La misurazione delle performance è ormai divenuta una prassi abituale in quasi tutte le dimensioni dell’agire umano e della vita culturale, sociale e civile del nostro Paese. Oggi misuriamo tutto: dai battiti cardiaci durante le ore di jogging agli impatti economici che un progetto culturale genera sul territorio.

È quindi un paradosso che l’attività legislativa, così rilevante per la vita democratica, sfugga ad una logica di misurazione.

Risulta ormai indispensabile avviare un ragionamento che abbia l’obiettivo di introdurre, per ogni testo di legge che abbia adeguata rilevanza, una serie di obiettivi che il suddetto testo di legge si prefigge di raggiungere e gli indicatori attraverso i quali misurare l’avanzamento progressivo dei risultati.

Ovviamente, non sempre questa attività sarebbe applicabile, ma l’introduzione di queste previsioni potrebbe generare un incremento qualitativo del nostro agire civile e un indiscutibile miglioramento del dibattito pubblico e politico.

Associare ad una proposta di legge degli obiettivi, infatti, permetterebbe di approfondire una dimensione concreta dell’attività parlamentare e di creare condizioni oggettive che ridurrebbero l’aleatorietà delle regole del nostro Paese.

Per essere più concreti, si pensi ad una proposta di legge legata ai beni culturali e, più nel dettaglio, ad un testo di legge che propone una riorganizzazione del ministero. Obiettivi della legge sarebbero ridurre i costi di struttura ed incrementare l’efficienza gestionale (numero di pratiche evase). Questi obiettivi potrebbero essere misurati, ad esempio, in termini di riduzione degli incarichi esterni e tempo medio di evasione delle pratiche.

Una proposta così formulata dovrebbe anche indicare degli obiettivi formali (ad esempio, riduzione dei costi per incarichi esterni del 3% a 12 mesi, del 5% a 18 mesi, del 6% a 24 mesi e via dicendo, fissando un periodo minimo perché si inizino a vedere i risultati e un margine massimo di scostamento per gli obiettivi a medio termine). Le implicazioni di una tale proposta sono evidenti: in Parlamento si andrebbero a discutere il testo di legge (così come già oggi accade) e tutte le altre dimensioni allegate (indicatori, tempi, risultati di medio periodo, ecc.).

Ciò comporterebbe un maggior tempo di approvazione, è vero, ma garantirebbe anche una nuova stabilità legislativa. Continuando con l’esempio già citato, immaginiamo che la riforma venga approvata e che, nonostante lo scetticismo di tecnici e politici dell’opposizione, produca davvero i risultati sperati, rispettando tempi e obiettivi. In questo caso, anche qualora l’esecutivo cambiasse, sarebbe improbabile che un nuovo ministro producesse una contro-riforma.

Per quanto possa apparire una questione di poco conto, una previsione di questo tipo potrebbe apportare un miglioramento reale nella nostra vita quotidiana.  Uno dei principali problemi del nostro Paese e della nostra economia, infatti, è rappresentato dallo stato di completa instabilità politica in cui l’Italia versa ormai da anni. Spesso si tende a sottovalutare questo aspetto, ma l’incertezza è uno dei fattori che maggiormente inibiscono l’iniziativa personale e imprenditoriale. E questo incide inevitabilmente su molteplici settori: dai famosi Ide (investimenti diretti esteri) all’auto-imprenditorialità, fino all’acquisto di un’opera d’arte (nel nostro Paese non sempre è chiaro quando un’opera d’arte potrà poi essere immessa nel mercato estero o essere soggetta a restrizioni in virtù del proprio valore culturale). Dotare il nostro Paese di regole che non dipendano esclusivamente da una dimensione “politica” (nel senso meno nobile del termine) ma che invece abbiano un ancoraggio oggettivo, permetterebbe ad investitori di nutrire nuovamente fiducia nella nostra economia. E forse aumenterebbe il livello di competenza del nostro Parlamento e fornirebbe una serie di informazioni sulle quali gli elettori potrebbero giudicare l’operato delle differenti forze politiche. Cambierebbero anche i programmi elettorali, che vivrebbero un nuovo periodo di vitalità, e si ridurrebbe il peso della “retorica” (anche in questo caso, nel senso meno nobile del termine) nelle scelte più importanti della nostra democrazia.

E forse, avremo finalmente una politica e non una strategia di comunicazione.

 

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