Il primo romanzo di Nikita Placco, Il giorno di cui non si parla, mi porta ad una conversazione a quattr’occhi con l’autore per indagare oltre la lettura, il carattere dei personaggi.

Non capita tutti i giorni che l’autrice di un romanzo appena recensito mi chieda di incontrare un altro autore con il quale sente di poter condividere uno stile o una visione letteraria. Storie che rappresentano diverse analogie le loro, pur nella specifica identità e originalità. E così, su invito di Emanuela Amici, incontro Nikita Placco, avvocato di successo ed ora autore di un romanzo. Da questa presentazione triangolata raccolgo spunti e curiosità, ma solo dopo aver letto il suo romanzo decido di condividere con lui le mie impressioni.

Fabiola Cinque e con Nikita Placco
Io con Nikita Placco e Emanuela Amici

Davanti a un buon bicchiere di Chardonnay bello freddo, abbiamo iniziato a confrontarci sulla lettura. Il suo portamento elegante, il sorriso aperto e la dialettica accattivante rendono la nostra chiacchierata un fiume di cui ho difficoltà a raccogliere qui le impressioni. E’ mio vizio, quando finisco di leggere un libro, non accontentarmi e voler sapere di più della storia, dei personaggi dal dove arrivano e soprattutto la traccia del loro futuro, ma Nikita mi blocca subito, non ci sarà un seguito, quindi il libro finisce a pag. 292 ed io devo immaginare, se voglio, un seguito.

 Fabiola Cinque e Nikita Placco

Ma io incalzo con un :- Nikita, c’è quasi uno sdoppiamento della personalità tra te, autore del libro, e Rodolfo…

L’identificazione del protagonista con me è certamente fuorviante: ci sono cose che mi appartengono in tutti i personaggi del libro, ma non mi identifico con nessuno di loro. Sono tutti e nessuno al tempo stesso.

Sì ma la mia impressione è che  nella prima metà del libro lo descrivi come un uomo vacuo, amante dell’estetica femminile, quasi solo fine a se stessa. Un uomo senza ambizioni lavorative che si crogiola nel suo benessere. Si sa poco del suo lavoro oltre al fatto che non ha bisogno di quello per vivere, riuscendo man mano a dedicare ogni giorno ad altro, dall’incontro con il suo editor alla pedalata fuori porta in bicicletta, dalla spesa al mercato per poi passare l’intera giornata a cucinare per la sua ospite, fino a quando non ci sarà altro grazie al sopravvento dell’attività di scrittore…

Non concordo. In realtà, la descrizione riguarda certamente un esteta sensibile al fascino femminile, ma nient’affatto vacuo né tanto meno privo di ambizioni o interesse per la sua attività di scrittore. Il fulcro è invero il blocco della creatività che sta attraversando e che impatta tanto sulla sua produzione letteraria, quanto sulla sua vita personale. Una stagnazione imposta dalla necessità inconsapevole di attingere finalmente il grande rimosso della sua esistenza, cui gira attorno anche nell’ispirazione artistica senza tuttavia trovare la chiave.

Perché hai scelto di non definire i personaggi raccontando la loro storia? Ad esempio quando e perché Rodolfo smette di fare il notaio per diventare scrittore?

La vocazione letteraria di Rodolfo, al contrario, è ben narrata: affonda le sue radici nel suo periodo a Gubbio, dove trova per la prima volta la capacità di imprimere le sue amate parole su un taccuino per evitare che vadano perse. 

La descrizione del sentimento per Olivia, in principio, è totalizzante. Ma manca sempre qualcosa affinché diventi la compagna di una vita. Credi che accada spesso di sentirsi così sentimentalmente e indissolubilmente legati con qualcuno per poi scoprire che l’amore è un’altra cosa?

Credo che oggi come oggi, in un’epoca in cui si bruciano le tappe, accada più frequentemente di quanto si pensi. In ogni caso, per me è un espediente per raccontare come, anche sentimentalmente parlando, si possa essere attaccati ad un copione deterministico che ci impedisce di scoprire – come dici Tu – che l’Amore è un’altra cosa.

