Non sediamoci sugli allori. Il cambiamento va agito e non chiacchierato. Zingaretti dia un segnale di cambio di passo nella sostanza

La vittoria di Nicola Zingaretti alle primarie del Partito Democratico ha dato un segnale molto chiaro a tutto il gruppo dirigente del partito: quello uscito sconfitto dagli ultimi importanti appuntamenti elettorali, dalle regionali 2015 alle elezioni politiche 2018, ma anche a quello nuovo o presunto tale. Che non pensi di potersi comportare esattamente come sempre, anche ora, che sono cambiati il leader e il clima politico che lo ha accompagnato.

La campagna per le primarie di Zingaretti si è concentrata sul concetto di “cambiamento”. Sul bisogno, vitale, di dare una svolta rapida, chiara e reale al PD. Sulla base di questa promessa quasi 1,8 milioni di persone hanno deciso di partecipare e dare il loro contributo. E oltre 1 milione sono stati coloro che hanno votato per Zingaretti. La partecipazione è stata oltre ogni rosea aspettativa. L’affermazione netta, come fu quella di Renzi prima, altrettanto inaspettata, ma che pone fine a un periodo di sbandamento e di guerriglia interna, così come ad una linea politica fallita più volte.

Ora, con le elezioni europee alle porte, il PD con Zingaretti non può e non deve trastullarsi. Si dice che servono tempo e pazienza. Dico che tempo e pazienza sono lussi che non possiamo permetterci, perché, oggi, la politica si muove su una dimensione talmente accelerata, che rischiamo di rimanere, come partito e come progetto di cambiamento, schiacciati se non abbiamo il coraggio di andare fino in fondo.

Le elezioni in Basilicata ci dicono che, anche se il Centro-Sinistra, con un PD stabile, resta seconda forza di coalizione, il M5S come partito consolida il suo elettorato e il Centro-Destra, invece, vince. Ancora.

Il trend positivo del PD degli ultimi giorni è un segnale però di grande speranza. Ma attenzione a non adagiarsi sugli allori. La Lega è l’unico partito che cresce, in modo sensibile, rispetto agli altri. Si è mangiata, come era prevedibile, un pezzo di M5S e di Forza Italia, un partito ormai in disfacimento. Il M5S, anche se in perdita, si consolida attorno ad una percentuale più che dignitosa, tra il 21 e il 23%. Noi siamo poco dietro. La Lega, invece, svetta oltre il 30% ponendosi come leader della coalizione futura di Centro-Destra e che vincerà le prossime elezioni politiche e andrà bene alle elezioni europee.

Non abbiamo recuperato nessun voto da parte dell’elettorato in fuga dal M5S. Che, temo, preferisca l’astensione a noi. E se non capiamo perché accade, non possiamo sperare di tornare, come partito individuale, al 25%. Per me obiettivo realistico e auspicabile per tornare competitivi. Una parte del voto ai 5 Stelle fu mosso anche da una sensazione di nausea rispetto a un sistema politico incancrenito e aggrovigliato su se stesso. Incapace di rinnovarsi. Ostaggio di dinamiche di potere sempre uguali a se stesse.

Abbiamo perso il treno già due volte: nel 2014, quando Renzi, che aveva rappresentato agli occhi di tanti una speranza di rinnovamento, ci aveva dato un grande impulso, per poi rivelarsi un inganno. Un cambiamento chiacchierato, che si è dimostrato, alla prova dei fatti, inconsistente. E’ accaduto, poi, col Referendum Costituzionale e dunque con le elezioni politiche.

Oggi, non possiamo permetterci di perdere il treno per la terza volta, perché elettrici ed elettori, giustamente, non ci perdonerebbero. E perché il PD, a questo punto, sarebbe un contenitore vuoto. Privo di ogni suo significato. La domanda cruciale oggi per chi fa politica nel PD deve essere di carattere identitario: siamo una forza progressista, quindi che si pone l’obiettivo di creare le condizioni per il cambiamento e che poi lo governa, indirizza e rinvigorisce, oppure una mera struttura di conservazione intenta più a salvaguardare gli interessi di questo o di quello, magari alla terza o quarta legislatura o candidatura, e al conservare, quindi agglomerati di potere?

