A spingere maggiormente per la storica stretta di mano è il Vaticano, mentre una certa freddezza – un sospetto “culturale”, verrebbe da dire – è di casa a Pechino. Non a caso qualche giorno fa un funzionario del Partito ha detto che le religioni “straniere” minano in qualche modo il sentimento “nazionale” del popolo cinese

Le possibilità di un incontro tra il Papa e il presidente cinese Xi Jinping, che arriverà a Roma giovedì pomeriggio, sono molto remote. In Vaticano si fa sapere che nessuna richiesta di un’udienza è stata ricevuta – l’aveva detto già la scorsa settimana il segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Richard Gallagher – ma si sottolinea altresì che basterebbe poco per organizzare il tutto, trattandosi nell’eventualità di un colloquio privato, senza cioè la necessità del corredo cerimoniale. Se si vuole, il tempo lo si trova, insomma. La domanda che va per la maggiore, in ogni caso, è chi sia a frenare: il Vaticano o la Cina? Secondo quanto scrive oggi sul Corriere della Sera Massimo Franco, la resistenza arriva unicamente da Pechino. Mentre il Papa starebbe facendo “pressioni” per favorire l’incontro, Xi temporeggia.

Da giorni, infatti, la Santa Sede cercherebbe – sempre secondo la ricostruzione di Franco – di spingere l’entourage del presidente cinese ad acconsentire all’udienza, senza però trovare porte aperte. Anzi, le frizioni interne al Politburo – che ben poco avrebbe apprezzato l’accordo provvisorio siglato lo scorso settembre – rappresenterebbero in qualche modo un veto alla stretta di mano che sarebbe storica. Che Roma sia disponibile non è un mistero. Anni di dichiarazioni, interviste e atti concreti – l’accordo provvisorio, ad esempio, non poco criticato anche all’interno dei Sacri Palazzi per una presunta cedevolezza nei confronti del governo comunista – hanno delineato chiaramente qual è la strada che deve portare prima o poi al ristabilimento delle relazioni diplomatiche tra la Santa Sede e la Cina. Finora il negoziato è andato a buon fine unicamente in relazione al processo per la nomina dei vescovi, che è un primo passo notevole e che ha il merito di “scongelare” uno status quo che durava da decenni. Le resistenze sono molteplici.

In Cina è ben vivo un fronte che accusa la Chiesa di Roma di aver ceduto, di aver di fatto siglato un appeasement con Pechino che dimentica i martiri ed espone a rischi immani i fedeli della cosiddetta “Chiesa sotterranea” rimasta fedele al Papa nonostante la persecuzione. Dall’altra parte c’è chi sostiene che questa intesa avrà effetti positivi nel medio e lungo periodo, ristabilendo un’unità visibile della chiesa cattolica in Cina. Tra i critici più decisi c’è il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, vescovo emerito di Hong Kong, più volte recatosi a Roma per scongiurare il Papa di firmare l’accordo. Tutto vano, anche perché i negoziati duravano da tempo (anni) e nulla avrebbe potuto bloccarli se non l’irrigidimento cinese. Il cardinale segretario di stato, Pietro Parolin, ha firmato la prefazione al saggio “La Chiesa in Cina” edito da Ancora-La Civiltà Cattolica e in uscita nei prossimi giorni. Parolin ribadisce la necessità di aprire al grande impero asiatico, non dimenticando i martiri ma sottolineando il dovere di perseguire sulla strada del negoziato con le autorità di Pechino. Rimangono però fissi due punti essenziali, osservava: la libertas ecclesiae e la salus animarum. La libertà della Chiesa e la salvezza delle anime, pilastri su cui è imbastita l’intera operazione diplomatica della Santa Sede. Basterà? Lo dirà il tempo.

A ogni modo, è chiaro che in questa vicenda complessa e delicata a spingere maggiormente per la stretta di mano è il Vaticano, mentre una certa freddezza – un sospetto “culturale”, verrebbe da dire – è di casa a Pechino. Non a caso qualche giorno fa un funzionario del Partito ha detto che le religioni “straniere” minano in qualche modo il sentimento “nazionale” del popolo cinese, tant’è che “ogni volta che c’è un cristiano in più, c’è un cinese in meno”. La necessità di tenere imbrigliata la Chiesa, dunque, è tutt’altro che svanita dopo la ratifica dell’Accordo – che è, sempre meglio ricordarlo, provvisorio. Una provvisorietà che la Santa Sede ha definito come propedeutica ad aggiornamenti futuri, cercando di smussare gli angoli più spigolosi e di ottenere maggiore libertà d’azione. Che Pechino sia disposta a concederla, è un altro discorso che neppure un’eventuale udienza di pochi minuti tra il Papa e Xi avrebbe potuto risolvere.

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