Conversazione con lo storico segretario del Ppi. Oggi la politica è volgare. E viene chiamata democrazia diretta quella che è soltanto una competenza nell’utilizzazione dello strumento usato in maniera disgregante

“Quando si parla di democrazia bisogna avere una idea precisa di che cos’è, a cominciare dallo studio degli antichi autori, dalla lettura di Aristotele o Platone si può capire che cos’è la democrazia”. Gerardo Bianco, classe 1931, storico segretario del Partito popolare italiano, ex ministro della Pubblica istruzione o vice presidente della Camera dei deputati, esponente della Dc e della Margherita, ci risponde dalla sua abitazione mentre è distratto dalla sua occupazione momentanea, quella di aiutare la nipotina di sette anni a imparare le tabelline. “Sono suo custode, me l’hanno lasciata perché non poteva andare a scuola”, ci spiega, gioviale, prima di iniziare la conversazione con Formiche.net sui temi più scottanti dell’attualità, in modo particolare sul versante cattolico, nella sua componente più dedita al sociale, impegnata in una diatriba dichiarata con il leader della Lega Matteo Salvini sul Terzo settore. Mentre la nipotina impara le tabelline, le nuove classi dirigenti imparano le difficoltà di stare al governo, provochiamo noi. “Aiutano a disimparare”, e “chiamano democrazia diretta quella che è soltanto una competenza nell’utilizzazione dello strumento”, replica Bianco che però ci sottolinea di non amare l’uso del termine onorevole.

Proprio da internet è venuto lo scontro tra Lega e mondo cattolico, impersonificato da Avvenire e con dei titoli molto duri. È un combattimento, quello in corso?

Avvenire e il mondo cattolico cercano di conservare una cosa fondamentale: l’anima del paese, millenni di storia di carità, solidarietà, umanità, e un’idea forte, condensata anche nella Dottrina sociale della Chiesa, l’importanza dell’intervento di ciascuno, e di gruppi, per essere solidale con gli altri. Una cultura fondamentale in parte rovinata dall’idea dello Stato che si sostituisce all’intervento personale umano, che può avere un ruolo di sostegno ma non di assorbimento. E se togli all’animo umano il senso della solidarietà e della partecipazione alla vita degli altri, hai disumanizzato la società, questo è il punto. È uno scontro tra una cultura di grande spessore umanistico e umanitario, quella che sostiene Avvenire, e dall’altra la mentalità assistenzialista, ma anche la presunzione di interpretare i sogni delle persone secondo il proprio schema, che è un esercizio di potere.

Un grande pensatore politico francese, Alexis de Tocqueville, sosteneva che quando si istituzionalizza la carità, quando la si statalizza, il rischio è quello di trasportarla fuori dal cuore dell’uomo. Questo governo presenta un eccesso di statalismo?

È evidente. Il problema è questo, che lo stato sviluppi per intero la tutela del diritto di cittadinanza, in modo che tutti gli appartenenti allo Stato siano uguali, favorendo lo sviluppo umano, è un fatto sacrosanto. Ma l’idea di istituzionalizzare la tendenza naturale di una persona, un gruppo o una società, a creare forme di solidarietà e di partecipazione, è una grave deviazione, che finisce per rendere cinico il popolo. Per renderlo rinchiuso solo nel proprio interesse e nella pretesa che l’assistenzialismo favorisca l’idea che qualcuno debba versare risorse agli altri, e in questo modo ci si deresponsabilizza. E di lì, una società va alla deriva. Questo avviene perché chi ha in mano le leve del potere utilizza le risorse che ha a disposizione per creare dipendenze, e quindi dominio sulla popolazione. Dietro c’è perciò anche un disegno politico di controllo della società. Mentre se c’è una cosa importante nel nostro paese, e nella presenza ancora viva dell’anima generosa e cristiana, è stato proprio il volontariato, il cosiddetto Terzo settore, la progressione umana del bisogno di aiutare gli altri, in termini di pietas, nel senso religioso del termine.

Eppure questo scontro non sembra destare grande interesse nel dibattito politico. Nemmeno i giornali ne parlano, resta tutto sottotraccia. Perché?

Si ha ragione da vendere nel dire questo. Anche i giornali che svolgono un ruolo di informazione più corretta e oggettiva finiscono per essere soggetti del clima culturale che regna, e si orientano a dare spazio a notizie che creare rumore e clamore. Ci sono giornali che stanno addirittura cambiando la propria veste tipografica per fare titoli urlati, e si finisce per contribuire alla creazione di una tendenza culturale che cresce per ignorare le questioni. Il problema del terzo settore è fondamentale per la struttura culturale del paese, ma la stampa e la televisione inseguono il momento: è la cultura dell’istante, nemmeno del presente.

E allora, che fare?

Bisogna tornare come nell’antica fase in cui la religiosità era portata avanti dai catecumenali. L’idea di continuare a scavare, perché prima o poi ciò che si semina viene a frutto. Il mondo cattolico deve capire una cosa: aver perduto il punto di riferimento politico di un gruppo, grande o piccolo che fosse, ma che aveva coerentemente la sua cultura e i suoi riferimenti nel cattolicesimo sociale di natura sturziana, è stato un errore clamoroso. Oggi non avere una presenza strutturata e organizzata, che porti avanti un’idea politica basata sulla cultura dell’equilibrio e della misura, riformista, è un vuoto enorme nel nostro paese. E siamo allo sbando.

