Gli Usa domineranno ancora la competizione tecnologico-militare (nonostante la Cina). Parlano Andrea e Mauro Gilli

Gli Usa domineranno ancora la competizione tecnologico-militare (nonostante la Cina). Parlano Andrea e Mauro Gilli
Conversazione con Andrea e Mauro Gilli, rispettivamente ricercatori presso il Nato Defense College di Roma e il Center for Security Studies del Politecnico di Zurigo, co-autori di “Why China has not caught up yet”, una recente ricerca dedicata al tema della competizione tra Usa e Cina in campo tecnologico-militare

La competizione tecnologico-militare tra le grandi potenze, con particolare attenzione agli Stati Uniti e alla loro principale rivale strategica, la Cina, è al centro di “Why China has not caught up yet”, ricerca pubblicata nelle scorse settimane su International Security, rivista dedicata alla difesa e agli studi strategici in ambito internazionale.
Il report, realizzato da Andrea* e Mauro Gilli, rispettivamente ricercatori presso il Nato Defense College di Roma e il Center for Security Studies del Politecnico di Zurigo, ha suscitato un ampio dibattito e pone alcuni interrogativi approfonditi in questa conversazione con gli autori.

Come è nata la vostra ricerca sul tema della competizione tecnologica in campo militare tra potenze?

Mauro Gilli: Il nostro studio nasce da premesse sia teoriche sia pratiche. Partiamo da quelle pratiche, che sono più immediate. Oltre dieci anni fa, entrambi, seppur in maniera e in posti diversi, uno all’Istituto Universitario Europeo di Fiesole e l’altro alla Northwestern University di Chicago, ci chiedevamo quanto potesse durare la superiorità tecnologica americana nel campo militare. Già allora si parlava di crescita della Cina, di globalizzazione e diffusione delle tecnologie militari, di vantaggi derivanti dalle tecnologie commerciali e spionaggio cibernetico. Era una domanda estremamente importante ma a cui era difficile rispondere.
Qui entra la componente teorica della nostra ricerca. La nostra domanda era orientata al futuro. La ricerca, però, si fa con i dati, e i dati esistono solo sul passato. Per rispondere quindi a quella domanda abbiamo cercato di sviluppare una teoria. Una teoria è un argomento astratto che rimane valido a prescindere dal tempo, dallo spazio e dalla circostanze contingenti. In altre parole, sviluppando una teoria abbiamo cercato di sviluppare una tesi che, quando i dati sarebbero diventati disponibili, avrebbe permesso di rispondere con chiarezza a questa domanda iniziale. Ci siamo dunque messi a studiare tutta la teoria nel nostro campo, le relazioni internazionali, e con grande stupore abbiamo appreso che l’intera disciplina ignorava il cambiamento tecnologico. Abbiamo dunque visto un immenso spazio per contribuire al dibattito accademico, ma anche a quello pratico. La ragione è semplice: ignorando il cambiamento tecnologico, tutti gli esperti nel nostro campo ritengono, e ritenevano, che la superiorità tecnologica americana nel campo militare fosse destinata a scomparire. E ciò ha influenzato non solo il dibattito pubblico, ma anche molte delle strategie e politiche adottate negli anni da vari attori, incluse alcune agenzie governative americane.

In questo contesto di rivalità in crescita, dove fattori di tipo economico, energetico, commerciale sembrano avere un ampio spazio, quanto è importante il tema della competizione in campo tecnologico-militare?

