Perché il governo fa bene a non mandare soldati in Siria. Il punto di Jean

Perché il governo fa bene a non mandare soldati in Siria. Il punto di Jean
Conversazione con il generale Carlo Jean, esperto di studi strategici, sulla richiesta Usa di soldati italiani in Siria: “Non sarebbe una mossa logica per noi”. Il rapporto con Washington non ne risentirà. D'altra parte, “il grosso sfregio è stato il memorandum con la Cina: ce lo faranno pagare”

Non c’è alcun rischio di erodere il rapporto con l’alleato d’oltreoceano rifiutando l’invio di soldati italiani in Siria. D’altra parte, ciò che non è andato già a Washington è il memorandum siglato con i cinesi. Parola del generale Carlo Jean, esperto di affari militari e docente di Studi strategici in vari atenei tra cui la Luiss Guido Carli di Roma. Oggi, il Fatto Quotidiano ricostruisce la risposta negativa del governo italiano alla richiesta americana di inviare 150 soldati (“e 10 caccia”), simile al niet arrivato a Washington anche da Berlino. L’idea Usa parrebbe quella di ridimensionare la propria presenza con un maggiore coinvolgimento di alleati e partner. La linea italiana, che sarebbe stata certificata nell’ultimo Consiglio supremo di Difesa, è per il rispetto totale degli impegni assunti (Libia, Afghanistan e Kosovo), ma non per intervenire in un nuovo contesto in cui si rischia di restare incagliati. Di questo e di altro, ne abbiamo parlato con Jean.

Generale, sembrerebbe che gli Usa ci abbiano chiesto di intervenire in Siria, ricevendo in cambio un “no”. È una mossa corretta quella italiana?

Mi sembra una risposta più che logica, data l’attuale situazione in Siria. In più, è la dimostrazione ulteriore del disimpegno americano dal Medio Oriente, con il conseguente tentativo di impegnare maggiormente gli alleati. La risposta italiana è corretta soprattutto per un motivo: la nostra presenza eventuale avrebbe più che altro l’obiettivo di salvaguardare i curdi siriani che hanno costituito la migliore fanteria per gli Stati Uniti nella campagna contro l’Isis. Eppure, i curdi siriani non fanno affidamento sugli europei, bensì sulla Russia, con cui hanno ottimi rapporti. Già negli anni 80 avevano un ufficio di rappresentanza a Mosca, il quale sembra tutt’ora estremamente attivo. Inoltre, stanno rafforzando con la Russia degli accordi che avevano con Assad. Per noi, non avrebbe senso intervenire in queste dinamiche, tra l’altro con una possibilità negoziale estremamente ridotta.

La scorsa settimana sono circolate voci, prontamente smentite dalla Difesa italiana, sull’impiego in Siria di nostri soldati impegnati nella missione Prima Parthica in Iraq. È possibile secondo lei?

Sicuramente no. È senza dubbio una fake news. Per un semplice motivo: lo schieramento in Siria richiederebbe da parte di Assad un assenso che lui non ha la minima intenzione di dare. Con gli italiani, si schiererebbero infatti anche francesi e inglesi, che tuttavia hanno una politica contraria al leader siriano.

L’Italia non ha dunque alcun interesse a intervenire in Siria?

A mio avviso no. Non si vede la ratio di un simile intervento, tanto più che siamo già fortemente impegnati in Iraq, dove la società Trevi ha fatto un lavoro meraviglioso sulla diga di Mosul. Siamo altrettanto fortemente impegnati in Libano, dove portiamo avanti il nostro ruolo nella missione Unifil mantenendo un piede autorevole in Medio Oriente.

Ma rifiutare le richieste Usa sulla Siria non rischia di creare un nuovo strappo con l’alleato d’oltreoceano?

Da questo punto di vista, la situazione mi pare piuttosto tranquilla. Il grosso dello sfregio fatto agli americani è stato il memorandum con la Cina per la Belt and Road Initiative. Sono sicuro che ce lo faranno pagare. Tra l’altro, la cosa folle di quella firma, è che i vantaggi economici sono praticamente zero. Basta vedere come stanno andando gli scambi commerciali, per nulla influenzati dall’accordo. È vero che ci saranno investimenti cinesi nel nostro Paese, soprattutto a Trieste, ma saranno per lo più a favore di Pechino, utili a penetrare nell’Europa centrale in cui la Cina sta entrando grazie all’accordo “16+1”, siglato con molti Paesi dell’area. Lo stesso accordo ha dato luogo a progetti importanti, come la ferrovia ad alta velocità Pireo-Belgrado e la linea, sempre ferroviaria, Belgrado-Budapest.

