I missili indiani nello Spazio e il ritardo italiano. I commenti di Arpino e Tricarico

I missili indiani nello Spazio e il ritardo italiano. I commenti di Arpino e Tricarico
Il premier Narendra Modi ha annunciato il successo di un test missilistico con cui l'India sarebbe riuscita ad abbattere un satellite. L'operazione conferma che la competizione globale sarà sempre più spaziale e sempre più missilistica. Per l'Italia, il ritardo sul sistema di difesa Camm-Er non è più accettabile

L’India esulta: con un nuovo sistema missilistico, sarebbe riuscita ad abbattere un satellite in orbita bassa, attestandosi di diritto tra i pochi Paesi (per ora Stati Uniti, Cina e Russia) che hanno raggiunto questa capacità. Il test dimostra come lo Spazio non possa più essere escluso dalla competizione globale, ma anche che quest’ultima sarà sempre di più giocata sul terreno della difesa missilistica. Ne abbiamo parlato con i generali Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, e Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa e già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica. Visti i rapidi sviluppi globali, da entrambi è arrivato anche un segnale d’urgenza sulle capacità italiane: il programma Camm-Er va sbloccato al più presto. Il rischio, altrimenti, è trovarci senza copertura da una molteplicità di minacce dal cielo nel giro di pochi anni.

L’ANNUNCIO INDIANO

“Questo nuovo passo, impensabile fino a pochi anni fa, ci rende più sicuri, fiduciosi del futuro, e ci mette al livello dei grandi della terra”. Così il premier Narendra Modi ha annunciato l’abbattimento del satellite indiano a margine di una riunione del Comitato di Sicurezza. Del test – svolto nell’ambito della “Operation Shakti” condotta dalla Drdo, l’agenzia di Nuova Delhi che si occupa di ricerca e sviluppo militare – si sa ancora poco. Stando alle informazioni riportate dai quotidiani locali, un satellite attivo in orbita bassa sarebbe stato abbattuto “in tre minuti” da un “nuovo sistema missilistico balistico” lanciato dalla base spaziale dell’isola Abdul Kalam, a pochi chilometri dalle coste dello Stato indiano di Orissa, nel Golfo del Bengala. Modi intanto esulta: “È un traguardo che si deve alle capacità della comunità scientifica indiana, alla quale vanno le nostre più sentite congratulazioni”. In ogni caso, il test segue un trend globale ormai ben affermato.

BREVE STORIA DELLE CAPACITÀ ANTI-SATELLITE

Come ci ha spiegato il generale Mario Arpino, infatti, “i tentativi di perseguire capacità anti-satellite (Asat) nascono tanto tempo fa, sebbene siano stati bloccati dal trattato Onu sull’uso dello Spazio”, siglato nel 1967 a Londra, Mosca e Washington, il documento che stabilì il divieto di porre in orbita o installare armi nucleari e di distruzione di massa nell’outer space. Eppure, ha aggiunto, “gli americani hanno proseguito gli sforzi fino a raggiungere tale capacità”, seguiti dai cinesi per cui “è noto un solo episodio, nel 2007, con l’abbattimento di un satellite non attivo e in movimento, la cui distruzione provocò una grave e pericolosa dispersione di debris”. Anche Mosca “ha tale capacità da tanto tempo”, sebbene le informazioni dalla Russia al riguardo siano sempre state avvolte da un certo mistero. “Sappiamo che i russi hanno perso molti satelliti, e non escludo che alcuni se li siano giocati proprio in questo modo”. Anche in Italia, ha ricordato l’ex capo di Stato maggiore della Difesa, “si sono svolti esperimenti e studi geometrici, valutando ad esempio la possibilità per un velivolo Eurofighter di trasportare sistemi di questo tipo; credo che tale prospettiva verrà ripresa”.

LE RAGIONI DI NUOVA DELHI

Per quanto riguarda l’India, l’obiettivo di raggiungere capacità Asat può essere giustificato “in funzione anti-Pakistan, esattamente come il possesso delle armi nucleari”. A ciò, si potrebbe aggiungere la ricerca di “prestigio internazionale”, ha rimarcato Arpino, elemento che verrebbe testimoniato dalle parole con cui il premier Modi ha esultato per il test: “Da oggi siamo la quarta superpotenza al mondo dotata di un sistema di difesa spaziale, dopo Stati Uniti, Russia e Cina”.

