In un quadro complesso e articolato - contraddistinto da molteplici sfide in ambito commerciale, geopolitico e tecnologico - è da evitare che scatti la “trappola di Tucidide” e si arrivi ad una guerra armata tra le due potenze

Sono passati solo 30 anni dal 1989 quando, a seguito della caduta del muro di Berlino, l’influente politologo Fukuyama, scrisse “The end of the History”, in cui argomentava che, con la dissoluzione dell’Impero sovietico, era finita la storia della competizione Est- Ovest con la vittoria del mondo occidentale. Il mondo era diventato piatto (“The world is flat”, bestseller di Thomas Friedman) con un unico modello di governo, crescita e sviluppo, quello anglo americano.

LA CRESCITA DELLA CONTESA

Trent’anni sono un battito d’ali nella storia delle civiltà e da qualche tempo si dibatte, a livello accademico, nelle cancellerie e ai principali think thank mondiali, sulla competizione tra Occidente e Cina, sempre più serrata in diversi settori sia di influenza politica che di predominio economico, fino alla vera e propria guerra – sia pure ad ora solo commerciale – innescata dal presidente Donald Trump con l’imposizione di una serie di dazi all’importazione negli Stati Uniti di merci prodotte in Cina in risposta a squilibri della bilancia commerciale, con un accumulo di ingenti riserve da parte cinese e di un forte deficit da parte americana.

I FRONTI DELLA COMPETIZIONE

In questa situazione, di per sé già tesa, si sono aggiunte l’accusa, lanciata dagli americani, di cyber spionaggio a carico della Huawei, e le tensioni geopolitiche scaturite dal progetto One Belt One Road (Bri) o Nuova Via della Seta, che arriva dalla Cina fino al Mediterraneo. Vi sono, inoltre, competizioni in molteplici altri campi: scientifico e spaziale, geopolitico, con dispute territoriali con storici alleati degli Stati Uniti.
Quello che emerge, mettendo in fila tutti questi elementi, è una forte competizione politica, economica, commerciale, tecnologica e culturale, che contrappone gli interessi dell’Occidente a quelli della Cina, non più potenza “emergente” ma pienamente “emersa” che utilizza la raggiunta l’influenza geo economica con finalità geo politiche.
In realtà la definizione “Occidente” è di per sé molto vaga e lacunosa. Innanzitutto è “eurocentrica” in quanto ci definiamo Occidente in contrapposizione geografica all’Oriente ma in Asia o sulla costa pacifica degli Stati Uniti questi termini non hanno lo stesso significato e non indicano gli stessi luoghi.
Poi, ancora più importante, non vi è un unico blocco “Occidente” in quanto l’America e l’Europa sono due realtà spesso in disaccordo tra di loro sul tipo di relazioni da tenere con la Cina e, ad aggravare, la situazione, all’interno dell’Europa vi sono posizioni e interessi differenti da Paese a Paese.
In questo quadro, complesso e articolato, è da evitare che scatti la “trappola di Tucidide” e si arrivi ad una guerra armata che potrebbe essere innescata da un piccolo incidente, magari per sconfinamenti di spazi aerei o marittimi da un mezzo americano durante un’esercitazione del sud est asiatico. Bisogna, in altre parole, che la competizione geo economica non porti ad una competizione armata e la strategia occidentale di contrasto e contenimento della potenza cinese sui tanti tavoli di confronto resti nello spazio della geopolitica.

LA CINA E LA SUA IDEA DEL MONDO

L’essenza della sfida tra Occidente e Cina per la leadership politica mondiale va intesa come capacità di influenza e attrazione sul resto del mondo, mantenendo contemporaneamente aperta la collaborazione commerciale ed economica, poiché l’integrazione tra i sistemi di produzione è troppo interconnessa e difficile (per fortuna) da spezzare.
I cinesi hanno ben chiaro che nel mondo dominato addirittura dal “post digitale”, non esistono più i vecchi concetti di confini geografici e di barriere fisiche al trasferimento di idee, tecnologia e, grazie all’enorme riduzione dei costi dei trasporti, anche le stesse merci viaggiano in modo più economico e veloce.
Queste condizioni rendono i produttori cinesi integrati in modo indissolubile alla catena di produzione dei beni a livello mondiale, basti pensare a quanta “Cina” vi è in uno smartphone, che magari è “ideato” nella Silicon Valley, ma ha materie prime e componenti multinazionali.
In un’economia dell’intermediazione, quale è quella “post digitale”, contano più la capacità di visione strategica e di innovazione di processo, che gli investimenti in assett fissi o la proprietà dei mezzi di produzione.
Basti pensare che le aziende come Amazon e Alibaba sono, di fatto, delle grandi piattaforme in grado di guadagnare sull’intermediazione delle merci e anche dei servizi. Giganti con Uber o Airbnb non posseggono né le auto né le case e pur fatturano miliardi di ricavi, con la conseguente capitalizzazione stellare in borsa.
Fondamentale è avere una logistica efficiente ed è il motivo per il quale la Cina ha ideato il grande progetto di One Belt One Road, lanciato già nel 2008, con l’idea di “pianificare il mondo”. Da ricordare, che il primo treno merci tra Pechino e Amburgo è stato istituito nel dicembre 2007.

IA E DATI: LA CORSA DI PECHINO

Altro fronte di contesa è, come detto, quello delle nuove tecnologie e in paticolare dell’intelligenza artificiale. In questo ambito la Cina gode dell’enorme vantaggio di essere il più grande bacino al mondo (grazie alla sua popolazione di circa 1.400 milioni di abitanti) per l’analisi dei big data e questo è un punto di forza per lo sviluppo dell’IA. Mentre le aziende americane usano i dati dei loro clienti ai fini solo commerciali (basti pensare allo scandalo che ha investito Facebook con la vendita dei dati degli utenti a Cambridge Analytica), gli stessi dati in Cina vengono utilizzati con finalità pubbliche, incluse, in questo termine, quelle di controllo dei comportamenti inappropriati da parte dei singoli (in Occidente sono le politiche anti terrorismo che permettono di monitorare le conversazioni o la messaggistica scambiata tra i privati).

QUALE RISPOSTA

A questa battaglia sulla supremazia digitale, i Paesi occidentali dovrebbero di rispondere con maggiori investimenti in tecnologia e brevetti, coordinandoli tra di loro con finalità condivise.
Inoltre, di fronte ad un Paese di circa 1 miliardo e 400 milioni di persone, monolitico, con una leadership forte, non soggetta ai frequenti appuntamenti elettorali che caratterizzano le democrazie occidentali, la risposta per una corretta competizione non può essere lasciata ai singoli Paesi, ma dovrebbe essere elaborata una strategia europea di accordi e collaborazione dal punto di vista economico ma ferma nell’evitare una colonizzazione politica.

NON DIMENTICARE IL SOFT POWER

Gli Stati Uniti dovrebbero rispondere alle diverse sfide con le strategie più adatte, puntando ancora sulla supremazia tecnologica e sul soft power, in quanto il modello di vita americano ha ancora molto appeal sulle giovani generazioni dei Paesi in via di sviluppo che, seguendo mode e trend “made in Usa”, si sentono parte della globalizzazione, non solo economica, ma anche culturale con valori e diritti condivisi.

Stefania Tucci è un’imprenditrice che vive tra Roma, Londra e Hong Kong ed è autrice del libro “L’Asia ai miei occhi” (Marsilio editore)

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