C’è chi sostiene il bisogno di uno schieramento unitario, o chi parla di nuove strade di interlocuzione con la politica. Lei che pensa?

Io ritengo che una delle sciagure politiche più gravi sia stata lo scioglimento del Partito popolare. Io ho fatto il segretario di quel partito e so bene quanta passione intensa, affettiva, di impegno non solo pratico ma anche di coinvolgimento spirituale e sentimentale c’era, in quella forza politica, che stava crescendo. Poi sono venute fuori le letture politologiche, che hanno distrutto la storia.

Spieghi meglio…

Le tesi che bisognava creare lo schieramento bipolare nel nostro paese, che contraddiceva la storia, e bisognava sciogliere il Partito popolare per una aggregazione più grande che raccogliesse forze politiche peraltro diverse, antitetiche, con il cosiddetto matrimonio forzato, invece di procedere a forme di collaborazione su un progetto. Da lì è venuto fuori l’elemento desertificante della politica italiana. E questo l’ha ispirato il pensiero politologico, di chi pensa alla politica in modo schematico, secondo princìpi di razionalità. Mentre la politica è basata su una serie di altri elementi: concezioni, prassi, abitudini, sui convincimenti più profondi che ispirano la politica ma che non sono solo politici. Hanno distrutto la tradizione del cattolicesimo democratico in Italia, e ora se ne sente il vuoto, questo mi pare evidente. Chi cerca di fare qualcosa, rincorre l’usabilità di qualche simbolo ma non sono certo in grado di utilizzarlo. Ci vuole una grande ventata che può venire solo da nuovi leader e nuove generazioni.

Dall’altra parte, il Congresso della Famiglia di Verona ha invece rappresentato, almeno mediaticamente, l’altra faccia della medaglia, quella più orientata sulla Lega. A lei che impressione ha fatto, è piaciuta quella manifestazione? L’ha trovata giusta, opportuna?

Purtroppo è l’utilizzazione sbagliata, dal mio punto di vista, di alcuni princìpi che hanno la loro verità, ma che sono utilizzati politicamente in modo reazionario. Ha ragione il Papa quando ha detto di non contestare certamente alcune idee di fondo, come il principio della famiglia basata sull’unione tra un uomo e una donna, ma tutto questo non può essere utilizzato come una clava, per contestare altri diritti, ed è così che il tutto assume un atteggiamento negativo e regressivo.

Lei ci spera nella rinascita di una nuova Dc, magari 2.0? Considerato poi che è notizia di questi giorni la candidatura a sindaco di Nusco di un giovane novantunenne, Ciriaco De Mita…

È ammirevole che lui si senta ancora in forze, quindi rispettiamo la sua decisione. Non è il modo migliore, io penso, di affrontare l’età in cui credo sia più opportuno dedicarsi alla meditazione, e al suggerimento, al consiglio. Ma la sua decisione dimostra quanto lui ami la politica, fino al punto di sacrificare anche questi bellissimi anni. Mentre invece la rinascita di una nuova Dc può venire solo da una classe dirigente di ispirazione solida, cattolica, come quella che ispira gran parte del Terzo settore e che si impegna nelle comunità locali. Io penso che la grande rinascita di una politica diversa da quella attuale, basata sulla volgarità e sulla negatività dei comportamenti, può nascere dal nuovo ruolo di una classe dirigente impegnata nel governo delle città. Credo molto nell’importanza di amministratori e sindaci. Penso a un sindaco come quello di Milano, Beppe Sala, anche se di un’altra cultura rispetto alla mia. Don Sturzo partì da Caltagirone, bisognerebbe prendere proprio il suo esempio come elemento di rinascita.

Da allora sono passati cent’anni, e anche lì non se ne è parlato troppo.

Se c’è stato silenzio della grande stampa sulla battaglia di Avvenire, lo stesso si può dire per i cent’anni dell’appello di don Sturzo ai liberi e forti, che è servito a risolvere i grandi problemi storici del paese. La parte positiva della storia del novecento, pressoché ignorata, è stata tutta costruita dai cattolici. L’Europa è stata costruita dal pensiero cristiano, tutte queste cose sono dimenticate e ignorate. Dell’appello di Sturzo se ne parla sottovoce solo nei convegni, non c’è la grande mobilitazione morale e politica che dovrebbe suscitare.

Anche attraverso i nuovi strumenti di comunicazione, da cui finora si è avuto solo l’idea della democrazia diretta…

Non esiste la democrazia diretta, esiste l’utilizzazione degli strumenti che dovrebbero essere a servizio della cultura, ma che sono a pura utilizzazione negativa nelle notizie da fornire. Se tu non hai una cultura alle spalle, le notizie che hai sono praticamente fuorvianti, perché non vengono inquadrate in una visione o in una concezione. A quel punto, chi imbraccia un fucile si sente più forte di chi non ce l’ha. L’utilizzo dei social oggi è usato in modo molto più disgregante che positiva. Nel momento in cui l’animo di un paese diventa basato su risentimento, rabbia, gelosia e odio, è chiaro che internet diventa un’arma micidiale, come mettere nelle mani di un criminale una pistola, o un fucile.

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