Andrea Gilli: Viviamo in un’era in cui il cambiamento tecnologico è in continua accelerazione. Il risultato è di fronte agli occhi di tutti: cosa negli anni ’80 veniva descritto nei libri e nei film di fantascienza, oggi è all’ordine del giorno: dall’applicazione della robotica in campo medico a quella di sensori e software per il riconoscimento facciale negli smartphone.
In campo militare, ciò è particolarmente vero: e infatti, nel 2014 il Ministero della Difesa americano lanciò la cosiddetta “Third Off-Set Strategy” per ristabilire e prolungare la superiorità tecnologica americana in questo ambito.
La leadership tecnologica, in generale, e in campo militare in particolare ha numerosi benefici. Tre, secondo me, meritano attenzione. A livello militare, la superiorità tecnologica può permettere di raggiungere proprio la deterrenza di cui si parlava nella domanda: per esempio, se si hanno le capacità tecnologiche per neutralizzare, o rispondere efficacemente, ad un attacco nemico. A livello commerciale o energetico, la superiorità tecnologica può permettere di raggiungere la leadership industriale. Per esempio, lo sfruttamento di determinate materie prime richiede particolari capacità tecnologiche. Google, Facebook o Apple sono leader nei loro settori non per fortuna o per dono divino, ma perché hanno sviluppato capacità tecnologiche avanzate difficili da imitare. Ciò porta, inevitabilmente, a considerazioni economiche. Al primo corso di microeconomia, gli studenti imparano che i mercati imperfetti, come monopoli e oligopoli, generano extra-profitti. I monopoli e gli oligopoli che emergono dal cambiamento tecnologico non fanno eccezione. Ma quando si parla di politica internazionale, i mercati imperfetti permettono di avere influenza e questa influenza si può tradurre anche in deterrenza o addirittura coercizione.

Nel vostro lavoro vi sono due assunti che sembrano avere un ruolo centrale, ovvero che le tecnologie militari e i sistemi d’arma sono strumenti oggi talmente complessi da essere molto difficili da copiare o imitare. Necessitano, per essere sviluppati, di risorse e investimenti molto ingenti. Questa complessità di “prodotto” è anche una delle maggiori differenze tra industria militare e industria civile. Questi due temi hanno un ruolo centrale nel limitare le possibilità d’imitazione in campo tecnologico-militare?

Andrea Gilli: Esattamente, anche se vorrei sottolineare come la differenza sia ancora più sottile. Ci sono tecnologie commerciali estremamente complesse, come gli aerei da trasporto civile, le turbine a gas (usate sia per la produzione di energia che per la propulsione degli aerei), e gli stessi software o gli smartphone. E infatti, anche in questi campi notiamo come il mercato sia estremamente concentrato: ci sono pochi produttori, perché le barriere all’ingresso sono molto alte. Ce n’eravamo accorti nel corso della nostra precedente ricerca sulla diffusione dei droni. Le più grandi aziende di software al mondo sono quasi tutte nate nei Paesi occidentali: il fatto che queste aziende abbiano una posizione di leadership spesso decennale e che rivali da Cina o Russia non siano emersi evidenzia quanto difficile sia sviluppare o anche solo copiare il software.
Nel campo militare, tutto ciò è ancora più vero per due semplici ragioni. Da una parte, la complessità delle piattaforme è ancora più elevata, per via della necessità di dover neutralizzare sistemi e contro-misure nemiche e quindi di operare in contesti ambientali al limite. Detto altrimenti, un Boeing 747 non deve essere in grado di evadere le difese missilistiche nemiche, di rimanere invisibile ai radar o di compiere manovre complesse per sfuggire all’inseguimento di caccia avversari. Ciò porta al punto evidenziato nella domanda: sviluppare le capacità tecnologiche e industriali per raggiungere questa performance tecnologica è estremamente difficile e costoso, in quanto si opera letteralmente alla frontiera della tecnologia.

Perché si è pensato, al contrario, che invece anche in campo militare, come in quello civile, fosse facile imitare i prodotti e le tecnologie altrui?