Considerando che il memorandum con la Cina ha indispettito gli americani, come ha letto la recente visita a Roma del presidente Putin?

Putin è estremamente debole. Anche la sua posizione interna alla Russia si è notevolmente indebolita con le ultime elezioni e, soprattutto, con la riforma del sistema pensionistico che ha danneggiato parecchio la categoria dei pensionati. Inoltre, il presidente russo sembra sempre più preoccupato dal fatto che la Cina stia penetrando in forze in aree che la Russia ritiene di sua esclusiva influenza: l’Asia centrale e ora anche l’Europa orientale. Mosca si sente circondata dalla Cina e non può fare niente. Mi sembrano fantasie il fatto che la Russia ci possa dare una mano sulla stabilizzazione della Libia.

Eppure Mosca sembrerebbe avere una certa influenza sul generale Haftar.

Può dare un po’ di armi alle forze del generale, magari attraverso l’Egitto, ma non è che abbia grosse possibilità in più.

Sulla stabilizzazione libica potremmo comunque contare sulla leadership riconosciutaci dagli americani, ad esempio durante il viaggio del premier Conte dello scorso anno a Washington.

Non credo. Mi sembrano ipotesi che restano nel libro dei sogni del presidente del Consiglio. Non essendosi mai occupato di politica estera, cerca di consolidare la propria posizione interna tentando di far passare dei successi cose che non lo sono. È ridicolo pensare che gli Stati Uniti possano affidare una cabina di regia per la Libia e il Mediterraneo all’Italia.

E perché?

Basta pensare che gli Stati Uniti sono presenti in Niger, interessati soprattutto alla lotta e alla prevenzione nei confronti del terrorismo jihadista in tutta la regione del Sahel. Lo possono fare solo con la stretta collaborazione con i francesi, che invece mantengono interessi diversi dai nostri. Se Washington fosse costretta e scegliere tra Parigi e Roma, credo che opterebbe per la prima.

Ma allora l’Italia come può contare nell’intricato dossier libico?

Come il due di coppe quando briscola è bastoni. Per fortuna abbiamo l’Eni, che ha rafforzato notevolmente le sue posizioni nel Paese. Prima della guerra aveva un terzo della produzione petrolifera libica. Ora è al 50%. La National oil company (Noc) è dominata da ex dirigenti dell’Eni. Il ministero delle Finanze di Tripoli e la Banca centrale sono in stretto contatto con l’Eni, la quale mantiene saggiamente un basso profilo formale e un altissimo profilo sostanziale. Lo stesso vale per gli ottimi rapporti con l’Egitto, su cui il governo italiano si è invece giocato le proprie possibilità. Sono rapporti storici con Il Cairo. Dopo la Guerra dei sei giorni nel 1967, l’Eni, che aveva giacimenti di gas e petrolio in Sinai, continuò a versare le royalties all’Egitto e non a Israele.

Veniamo all’ultimo dossier che, nel campo della Difesa, ha fatto registrare tensioni tra le forze di maggioranza: l’utilizzo delle navi militari per il controllo delle migrazioni. Su queste colonne, il generale Tricarico ha presentato come soluzione una Guardia costiera europea. Che ne pensa?

Sarebbe una buona idea. Peccato che l’Europa non ci dà retta, e dunque siamo punto a capo. Più che altro, mi preme evidenziare un aspetto. In diversi hanno proposto la creazione di una zona di interdizione marittima per bloccare le navi che partono dalla Libia. È opportuno ricordare che ciò richiederebbe anche lo schieramento a terra di un contingente valutato tra le 10mila e 20mila unità. È la consistenza richiesta contro le tribù locali associate alle milizie, nonché contro i trafficanti che, di certo, non prenderebbero bene una simile manovra.

ultima modifica: 2019-07-09T11:00:45+00:00 da Stefano Pioppi