Il cambiamento va agito, non chiacchierato. Lo scrivo da tempo ormai. Quindi, a Nicola Zingaretti, che ho convintamente sostenuto, chiedo di dare inizio a questo processo di ri-fondazione del partito, malgrado le difficoltà che mi sono note. Affinché non sia solo un lifting servirà un cambio di passo vero – cosa non accaduta per la Direzione Nazionale invece, e che spero accada però con la Segreteria e i dipartimenti.

In che modo può essere agito questo cambiamento? In tanti modi. Nicola è già un esempio di come si possa agire in modo diverso da quanto fatto negli ultimi anni e recuperare consenso. Il primo cambiamento è stato questo. Ora occorre però intervenire su altri piani.

Il primo riguarda l’organizzazione del partito. Non può funzionare così come è adesso pensata l’Assemblea Nazionale, le modalità con cui le delegate e i delegati sono selezionati ed eletti, impedisce di avere un’Assemblea realmente operativa e rappresentante delle istanze della base. Va ripensato questo meccanismo, così come tutto il sistema interno di funzionamento delle strutture: dai territori alla dimensione nazionale. Serve ripartire dal lavoro fatto da Barca e arricchito dai contributi dei circoli e delle discussioni già realizzate: ripartiamo da qua.

Il secondo piano è quello della dimensione ideale e dunque programmatica: serve un linguaggio nuovo. Originale e capace di arrivare alle persone. Non un populismo di sinistra come può suggerire Chantal Mouffe, ma qualche cosa che recuperi la dimensione emozionale e valoriale, che riconnetta i sentimenti delle persone al nostro progetto politico. Competenza, esperienza ed empatia. Servono tutte e tre, altrimenti saremo sempre vittima delle argomentazioni e narrazioni altrui. O come bersagli (vedi il M5S) o perché ne siamo al traino (vedi questione immigrazione con Salvini). Ripensiamo a forme di inclusione attiva delle persone: in questo caso i gruppi di lavoro locali, i dipartimenti, una scuola di formazione, potrebbero essere molto utili.

Il terzo è quello della nomenclatura. La forma è sostanza. Abbiamo bisogno di dare ossigeno nuovo al nostro sangue. Senza questo passaggio, che va di pari passo a quelli già indicati, non possiamo essere credibili nel parlare di rinnovamento. Abbiamo esempi di grande lungimiranza politica: Goffredo Bettini, uno dei padri di questo PD, una personalità politica di grande spessore e capacità, un esempio, ci ha dato un’altra grande lezione. Non si ripresenterà alle elezioni europee. Contribuirà al lavoro e alla vita del partito in modi diversi. A disposizione di chi verrà dopo. Anche De Castro ha fatto lo stesso ragionamento. Dovrebbero esserci altri a fare la stessa riflessione. Chi presenteremo per le elezioni europee darà il segnale al cambiamento che vogliamo mettere in atto: giovani, non presi a casaccio tra tifoserie o gruppi di vicinato politico, ma che abbiano qualche cosa da raccontare e rappresentare. Che ci parlino dell’Europa, della sua essenza, del perché va difesa. Oltre i tecnicismi o i riposizionamenti che troppo spesso le elezioni europee hanno rappresentato. Servono coraggio e forza per cambiare le cose, e si passa anche da qui: dai “chi”, come ha dimostrato il Partito Democratico negli USA portando un gruppo importante di nuovi volti. Con esperienze, formazione e cultura politica.

Il quarto e ultimo piano che cito qua è quello della rivalutazione del dentro con il fuori. Si parla spesso dell’importanza della società civile. Certo, ma anche chi milita nel partito è società civile. Aprirsi è fondamentale, ma senza dimenticarsi di chi è dentro, ha dato il suo contributo e continuerà a darlo, come militante, attivistà, elettrice ed elettore.

In conclusione, le premesse di questo cambiamento sono ottime. Nicola Zingaretti può agire un cambiamento vero e potrà contare su un popolo che lo sostiene, proprio per questa idea e volontà, che ci sia la spinta di coraggio e forza che servono per essere l’alternativa che serve al Paese e all’Europa.

 

 

 

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