Phisikk du role – Attenti a dare un significato politico alle europee, Bonino e Renzi insegnano

Phisikk du role – Attenti a dare un significato politico alle europee, Bonino e Renzi insegnano
Sono tre le ragioni per cui non si può fare delle prossime elezioni europee oggetto di analisi degli aruspici per capire il prossimo futuro. Ecco quali. La rubrica di Pino Pisicchio

Tacciono dunque i sondaggi che, nella guerra politica moderna, fatta con tutte le declinazioni possibili della comunicazione, sono strumenti di lotta più efficaci di comizi e persino di episodiche comparsate televisive. Avremo così un paio di settimane afone e ai compagnucci del nostro bar sport sarà sottratto il gusto della scommessa e del tifo da curva nord.

Assisteremo, dunque, ad una coda di campagna elettorale flaccida e straniante che farà commentare, almeno a quelli che hanno memoria di più alte e combattute kermesse del passato sempre più remoto, con espressioni del tipo “questa campagna non si scalda mai”. È la Terza Repubblica, bellezza, e la politica è un prodotto da spot che scade veloce, più di uno yogurt bulgaro sbarcato nel bar sport dopo una traversata sulle camionabili dell’est.

Una cosa, però, dobbiamo portare a mente: attenzione ai risultati italiani delle europee, non facciamone oggetto di analisi degli aruspici per capire il prossimo futuro, nel senso di interpretare un avanzamento o un arretramento di questo o quel partito come una prova definitiva per capire il prossimo giro politico. Perché non è così. E per molte ragioni.

La prima, che potrà sembrare la più banale, ma che invece ha più senso di tutte: i nuovi elettori, persa la fede per le scomparse religioni di partito, votano ogni volta secondo l’aria che tira – leggasi voto d’opinione e non di appartenenza (appartenenza a chi, poi?) – e distinguendo le scelte secondo i livelli della rappresentanza. Non ci credete? Provate a dare un’occhiata al voto del 4 marzo del 2018 nel Lazio e in Lombardia, dove si votava per le politiche e per le regionali nello stesso giorno. Partiti in fulgida ascesa come il Movimento Cinque Stelle facevano registrare uno spread addirittura del del 5-6% tra il voto regionale e quello politico: l’elettore del M5S, insomma, nello stesso momento inseriva nelle due urne schede che premiavano due simboli diversi, uno (per le politiche) per il suo movimento e l’altro per un partito diverso (alla regione).

La seconda ragione è rappresentata dal diverso “sentiment” che accompagna la partecipazione al voto nelle europee: l’elettore (purtroppo) avverte Bruxelles come capitale politica distante, non decisiva ai fini del suo personale destino. E dunque vota con minore coinvolgimento, lasciandosi catturare dal rumore di fondo del momento e, dunque,compiendo anche qualche infedeltà rispetto all’ultima scelta compiuta.

La terza ragione sta nel diverso bacino elettorale rispetto alle politiche. Perché la numerosità dei partecipanti al voto cambia – eccome – i risultati finali. Per capirci: se nel 1979, data delle prime elezioni europee con suffragio popolare diretto, i votanti alle politiche (90%) e quelli alle europee (85,65%) non erano percentualmente così distanti, legislatura dopo legislatura la differenza di partecipazione si è fatta sempre più alta, fino a far registrare quasi il 18% a svantaggio del voto per il PE tra le elezioni politiche del 2013 e quelle europee del 2014.

Si tratta di otto milioni e mezzo di elettori mancanti, una massa in grado stravolgere ogni risultato e che alla fine premia solo i partiti con elettori superfidelizzati che si muovono a testuggine (per la semplice ragione che se raccolgo il 5% degli elettori con una partecipazione del 100% degli aventi diritto, quando la partecipazione si riduce al 50% i miei voti varranno il doppio). Il risultato della combinazione di tutti questi elementi ce lo raccontano episodi eloquenti di importantissimi performance registrate alle europee e poi smentite clamorosamente nel turno delle politiche immediatamente successive.

Nel ’99 Emma Bonino raccolse un formidabile 8,45% e sette seggi al Parlamento Europeo: solo due anni dopo alle politiche scendeva al 2,24%. Più recente e presente nella memoria di tutti è il risultato del Pd di Renzi: un inarrivabile 40,81% alle europee del 2014 e il 18,76% delle politiche dello scorso anno. Conclusione: attenti al risultato del 26 maggio, ma senza esagerare.

ultima modifica: 2019-05-13T09:10:09+00:00 da Pino Pisicchio

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: