Lo strappo di Salvini sulla Via della Seta: non è testo sacro. È corsa per le modifiche

Lo strappo di Salvini sulla Via della Seta: non è testo sacro. È corsa per le modifiche
Il ministro dell'Interno frena sull'intesa con Pechino assistito da Giorgetti, Volpi e Picchi. Di Maio insiste mentre gli Usa ci osservano

“Lo stiamo leggendo, ma il Memorandum non è un testo sacro, si può modificare, si può migliorare”. Matteo Salvini conferma che la strada che porta sulla “Via della Seta” resta ancora lunga. Se l’altro vicepremier, Luigi Di Maio, sembra imperterrito nel proseguire alla firma delle intese con la Cina, il leader della Lega è molto più prudente. Il titolare del Viminale in questi giorni si è confrontato molto sul tema con il sottosegretario Giancarlo Giorgetti e con i fedelissimi Raffaele Volpi e Guglielmo Picchi. Si punta a delle modifiche non solo per meglio salvaguardare gli interessi nazionali, ma anche per cercare di lanciare dei messaggi a Washington che in questi mesi sono fortemente irritati da Roma per le continue giravolte sul fronte internazionale.

Il capo del Carroccio ha ben chiaro che se il Memorandum of Understanding in via di definizione con la Cina è tutt’altro che facilmente applicabile senza mettere a rischio alcuni aspetti della nostra sicurezza nazionale, dall’altro può comportare conseguenze disastrose nei rapporti con gli Stati Uniti. Anche per questo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, sta seguendo ogni sviluppo della vicenda con i suoi consiglieri.

Più deciso è invece Luigi Di Maio. “La via della Seta – ha spiegato oggi – non deve essere vista assolutamente come una nuova alleanza geo-politica: è un memorandum che firmerò io come ministro dello Sviluppo economico e che servirà anche ai porti del Sud”. Eppure, contemporaneamente, l’altro vice premier leghista ha ribadito che “Se ci sarà il solo lontanissimo dubbio che certe acquisizioni possano mettere in difficoltà la sicurezza nazionale, da ministro dell’Interno, dirò un secco No. Prima di permettere a qualcuno di investire sul porto di Trieste o Genova guarderei a fondo. Se fosse un americano nessun problema. Se invece venisse dalla Cina sarebbe diverso. Ogni investimento in settori strategici necessita la massima prudenza”.

È evidente la differente sensibilità dei due contractor di governo. Forte è ora il pressing della Lega sugli alleati per cercare di depotenziare alcuni termini degli accordi con la Cina, in ballo c’è comunque il rapporto con Washington. Quegli Usa che, probabilmente, hanno ben chiaro il senso politico, più che economico, delle intese che Roma sta stringendo con Pechino. Non si può aprire alla Belt and Road Initiative e tentare di nascondere il chiaro significato politico che una scelta del genere necessariamente comporta. Una prospettiva che va persino al di là dei discorsi sulla sicurezza nazionale che sarebbe bene salvaguardare nei suoi asset strategici. Resta da capire se Salvini e i suoi terranno anche questa volta il punto con gli alleati M5S. Pochi giorni e il presidente cinese Xi Jinping è atteso a Roma.

ultima modifica: 2019-03-14T12:51:29+00:00 da Veronica Sansonetti

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