Il Ciberspazio ha rivoluzionato in modo radicale il nostro modo di “stare al mondo”, il nostro modo di pensare e relazionarci, di scambiare idee e condividere informazioni, in una parola di “essere connessi”.
L’info-sfera, diversamente dall’ambiente naturale che abbiamo “trovato”, è il prodotto dell’homo faber, della sua creatività, tanto che questo mondo artificiale è diventato il nostro ambiente naturale, per cui in un mondo così trasformato dall’uomo, come diceva Heisenberg, “noi incontriamo sempre e soltanto noi stessi”.
Per la prima volta nella storia dell’umanità, grazie all’ingegneria genetica e all’intelligenza artificiale, l’uomo è in grado di globalizzare il bìos, rompendo lo stesso ciclo vitale e aprendo così la strada ad una nuova forma di post-umanesimo dove regna Homo Deus: la divinizzazione dell’uomo.
Le scienze biologiche spiegano che tutti gli organismi, organici e inorganici, sono algoritmi, trasformando la rivoluzione informatica in una questione non solo tecnica e meccanica, ma in una rivoluzione cognitiva ed umanista che pone al centro la questione antropologica e sociale per cui “Stiamo per essere sommersi da un diluvio di dispositivi, strumenti e strutture estremamente utili che non ammettano il libero arbitrio dell’individuo umano. La democrazia, il libero mercato e i diritti umani riusciranno a sopravvivere al diluvio?” (Harari).
La coscienza di questo nuovo modo di stare al mondo e di essere connessi, e la consapevolezza delle questioni legate alla sicurezza cibernetica e la necessità dell’affermarsi di una cultura digitale adeguata alle trasformazioni in atto è necessario soprattutto per la difesa delle nostre libertà individuali, che sono alla base del sistema democratico e che, come sappiamo dai recenti fatti, mi riferisco al caso Facebook/Cambridge Analityca, sono sempre di più sotto sotto attacco.
Ed ancora sul piano aziendale la consapevolezza e la responsabilità dei vertici aziendali è necessaria per la difesa di asset strategici e di strategie di contenimento di rischi per i propri clienti. In gioco c’è il potenziale di sviluppo e di innovazione del Sistema Paese.
Nella prospettiva geopolitica internazionale, questa consapevolezza di tutelare l’ambiente della sicurezza informatica si è tradotta a livello europeo nella direttiva GDPR e NIS, il cui “effetto trasformativo” ha generato un sistema integrato e cooperativo, governato da autorità nazionali ed europee e basato su standard di sicurezza comuni e su regole obbligatorie, con una particolare attenzione alla resilienza di comparti strategici, come energia, trasporti, credito, finanza, salute e risorse idriche. Sembrerebbe essere veramente il primo passo verso la sicurezza militare e la difesa comune dell’Unione europea.
In questo quadro di estrema sintesi, il ruolo dell’Italia è ancora marginale ed arretrato rispetto agli Paesi del G7, a causa della mancanza di una visione politica complessiva e di un approccio sistemico di partenariato pubblico-privato dove le università ed i centri di ricerca rappresentano il collante decisivo.
Si rende, dunque, necessario implementare gli strumenti della cooperazione internazionale e, in particolare quelli affidati alla cyber diplomacy, in un spazio riconosciuto come “quinta dimensione della conflittualità”, non ancora governato da regole di ingaggio condivise sulla condotta degli Stati.
La concentrazione oligopolistica di un enorme potere di mercato e di influenza culturale e politica ha di fatto ridisegnato del tutto la geografia dei poteri, i rapporti tra individuo e Stato, tra pubblico e privato.
La condivisione di ogni aspetto della vita e la moltiplicazione di big data per il sistema economico costituiscono il fondamento della new economy digitale, fondata sullo sfruttamento commerciale delle informazioni personali e sulla costruzioni di profili identitari omologanti.
La velocità di generazione dei dati e il volume di questi flussi continui si combinano e vengono elaborati dal linguaggio matematico-informatico, determinando un forte impatto sulla libera formazione della personalità e sulle scelte degli individui nei diversi ambiti dove essa si svolge, in ambito politico, economico e sociale.
Una recente ricerca ha rilevato che già oggi l’algoritmo di Facebook, elaborando e combinando i nostri dati personali, è un giudice migliore della nostra personalità e delle nostre inclinazioni rispetto alla cerchia dei nostri amici e familiari.
Questo passaggio dall’autorità degli uomini agli algoritmi, che si verifica quotidianamente in modo più o meno consapevole, non ci è imposto ma è il risultato di una “servitù volontaria”.
Nel tempo del dominio planetario della tecno-finanza, il tema di “chi” possiede i dati è strettamente legato alla nostra identità, e cioè al “chi siamo” nel fluire ininterrotto di informazioni detenute da altri soggetti secondo processi computazionali e di profilazione che prescindono dall’autonomia e dalla intenzionalità della persona interessata.
Secondo quale criterio è possibile comporre questo conflitti di interessi e di valori tra sfera privata e i signori della Rete ?
In conclusione, per progettare un futuro che rifletta obiettivi e valori comuni è di fondamentale importanza sviluppare una visione condivisa del cambiamento in atto.
In questa prospettiva si inserisce la realizzazione di una piattaforma integrata e cooperativa denominata “Digital Policy Council”, promossa dall’Accademia Internazionale per lo Sviluppo Economico e Sociale, e gestita sul piano tecnico-amministrativo dalla società Universal Trust, che intende promuovere un’alleanza virtuosa tra i diversi settori del mondo digitale (AI, Blockchain, Cybersecurity, Data Privacy, Industria 4.0, Fintech) e i protagonisti del cambiamento.
L’obiettivo è di avvalersi di varie forme di partenariato pubblico-privato, con la partecipazione dei diversi stakeholder e con una forte vocazione alla cooperazione internazionale, con l’obiettivo di realizzare attività di interesse collettivo, supportando policy e processi decisionali a livello regionale, nazionale e internazionale, per rafforzare il ruolo dell’Italia nella difesa delle libertà e della sicurezza cibernetica in tutti quegli ambiti che l’hanno resa protagonista in Europa e nel mondo.
C’è bisogno di una visione integrata e interdisciplinare, in grado di comprendere come la tecnologia ha un impatto decisivo sulle nostre vite e su quelle delle generazioni future, riconfigurando gli scenari economici, sociali, culturali e umani in cui operiamo.
Sebbene questo profondo stato di incertezza implichi l’impossibilità di prevedere gli effetti delle trasformazioni in atto, la loro complessità e il grado di interazione tra i diversi settori pone in capo agli stakeholder del mondo globale (governi, aziende, università e la società civile) la responsabilità di riunire tecnologia e umanesimo, collaborando al fine di comprenderne meglio le dinamiche.

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