Così la Russia prova a censurare il think tank Usa Atlantic Council

Così la Russia prova a censurare il think tank Usa Atlantic Council
Per la Procura Generale russa il think tank americano, che prima d'altri ha acceso i riflettori sulle campagne di influenza russe nel Vecchio continente (e non solo), è da ritenere "indesiderato" nel Paese. E dalla ambasciata Usa a Mosca giunge un invito a non soffocare la libertà di espressione e dibattito

La censura del Cremlino ha scelto un nuovo bersaglio. L’Atlantic Council, il think tank americano che prima d’altri ha acceso i riflettori sulle campagne di influenza russe nel Vecchio continente (e non solo), è da ritenere “indesiderato” secondo le autorità del Paese guidato dal presidente Vladimir Putin.

LA RICHIESTA

La Procura Generale, che secondo l’agenzia Interfax ha consegnato la sua richiesta al ministero della Giustizia russo, ha reclamato di bandire il ‘pensatoio’ specializzato in politica internazionale, definendolo una “organizzazione indesiderata” che “pone una minaccia alle basi costituzionali e alla sicurezza” della Russia.

LA RICERCA DELL’AC

Nelle poche dichiarazioni rilasciate sinora non è chiaro quali siano i pericoli che il think tank di Washington – considerato uno dei più autorevoli in patria e all’estero – potrebbe causare al Paese. Più semplice ipotizzare che la Ong americana paghi lo scotto di aver approfondito in più occasioni alcuni temi molto sentiti sia negli Stati Uniti sia in Europa. Ad esempio l’annessione unilaterale della Crimea, la crisi ucraina alimentata dai ribelli filo-russi, le manovre in Siria a sostegno del regime di Bashar al-Assad o le interferenze condotte soprattutto attraverso cyber attacchi e campagne sui social media, anche in Italia.

I RIFLETTORI SULLA DISINFORMAZIONE

Già nel novembre del 2016 i ricercatori del ‘pensatoio’ pubblicarono “The Kremlin’s Trojan Horses”, uno studio – poi uscito l’anno seguente in una versione 2.0 – nel quale si analizzava nel dettaglio l’influenza russa all’interno dei sistemi politici e sociali di diversi Paesi europei.
A ciò va aggiunto il lavoro di debunking e di analisi che il Digital Forensic Research Lab – un gruppo di lavoro del think tank dedicato a stanare la disinformazione in Rete – ha condotto nel tempo, scovando molte campagne di fake news attribuibili non solo alla Russia e alla famigerata ‘fabbrica dei troll’ di San Pietroburgo, l’Internet Research Agency (l’Ira), ma anche ad altri attori statuali particolarmente aggressivi nel cyber space come l’Iran.

LE REAZIONI

Molti i commenti in Rete che stigmatizzano la richiesta censoria della Procura Generale russa. Uno dei più significativi è senz’altro quello di Andrea Kalan, portavoce dell’ambasciata Usa a Mosca, che invita a non soffocare la libertà di espressione. “Il dibattito aperto, i punti di vista opposti e lo scambio di idee”, scrive su Twitter, “non sono ‘indesiderabili’. Sono essenziali. L’unica cosa indesiderabile”, sottolinea, “è l’uso da parte della Russia di questa designazione per limitare la discussione reale”.

ultima modifica: 2019-07-26T09:50:51+00:00 da Chiara Masi

 

 

 

 

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