Le memorie di Ronzinante”, edito a Maggio 2019 da Effigi, è l’ultimo libro di Donatella Tognaccini, un romanzo suddiviso in una introduzione di quattro capitoli e in 36 brevi racconti a metà fra l’autobiografico, lo psicologico ed il fantasy. Descrive un viaggio immaginario con Cervantes, partendo da alcune riflessioni sul “Don Chisciotte” per arrivare a narrare storie di vita vissuta ed immaginata. Il testo si avvicina ai noti “Il castello dei destini incrociati” e “Palomar” di Calvino per l’ingegnosità narrativa e stilistica tale da far perdere al lettore i confini fra realtà e fantasia.

Chi è Ronzinante? E perché proprio lui? Ronzinante è il cavallo di Don Chisciotte, nell’omonimo romanzo di Cervantes, ma, come si deduce dal nome, più che un cavallo era un ronzino a cui il protagonista dà un nome altisonante e, nella sua fervida immaginazione, considera come uno dei più grandi cavalli della storia, simile ad esempio al Bucefalo di Alessandro Magno. Il titolo del libro incuriosisce subito il lettore per almeno tre motivi: primo perché sul famoso cavaliere della Mancia sono stati scritti fiumi d’inchiostro ed è troppo inflazionato per potergli dedicare un titolo; secondo perché Ronzinante ci potrà raccontare qualche storia inedita rispetto al romanzo e terzo, ma non ultimo per importanza, perché i ronzini in generale sono più simpatici e popolari dei destrieri.

Tognaccini, docente di Lettere in un liceo senese ed autrice di vari testi di carattere storico-artistico sul Chianti, riflette in queste memorie la sua vita da insegnante, a contatto ogni giorno con centinaia di studenti, (interessanti le considerazioni sul ruolo dell’insegnante paragonato al centauro Chirone “che si distingueva per saggezza dal carattere violento degli altri centauri”), e quella di scrittrice in rapporto ideale con i vari lettori definiti “gli ospiti desiderati dalla pagina” (cfr.“Il passo della scrittura è necessariamente imprudente. Non lo insegnano a scuola. Ti dicono di mettere le briglie al discorso, di controllare ogni particolare. Alla fine il testo è una difesa, una fortezza, una lotta al coltello fra chi legge e vuole violarlo e chi lo custodisce e deve difenderlo”).

Divertenti i racconti a carattere mitologico come quello su Aracne, che non si spiega come mai Atena l’abbia condannata a filare con la bocca trasformandola in un ragno, e su Pan, che divenuto un insegnante di poesia tiene una lezione durante la quale i ragazzi si sollevano magicamente da terra e guardano il mondo dall’alto.

Parafrasando Flaubert, direi che per la Tognaccini vale il motto “Ronzinante, c’est moi” perché, alla fine del romanzo, si capisce che il ronzino è il suo alter ego o comunque un suo complice nell’arte difficile di “abitare il mondo”.

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