COME SI ATTACCA (E SI DIFENDE) UN SATELLITE

Ma come ci si difende da attacchi diretti contro satelliti? “Al momento non c’è difesa”, ha chiarito Arpino. “Anche se la possibilità di offesa nello spazio è piuttosto difficile, si possono sempre colpire satelliti, ad esempio mettendone un altro in orbita parallela e facendolo avvicinare, esattamente come avviene per il docking (l’attracco, ndr) di navicelle alla Stazione spaziale internazionale; poi lo si fa detonare”. Per operazioni di questo tipo, ha rimarcato il generale, “non c’è alcuna difesa, a meno di dotare i satelliti di armamenti idonei, fattore che certamente genererebbe un’escalation difficilmente controllabile”.

UNA PROPOSTA EUROPEA

In ogni caso, ha spiegato il generale Leonardo Tricarico, l’annunciato test indiano “conferma che esiste un problema: cioè quello di identificare e verificare le finalità dei satelliti che ormai affollano lo Spazio”. È un’esigenza “che andrà materializzandosi sempre di più in futuro e per la quale bisognerà attrezzarsi”, ha aggiunto. “E se gli Stati Uniti stanno costituendo una Forza armata specifica per lo Spazio (l’ormai nota Space Force, ndr), con evidenti ricadute sui comportamenti di altri Paesi con tecnologie, capacità e strumenti militari adeguati”, il Vecchio continente non può che pensare “a una proposta comune”. In altre parole, ha aggiunto Tricarico, “questo ulteriore episodio dimostra che è opportuno che l’Europa si attrezzi per avere awareness delle minacce nello spazio, una consapevolezza da abbinare eventualmente alle capacità susseguenti al monitoraggio, sia per la difesa che per l’offesa”.

IL RITARDO ITALIANO

Se all’annuncio indiano sulla capacità Asat si sommano le già note evoluzioni globali delle minacce dal cielo (tra ipersonica e mini-droni), emerge con una certa chiarezza un trend: la competizione globale si gioca sulla missilistica. Segue una lecita domanda: come è messa l’Italia sulla difesa da queste e altre minacce? “Malissimo”, secondo il generale Tricarico. “C’è sicuramente un ritardo”, ha aggiunto Arpino. “Non c’è bisogno di arrivare nello spazio – ha notato il presidente della Fondazione Icsa – è l’atmosfera l’ambito che ha maggior bisogno di interventi”. D’altra parte, ha rimarcato, “stiamo marciando a grandi passi verso una condizione in cui la difesa anti-aerea e anti-missile perde significato e operatività; se non si riprendono i progetti di sviluppo e dotazione di sistemi missilistici dovremmo far presto fronte a un buco considerevole”.

SBLOCCARE IL CAMM-ER

Il riferimento è al programma Camm-Er, già identificato per la sostituzione dei missili Aspide che attualmente assicurano la difesa terra-aria. Il problema è che saranno fuori servizio dal 2021, mentre il Camm-Er è attualmente privo di copertura finanziaria. Ciò significa che il Paese potrebbe trovarsi senza capacità di difesa aerea a corto e medio raggio, indispensabile per proteggere non solo i soldati impegnati nei teatri internazionali, ma anche le basi e gli aeroporti nonché i grandi eventi sul territorio nazionale. “È un grave lacuna su cui si sta sorvolando troppo”, ha notato Tricarico. “Tra trenta o quarant’anni – ha notato Arpino – la minaccia aerea sarà trasformata; o ci adeguiamo, o tutto quello che abbiamo sarà obsoleto; è per questo che il Camm-Er dovrà essere ripreso”.

LE PAROLE DEL GENERALE ROSSO

Parole simili a quelle pronunciate dall’attuale capo di Stato maggiore dell’Aeronautica Alberto Rosso nella recente audizione alle commissioni Difesa di Camera e Senato. In quell’occasione, il generale ha denunciato la “grave criticità” nell’ambito della difesa da missili balistici e della difesa missilistica di area, “dove la Forza armata non è in grado al momento di esprimere reali capacità, causa l’obsolescenza dei pochi sistemi ancora disponibili e la mancanza di finanziamento di nuovi sistemi già identificati e in sviluppo”. Su questo, la politica è chiamata a dare una risposta.

ultima modifica: 2019-03-27T10:00:31+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

 

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