Le religioni coltivino il dialogo e siano laboratori di umanità. L’intervento di Impagliazzo ad Abu Dhabi

Le religioni coltivino il dialogo e siano laboratori di umanità. L’intervento di Impagliazzo ad Abu Dhabi
Una delegazione di Sant'Egidio partecipa in questi giorni al Convegno Internazionale "Human Fraternity", organizzato ad Abu Dhabi dal Council of Muslim Elders, con cui la Comunità collabora da tempo per lo sviluppo delle relazioni di dialogo tra Islam e Cristianesimo. Pubblichiamo il testo integrale del presidente della Comunità di Sant'Egidio, intervenuto nella sessione inaugurale del convegno a cui interviene anche papa Francesco, nella prima, storica visita di un pontefice nella penisola arabica

Ringrazio a nome della Comunità di Sant’Egidio il Council of Muslim Elders, il suo presidente sua Eccellenza lo Scheik Ahmed al Tayyb e il segretario generale sua Eccellenza Dr. Sultan Faisal al-Rumaithi per l’invito a questo storico congresso sulla “Fratellanza umana”. Sono qui, con una delegazione da Roma, come figlio di una storia di dialogo, di incontro e di costruzione della pace lunga 50 anni, quella della Comunità di Sant’Egidio, una comunità cristiana della Chiesa cattolica, fondata dal prof. Andrea Riccardi nel 1968. In questa ormai non breve storia di una Comunità, diffusa in 70 Paesi del mondo, tanti sono i momenti vissuti per il dialogo tra uomini e donne di religione diversa, di incontro di scambio per favorire la pace nel mondo. È una storia che si è incontrata con il Council of Muslim Elders e con quell’uomo di visione, dialogo e pace che è lo Scheick Al-Tayyb. Con lui e gli Elders abbiamo organizzato i colloqui Oriente e Occidente e con lui e tanti amici qui presenti condividiamo gli incontri nello Spirito di Assisi voluti nel 1986 da papa Giovanni Paolo II. Siamo in una giornata storica per la presenza di papa Francesco negli Emirati. Sentiamo la forza spirituale di questi giorni e la maturazione di un cammino di dialogo tra cristiani e musulmani che ha avuto negli ultimi sessant’anni grandi novità. E oggi non guardiamo solo alla storia passata, con tutto il bene che ci ha portato nel cammino del dialogo e della fratellanza umana, ma siamo qui per guardare al futuro.

Un grande conoscitore del mondo, il viaggiatore polacco, Kapuscinski, che ha conosciuto mondi diversi, scriveva: “Ogni volta che l’uomo si è incontrato con l’altro, ha sempre avuto davanti a sé tre possibilità di scelta: fargli guerra, isolarsi dietro a un muro o stabilire un dialogo”. Per questo, bisogna ravvivare sempre l’arte del dialogo per consolidare il senso del destino comune, via e base della pace e della convivenza. L’arte del dialogo è un parlare vero e pacifico, nutrito di incontri; non aggredirsi usando le parole come armi: avvicina, rispetta e evidenzia quanto è comune. L’arte del dialogo – scrive il grande sociologo Bauman – è “qualcosa con cui l’umanità deve confrontarsi più di qualunque altra cosa, perché l’alternativa è troppo orribile…”. L’alternativa è la guerra o un mondo buio di odio! Tante sono ancora nel nostro mondo i luoghi di sofferenza dovuta alle guerre, al terrorismo e alla violenza. Bisogna riprendere a vigilare!

Con il dialogo si ricuciono i frantumi del mondo, atomi pericolosi e ponti rotti. L’uomo religioso è colui che dialoga. Le religioni, nella loro sapienza millenaria, levigate dalla preghiera e dal contatto con il soffrire degli uomini sono laboratori di umanità. Sono organismi vivi: raccolgono e ascoltano gli aneliti dell’uomo e della donna. Non ideologie, ma comunità radicate nelle terre, vicine al dolore, alla gioia e al sudore delle persone, capaci di accoglierne il respiro. Ho visto la preghiera di tanti disperati in luoghi di dolore o nei viaggi terribili dei profughi.

Andrea Riccardi, parlando nel recente incontro interreligioso di Bologna diceva che: “Dal fondo della loro tradizione, per sentieri diversi, le religioni educano al dialogo come trascendenza di sé nella preghiera che si apre all’incontro: eppure i nuovi fondamentalismi vogliono spogliare le religioni del legame profondo e stratificato con la cultura, togliere la cultura millenaria di cui sono portatrici per ridurle ad armi contundenti o a ideologie. Invece le religioni sono anche culture stratificate di popoli: combattono l’ignoranza, anche quando si fa passare per santa, le semplificazioni fanatiche, ricordando la comune umanità, voluta da Dio”.

Missione delle religioni è far conoscere l’amore che irradia luce e vita, che fa recuperare la voglia di pace, di ospitalità, di bene. Non siamo pessimisti. Ci sono energie umane e spirituali per un mondo migliore. Per vincere la guerra. Per realizzare un mondo più fraterno. Per far crescere l’amicizia. Le religioni lo ricordano a un’umanità smemorata e spaventata. E con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, testimoniano che la pace è sempre possibile. Questa è una forte convinzione e una grande speranza con cui guardare anche verso gli orizzonti bui e bellicosi. Sempre possibile è la pace. Bisogna cercarla senza paura. E poi Dio non abbandona il mondo al male e alla logica della violenza, ma viene in soccorso alla nostra preghiera e moltiplica i nostri sforzi di pace.

“Le religioni, oggi più che in passato, devono comprendere la loro responsabilità di lavorare per l’unità della famiglia umana”, diceva Giovanni Paolo II. Religioni e culture possono rianimare questa coscienza vitale, da diffondere tra tutti, nella predicazione e nell’educazione. Non è qualcosa di accademico, ma è semplice come la fede.
Incontri come questo mostrano che il futuro vive nel legame tra gli umili cercatori di pace, ovunque realizzabile; che la pace è possibile ed è al fondo di ogni religione, perché è il bel nome di Dio.

Non ci possiamo appiattire sul realismo rapido delle notizie, talvolta cattive o false, facendoci prendere dal pessimismo, dall’emotività o dal senso d’irrilevanza di fronte a una confusione o a un male soverchianti. Il pessimismo è un consigliere di morte. L’uomo e la donna di preghiera sanno che il mondo non è consegnato al male, ma sarà liberato perché Dio non l’ha abbandonato. Costruire ponti di pace, anche di fronte a correnti contrarie, non rassegnarci ai muri e agli abissi, significa credere che molto, che tutto può cambiare.

Vorrei concludere con le parole di papa Francesco nel trentesimo anniversario di Assisi: “Noi qui, insieme e in pace, crediamo e speriamo in un mondo fraterno… Il nostro futuro è vivere insieme. Per questo siamo chiamati a liberarci dai pesanti fardelli della diffidenza, dei fondamentalismi e dell’odio. I credenti siano artigiani di pace nell’invocazione a Dio e nell’azione per l’uomo! E noi, come capi religiosi, siamo tenuti a essere solidi ponti di dialogo, mediatori creativi di pace.”

ultima modifica: 2019-02-04T16:42:43+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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