Space Force e ritorno sulla Luna. Ecco come gli Stati Uniti rispondono a Cina e Russia

Space Force e ritorno sulla Luna. Ecco come gli Stati Uniti rispondono a Cina e Russia
Putin vuole “aumentare il numero dei satelliti russi nello spazio”. Trump punta ad accelerare la creazione della Space Force, mentre la Cina conferma un programma ambizioso e completo, sfidando la Nasa nella corsa verso la Luna. Intanto, cresce con rapidità anche la corsa al turismo spaziale

La nuova corsa allo spazio si fa più competitiva. Dopo l’approdo cinese sul lato nascosto della Luna, la Nasa accelera i piani per il ritorno dell’uomo sul nostro satellite naturale (obiettivo 2028), mentre Donald Trump continua a spingere per la creazione di una Space Force, definita “una priorità di sicurezza nazionale”. Nel frattempo, la Russia non resta certo a guardare, con Vladimir Putin che invita il Paese ad “aumentare il numero dei satelliti nello spazio” e l’agenzia nazionale che apre le porte al turismo extra-atmosferico per mandare i primi due viaggiatori sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) entro il 2021.

LA MILITARIZZAZIONE DELLO SPAZIO

Lo spazio non tradisce le aspettative. L’emersione di nuovi attori e il ruolo sempre più determinante dei privati non pare arrestare le ambizioni proprie degli Stati, legate alla consapevolezza che la proiezione di potenza supera i limiti dell’atmosfera. La militarizzazione delle orbite terrestri non è una novità degli ultimi anni, ma ha sicuramente acquisito una rilevanza crescente. Ieri, il presidente Donald Trump ha firmato la Space Directive Policy numero 4, dando al Pentagono un nuovo e ufficiale via libera per la presentazione di una proposta sulla Space Force. Il tema è da sempre caro al tycoon, il quale ha più volte dato secche sterzate al dibattito che tra Capitol Hill e il dipartimento della Difesa (DoD) ha visto alternarsi ipotesi e proposte differenti. Il progetto che si è consolidato negli ultimi mesi (elaborato dal Pentagono già con l’ex segretario James Mattis, che pure era contrario alla proposta presidenziale) prevede l’istituzione di una Forza armata autonoma, inserita all’interno del dipartimento dell’Air Force ma dotata di poteri, risorse e capacità proprie.

LA TABELLA DI MARCIA DI TRUMP

Con la nuova direttiva spaziale, il presidente ha accettato tale programma, specificando che la Space Force è “una priorità di sicurezza nazionale” da “dover fare il prima possibile”. Non a caso, la firma sul documento è stata posta da Trump alla presenza dei maggiori funzionari dell’amministrazione, compresi il vice presidente Mike Pence (che presiede il National Space Council), il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il segretario alla Difesa pro tempore Patrick Shanahan e il segretario dell’Aeronautica Heather Wilson, la stessa che in passato aveva osteggiato con determinazione l’idea di una sesta Forza armata che leverebbe inevitabilmente all’Air Force risorse e personale.

I DETTAGLI

Ora, tocca al Pentagono dettagliare maggiormente la proposta, inviando il documento (insieme alla richiesta di budget) all’Office of Management and Budget, che dovrà dare la sua approvazione per passare la palla al Congresso. Tutto questo dovrebbe iniziare “entro le prossime settimane”, ha spiegato il portavoce del DoD Charles Summers. Per ora, pare accertato che la nuova US Space Force includerà personale militare e civile, derivante dai vari dipartimenti militari. La direttiva presidenziale prevede poi che “si assuma le responsabilità per tutti i maggiori programmi spaziali militari di acquisizione”. Nel frattempo, restano da definire i rapporti con lo Us Space Command, per la cui creazione Trump ha firmato a dicembre un ordine esecutivo. Si tratta dell’undicesimo comando unificato combatant, con carattere e funzioni operative, alla dipendenza diretta del dipartimento della Difesa. Patrick Shanahan, che da vice segretario alla Difesa era già stato incaricato di gestire il dossier spaziale, aveva spiegato che “la Space Force servirà a fornire personali, assetti e capacità a supporto delle operazioni spaziali, mentre lo Space Command sarà il comando operativo che impiegherà le capacità spaziali e guiderà le operazioni”. Poi, ci sono anche da capire i rapporti con la Space Devolpment Agency, pensata per riunire le responsabilità intorno al procurement spaziale militare. Su questo punto, il dibattito si preannuncia particolarmente accesso.

I PIANI DELLA NASA PER LA LUNA

Non c’è però solo la Space Force nei piani dell’amministrazione Trump. Rispetto al suo predecessore, il tycoon ha capovolto la tabella di marcia esplorativa della Nasa, invitando l’agenzia spaziale a puntare prima di tutto sul ritorno sulla Luna per poi dirigersi verso Marte. È di pochi giorni fa l’annuncio dell’amministratore della Nasa Jim Bridenstine sull’accelerazione del programma lunare. Già entro la fine di quest’anno potrebbero partire i primi payload, grazie alla spinta data al progetto Commercial Lunar Payload Services (Clps) che ha visto assegnare contratti a nove aziende lo scorso novembre. Poi, sarà la volta dei viaggi umani, con l’obiettivo di ripiantare sul suolo lunare la bandiera a stelle e strisce nel 2028. “È importante – ha detto Bridenstine – che torniamo sulla Luna il prima possibile”. L’impressione è che a mettere pressione agli Usa sia soprattutto la Cina, che ha ormai palesato le proprio imponenti ambizioni spaziali.

