In Europa? Non troppo in difesa. Le opinioni di Crosetto, Volpi e Tesei allo Iai

In Europa? Non troppo in difesa. Le opinioni di Crosetto, Volpi e Tesei allo Iai
Tutte le priorità italiane nell'Alleanza Atlantica emerse dall'evento organizzato a Roma dall'Istituto Affari Internazionali. A parteciparvi, anche il sottosegretario alla Difesa della Lega, il presidente della commissione Difesa al Senato e il presidente dell’Aiad

Due punti di forza da difendere: la partecipazione alle missioni internazionali e il rapporto privilegiato (anche sul fronte industriale) con Washington. Parallelamente, due punti deboli da sanare al più presto: il budget troppo risicato e l’impreparazione alla partita della Difesa europea. È questa la tabella di marcia per l’Italia nel 70esimo anniversario dell’Alleanza Atlantica, tra la sfida libica e le nuove minacce alla sicurezza, un percorso disegnato dall’evento organizzato a Roma dall’Istituto affari internazionali (Iai) e dalla Nato Public Diplomacy Division, con Formiche in qualità di media partner.

IL PUNTO DI VOLPI

Il punto di partenza, ha spiegato il sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi, “è la consapevolezza che la Nato è un progetto politico, fondato sui valori delle democrazie liberali”. Da ciò, ha aggiunto, “deriva la continuità della sua azione e della sensibilità politica nei suoi confronti”. Riscoprendo tali valori, si possono affrontare le sfide globali, ben oltre il tradizionale e semplice confronto con l’Orso russo. Un campanello d’allarme arriva a tal proposito da Pechino, che ha rinnovato le proprie ambizioni e che si stringe sempre di più a Mosca anche sul fronte militare. “Da atlantista convinto – ha detto il sottosegretario della Lega – se le tensioni con la Russia hanno anche un’appendice cinese, come sembra ormai evidente ad esempio nel continente africano, mi chiedo se non sia il momento che la Nato si chiarisca fino in fondo su quanto sia diventato obsoleto pensare solo al confronto con Mosca”.

OCCORRE FARE SCELTE CHIARE (ANCHE SULLA CINA)

Su questo, anche il nostro Paese è “chiamato a delle chiare scelte strategiche”, accompagnate opportunamente da “una politica industriale conforme al posizionamento internazionale”, tradizionalmente inserito nel binario transatlantico, ha rimarcato Volpi. “All’interno di un’alleanza – ha rimarcato – le tecnologie devono essere omogenee”. Certo, questo si lega anche al fronte europeo, dove Francia e Germania non sembrano tanto inclini a una linea comune su alcuni dossier, difesa comune in testa. “Stanno facendo un carro armato insieme e non vogliono che gli italiani entrino in questo consorzio”, ha ricordato Volpi.

UN BUDGET CHE CI METTE IN DIFFICOLTA’

Stringere il rapporto con Washington e rafforzare il peso nell’Alleanza Atlantica dovrebbe permettere anche di acquistare credibilità nel contesto europeo. Affinché questa logica funzioni, serve però la conferma di essere un partner credibile in seno all’Alleanza. Qui viene il primo nodo, quello del budget destinato alla Difesa. L’Italia è ferma all’1,2% del Pil, rispetto all’obiettivo Nato del 2% entro il 2024. “Lo 0,8% che manca – ha ricordato Guido Crosetto, presidente dell’Aiad – è pari a circa 16 miliardi di dollari, quanto una Legge navale all’anno; qui sta la difficoltà politica”. Eppure, il tema è determinante. Dagli investimenti dipende “la capacità di mantenere un apparato militare che abbia dignità tale da darci credibilità internazionale”, ma anche “l’impatto sull’industria nazionale della difesa che rischia di essere, se non si inverte il trend, quello della distruzione totale”. In Europa, la proposta di Crosetto è la stessa già avanza a più riprese: “Escludere le spese per la difesa dal calcolo della legge di stabilità”.

IL PESO DEGLI IMPEGNI ALL’ESTERO

Ma se sul budget ce la caviamo piuttosto male, sulle missioni internazionali acquistiamo punti importanti da poter convertire in peso politico. È per questo, ha notato la presidente della commissione Difesa del Senato, Donatella Tesei, che il pacchetto missioni destinato ad approdare presto in aula “deve procedere senza differenziazioni politiche”. In commissione, ha ricordato, “il voto è stato unanime e ci aspettiamo che possa essere condiviso in maniera ancora più forte”. D’altronde, in ballo c’è l’impegno di circa 6.300 militari italiani, per cui il piano del governo ha visto la conferma di tutte le missioni in corso, Afghanistan compreso (seppur con una leggera riduzione, tra l’altro già prevista nell’ultima proroga).

IL FIANCO SUD

Una volta acquistato il giusto peso politico, anche attraverso le missioni, l’Italia deve far sentire la sua voce nell’Alleanza. L’obiettivo è orientarne le scelte strategiche verso obiettivi per noi più sensibili. Il primo è il Mediterraneo, hanno concordato tutti gli intervenuti, accolti dal presidente dello Iai Ferdinando Nelli Feroci e moderati dal direttore di Formiche Flavia Giacobbe. “Siamo molto determinati – ha assicurato la Tesei – a far comprendere agli alleati la complessità delle minacce che arrivano da sud e delle questioni che riguardano il Mediterraneo”. Per l’Italia, gli ha fatto eco il capo dell’Ufficio Nato alla Farnesina Fabio Rugge, “il problema è centrale, con una serie di minacce che evolvono in modo cangiante e imprevedibile”. Per comprenderle, ha ricordato, è attivo da circa un anno l’Hub di Napoli, a cui occorre però far seguito con rinnovata attenzione.

GUARDARE A WASHINGTON

L’interlocutore a cui guardare è, ancora una volta, a Washington. “Attraverso la rotta atlantica e impegnandoci maggiormente sulla Nato – ha notato Fabrizio Luciolli, presidente del Comitato atlantico italiano – possiamo recuperare il peso significativo che ci spetta anche in sede europea”. Guai a farsi distrarre dai toni dell’attuale presidenza. Donald Trump, ha spiegato Alessandro Cattaneo, rappresentante permanente aggiunto dell’Italia alla Nato, ha rappresentato una novità “più nella retorica che nella sostanza; più negli eccessi e nelle modalità verbali che sui temi”. D’altra parte, ha aggiunto nel suo intervento di apertura Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa dello Iai, è anche vero che gli Stati Uniti si dimostrano da diversi anni intenzionati a ridurre il loro ruolo nel Mediterraneo. Eppure, se si vogliono coinvolgere altri alleati sulla gestione delle minacce e delle instabilità (a partire dal complesso nodo libico), proprio la Nato offre il contesto ideale.

ultima modifica: 2019-06-14T09:30:52+00:00 da Stefano Pioppi