalmente dalla determinazione dei livelli essenziali della prestazione a cui hanno diritto tutti i cittadini. A fondamento di questo nostro progetto sono i principi contenuti nell’articolo 5 della nostra Costituzione. Principi e valori iscritti nel patrimonio genetico dell’Emilia-Romagna, nella sua cultura civile e nella sua storia politica. In cui unità e autonomia, solidarietà e buon governo si tengono per mano.

ultima modifica: 2019-02-06T09:40:56+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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