L’ATTIVISMO CINESE…

Tra nuovi lanciatori e “palazzi celesti” (Pechino sta preparando la sua terza stazione spaziale), il programma esplorativo si è manifestato con chiarezza all’inizio dell’anno, quando la sonda Chang’e-4 è atterrata (per prima) sulla faccia nascosta della Luna. Pechino non tralascia nemmeno gli aspetti militari dello spazio extra-atmosferico. Già nel 2007, la Cina realizzava il primo test Asat (anti-satellite), colpendo con un missile un proprio satellite meteorologico non più attivo. Nonostante i programmi cinesi siano sempre avvolti da un certo mistero (anche per il timore di eventuali fallimenti rispetto alle previsioni iniziali), il Dragone non può più nascondere la sua ambizione. “Chi ha letto il documento non classificato Space science & technology in China: a road map to 2050, preparato dall’Accademia cinese di scienze ed edito da Beijing Science Press – ci ha spiegato il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa – si accorge che i cinesi non perdono un colpo e raggiungono ogni gradino successivo con efficiente puntualità”.

…E LA RINCORSA RUSSA

La Russia non resta a guardare. Nel suo discorso annuale al Parlamento, il presidente Vladimir Putin ha parlato anche di competizione extra-atmosferica, invitando tutti a contribuire nello sforzo di “aumentare il numero dei satelliti russi nello spazio”. Eppure, Mosca pare incontrare maggiori difficoltà rispetto ai competitor, sulla scia degli anni turbolenti e di cambi al vertice dell’agenzia spaziale, Roscosmos. Per risollevarla, a primavera dello scorso anno Putin ha scelto un uomo di particolare fiducia, Dmitry Rogozin, che approdava allo spazio dopo anni da vice primo ministro con delega specifica per l’industria nazionale. Eppure, anche Rogozin ha avuto a che fare con dossier delicati, compreso quello relativo allo scienziato di Roscosmos Viktor Kudryavtsev, arrestato dai servizi segreti russi con l’accusa di spionaggio per aver condiviso segreti sul programma missilistico ipersonico con un Paese Nato.

CRISI DIPLOMATICA?

Poi, i due episodi controversi legati alla Stazione spaziale internazionale. In estate, un buco su un modulo russo ha rischiato di creare parecchi problemi all’equipaggio; in quell’occasione, Rogozin si lanciò addirittura in accuse di “sabotaggio” a non meglio identificati avversari. Ad ottobre, la navicella russa Soyuz MS10 ha fallito il suo lancio verso l’Iss, senza fortunatamente creare danni ai tre astronauti a bordo. Infine, solo poche settimane fa, la crisi diplomatica con gli Stati Uniti, quando Bridenstine ha cancellato l’invito a Rogozin accogliendo le rimostranze che da più parti dell’establishment Usa erano arrivate per la presenza del russo nella lista delle persone sanzionate dall’amministrazione Obama nel 2014, in seguito alla crisi ucraina.

LA SFIDA DEL TURISMO SPAZIALE

Pace fatta in pochi giorni, ma l’accaduto sembra il sintomo di distanze ormai allargatesi tra Washington e Mosca anche sul fronte spaziale. Ciò non vale però il turismo, dove russi e americani potrebbero trovarsi d’accordo sullo sfruttamento di un settore che promette di potenziare credibilità e finanze. È questo l’obiettivo del contratto siglato da Roscosmos e la statunitense Space Adventures, per inviare due turisti sulla Stazione spaziale internazionale (Iss) entro il 2021. Qui, le ambizioni statali si intrecciano con quelle dei privati, con SpaceX, Blue Origin e Virgin Galactic che da tempo lavorano per mandare turisti in orbita. Lo scorso settembre, Elon Musk ha presentato in pompa magna il primo ospite (il miliardario giapponese Yusaku Maezawa) del suo Big Falcon Rocket, destinato a volare intorno alla Luna nel 2023.

BREVE STORIA DI TURISTI EXTRA-ATMOSFERICI

Virgin Galactic ha cominciato da anni a permettere prenotazioni per i suoi primi voli spaziali, al modico costo di circa 250mila dollari. Eppure, quella del turismo spaziale non è una novità degli ultimi anni. Già nel 2001, l’imprenditore americano Dennis Tito pare abbia pagato 20 milioni di dollari per un viaggio a bordo della Soyuz fino alla Iss. La stessa cifra dovrebbero aver speso poi il sudafricano Mark Shuttleworth, l’americano Greg Olsen, l’iraniana Anousheh Ansari e l’ungherese Charles Simonyi, tutti con le risorse necessarie per approfittare della disponibilità dei russi ai viaggi spaziali a bordo delle navicelle dirette alla Stazione, nonostante lo scetticismo della Nasa. Ora però, il turismo spaziale potrebbe passare a un livello successivo, concepito come una possibilità (relativamente) più accessibile , almeno rispetto ai 20 milioni necessari per un posto sulla navicella russa.

ultima modifica: 2019-02-20T08:40:27+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

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