Mauro Gilli: Ottima domanda, che riporta al punto sulla connessione tra il mondo accademico e quello di “policy”. Ci sono molte ragioni, credo che tre in particolare giochino un ruolo centrale.
Il primo ha a che fare con il fatto che chi studia scienze politiche e relazioni internazionali, generalmente, ha solo un’“infarinatura di base” limitata a “introduzione alla microeconomia”, “introduzione alla macroeconomia”, e, quando va bene, “introduzione all’economia internazionale”. Qui non si tratta del solito dibattito tra economia neoclassica ed eterodossa. Ci sono studi, tra l’altro anche e soprattutto di professori italiani come Michele Boldrin, Andrea Prencipe, e Stefano Brusoni che sono illuminanti a proposito. Il problema è che gli studenti di master e dottorato in scienze politiche e relazioni internazionali, negli Stati Uniti come in Italia, sono portati a prendere per realistici degli assunti di base che invece non lo sono – ad esempio sulla sostuibilità dei fattori di produzione, sulla “non escludibilità” della conoscenza, o sull’assenza di costi di transazione.
In secondo luogo, c’è pochissima attenzione per discipline quali Storia Economica e Storia della Tecnologia. In questo, dobbiamo riconoscere un debito all’Università di Torino che prevedeva un corso a tal proposito, che ci ha aperto gli occhi, facendoci conoscere studiosi come Nathan Rosenberg, deceduto solo alcuni anni fa, e probabilmente il più influente storico economico del secolo passato. Storia della tecnologia è un campo ancora meno esplorato.
In terzo luogo, salvo rarissime eccezioni – come alcuni studiosi Columbia University, MIT e Unviersity of Chicago, e i loro discepoli – anche negli Stati Uniti, gli aspetti tecnici della tecnologia militare vengono largamente ignorati. Questo è comprensibile, perché leggersi articoli e volumi accademici in ingegneria, per chi non ha delle basi scientifiche, è estremamente difficile e richiede tempo.

Secondo la vostra ricerca la distanza esistente tra gli Usa e i loro principali rivali in campo tecnologico-militare, Cina inclusa, è ancora molto ampia. Questo anche nonostante la rivoluzione digitale e anche l’ampio uso di cyber spionaggio che viene attribuito in questi anni a alcuni Paesi. Quanto a lungo potrà restare questa distanza, questo gap, in particolare tra Usa e Cina?

Andrea Gilli: Questa è una domanda importante a cui la nostra ricerca, e nessuna ricerca al mondo, può dare una risposta precisa. Il nostro lavoro può, però, aiutare a capire quali variabili influenzeranno queste dinamiche. Facciamo qualche considerazione generale e poi qualche considerazione più dettagliata. In primo luogo, il nostro lavoro suggerisce che la superiorità tecnologica americana non verrà raggiunta facilmente e velocemente. Le risorse investite possono aiutare a ridurre i tempi, ma come argomentiamo a livello teorico e dimostriamo empiricamente, le risorse finanziarie bastano fino ad un certo punto. In secondo luogo, molto dipenderà da cosa Stati Uniti e Cina faranno negli anni a venire. Gli Stati Uniti, per esempio, potrebbero smettere domani di investire in tecnologia militare, magari per finanziare infrastrutture o welfare a livello domestico. Allo stesso modo, il successo della Cina dipenderà dalle sue scelte interne, a partire dalla politica nel campo dell’istruzione. A ciò vanno aggiunte considerazioni più dettagliate sulla superiorità tecnologica futura. Gli Stati Uniti, come anche la Cina, stanno cercando di capire come sfruttare l’intelligenza artificiale e in particolare varie tecniche di machine learning, così come il progresso nel campo dei sensori, dei materiali e dei processori per il futuro. La nostra ricerca suggerisce che queste nuove tecnologie supportano, ma non sostituiscono, le attuali capacità militari. Di conseguenza, il primato tecnologico futuro nel campo militare dipenderà tanto da capacità industriali tradizionali che dalla capacità di integrarle con competenze più recenti.

Quanto, in questa differenza tra le capacità militari delle potenze, Usa e Cina, incidono o possono incidere anche altri fattori, ad esempio per quanto riguarda le capacità operative delle forze armate, o la loro capacità di proiezione globale o anche, per esempio, la differenza e le dimensioni della potenza navale?