Se questo libro diventasse una serie, lo farei diventare l’ultimo della saga. Per le prime puntate partirei dalla descrizione di Olivia e del suo coinvolgimento nella vita pratica. Ad esempio quando vanno dalla famiglia di Rodolfo a ufficializzare il tutto, Olivia che parte ha? Lo voleva? Ne era consapevole? Viene tratta in inganno/di sorpresa? Descriverei i suoi tormenti e dubbi che, visto da una visione femminile, immagino siano numerosi.

Sono tutti condensati volutamente in una lunga lettera che Olivia scrive a Rodolfo e per la quale ho ricevuti molteplici attestati da diverse lettrici che si sono ritrovate in quel tipo di espressioni, sostrato emotivo, vissuto.

Poi idem per il cambio della nuova casa, Olivia l’ha mai saputo? L’ha mai vista? Contribuisce con le sue scelte di coppia? Una puntata del serial la farei prevalentemente su questo.

Quanto alla nuova casa, come d’altronde per buona parte del romanzo, il punto di vista narrativo è quello del protagonista: non realizza, però, nemmeno lui – nella sua scissione interiore – di stare andando ormai oltre…

Fabiola Cinque e Nikita Placco

Descrivi il loro rapporto, comunque longevo e saldo anche se molto discontinuo nei tempi e nell’intensità. È un’immagine che delinei con nitidezza, e che tracci come se fosse una tua esperienza. Quanto c’è di autobiografico in questo libro?

Permettimi innanzitutto una battuta: il loro rapporto è tutt’altro che saldo, bensì un “precariato sentimentale” a tempo indeterminato. Quanto al tema dell’autobiografia, che tanto incuriosisce i lettori, mi dispiace deludere tutti, ma non si tratta di una vicenda basata sulla mia esperienza personale: non è mai esistita un’Olivia nella mia vita. E’ però certamente una storia in cui, pur senza nulla di autobiografico, mi riconosco come l’avessi vissuta realmente.

Il sequel dedicherebbe poi un volume a parte all’incontro con Carla. Lei è una donna che stravolge tutti gli equilibri precari faticosamente cercati e costruiti. Mi ha ricordato il testo di una canzone che amo molto, di Franco Battiato “Cerco un centro di gravità permanente, che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose sulla gente…”. Che valore ha per te l’equilibrio? Bisogna augurarsi d’incontrare, almeno una volta nella vita, la Carla della situazione, o è meglio perseguire gli equilibri faticosamente costruiti?

L’equilibrio ha un valore alto per me, ma credo debba essere inteso come qualcosa in permanente divenire nelle nostre esistenze caratterizzate da grande “liquidità” (per usare un termine tanto in voga oggi). In ogni caso, va ricercato per noi stessi e grazie a noi stessi, mai in relazione a qualcun altro, che può beneficiare del nostro equilibrio ma non apportarcelo. Su Carla mi limito a dire una cosa che la caratterizza per me: sa insegnare.

Alla fine viene fuori un Rodolfo più maturo, più sensibile e soprattutto più in grado di scegliere. Lo fa nella vita professionale dedicandosi finalmente alla scrittura. Anche qui c’è uno sdoppiamento della personalità…

E’ un uomo che finalmente è in grado di scegliere perché liberatosi da un determinismo atavico, di cui era inconsapevole, ma che gli impediva il libero arbitrio. La sua è una storia di redenzione, riscatto rispetto a un destino segnato: questo è il succo di ciò che volevo raccontare. La vita può essere diversa da quella che a volte ci viene data. Sta solo a noi.

Ho amato molto il personaggio di Roberto, più ancora che quello di Rodolfo. Così come per Assia anziché Olivia. Nella seconda parte del libro sembra che tu sia diventato più umano. Tracci il loro essere più nel profondo.

Non sono io ad essere evoluto ma Rodolfo: e il frutto di questa evoluzione è Foglie di Magnolia, il metaromanzo, che ha una cifra stilistica marcatamente diversa proprio a sottolineare il passaggio del personaggio a nuova vita. 

Chi è Nikita. Più Roberto o più Rodolfo?

Nikita è soltanto il progenitore di Rodolfo, Rolando e Roberto, come di tutti gli altri.

Roberto [Rolando in primis] e Rodolfo stessa anima scissa in due corpi diversi.

Fabiola Cinque e Nikita Placco

Info libro:

Nikita Placco

Il giorno di cui non si parla

Editore LICOSIA

€ 18,00

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