Andrea Gilli: Il potere militare è il prodotto di molte variabili. La tecnologia militare è solo una di queste e non sempre la più importante. Se non si comprende il funzionamento o l’utilità di alcune piattaforme militari, si finisce per perdere le guerre o le battaglie. Per esempio, prima della Seconda Guerra Mondiale, Giappone e Germania non investirono in sottomarini in quanto pensavano che la loro utilità fosse venuta meno, a causa dell’invenzione del radar e del sonar. La campagna dell’Atlantico e del Pacifico dimostrò altrimenti. Questo aneddoto ci porta a considerazioni più generali. Forze armate addestrate, preparate e sempre pronte permettono di comprendere dinamiche tattiche, operative e tecnologiche e ciò può aiutare a sfruttare meglio innovazioni tecnologiche o nuove piattaforme. Per esempio, gli Stati Uniti compresero l’importanza delle portaerei durante una serie di wargames svolti a Newport, in Rhode Island, dove ha sede il Naval War College. Quelle intuizioni concettuali guidarono poi gli investimenti in tecnologia e piattaforme. Le dimenzioni delle forze armate possono aiutare, soprattutto quando si tratta di importanti economie di scala, ma non bisogna dimenticare che organizzazioni molto grandi diventano inevitabilmente anche più rigide e quindi possono fare più fatica a innovare o modernizzarsi.

Per quanto riguarda invece il tema del cyber spionaggio e anche, quello degli investimenti nelle tecnologie di tipo digitale, intelligenza artificiale e robotica, messe in atto dalla Cina, è possibile che almeno in questi settori, dove Pechino si è molto spesa in questi anni, vi possa essere a breve un sorpasso cinese a danno degli Usa?

Mauro Gilli: Tutto è ovviamente possibile. Ci sono però buone ragioni per dubitarne. Andrea ha appena pubblicato un paper sul tema. Faccio tre, brevi, considerazioni. In primo luogo, l’intelligenza artificiale complementa, non sostituisce, le tradizionali competenze tecnologiche. La ragione, tra le altre, è implicita nel nostro studio e ci porta alla seconda considerazione. L’intelligenza artificiale, e in particolare le tecniche di machine learning, hanno bisogno di dati. Ma se, come diciamo nel nostro studio, gran parte della conoscenza tecnologica necessaria per sviluppare armamenti complessi è tacita e non codificabile, il contributo che AI e ML possono fornire è limitato. In terzo luogo, i dati a nostra disposizione dicono che sì, i ricercatori cinesi pubblicano sempre più paper in questo campo, nel primo percentile dei paper accademici per numero di citazioni, i ricercatori cinesi latitano. Ciò non sorprende, perché sappiamo che in Cina non ci sono le migliori condizioni per fare ricerca, dalla libertà accademica a tutela contro il plagiarismo a istituzioni sociali e morali che incentivano l’innovazione.

Che cosa dovrebbero fare gli Usa per mantenere il proprio vantaggio tecnologico-militare rispetto ai loro diretti competitor?

Andrea e Mauro Gilli: La nostra ricerca non è definitiva e, anzi, invita molto altro lavoro in questo campo. Sulla base di cosa abbiamo studiato, la soluzione è semplice: continuare a favorire innovazione, mantenere la spesa in ricerca, sviluppo ma anche procurement così da non far atrofizzare conoscenze tecniche e pratiche e parallelamente lasciare alle forze armate, industria e tecnici lo spazio per sperimentare ad ogni livello così da sfruttare ogni possibile opportunità.

Enrico Casini è direttore di Europa Atlantica

Michele Pierri è direttore di Cyber Affairs

*Le opinioni espresse da Andrea Gilli sono da considerare come strettamente personali e non riflettono quelle della Nato o del Nato Defense College

ultima modifica: 2019-04-14T10:10:01+00:00 da Europa Atlantica

 

 

 

 

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