Il ministro della Difesa e il vice ministro degli Esteri sono tornati nel Paese per far visita ai militari italiani e per una serie di incontri con le autorità locali. Il Corno d'Africa resta un'area di interesse strategico per l'Italia, ma anche per Paesi come Cina e Francia. Il suo legame con lo Stretto di Hormuz ne rende la rilevanza ancora più attuale

Nei giorni caldi dello Stretto di Hormuz, al di là della penisola arabica, l’Italia conferma i suoi interessi nella regione del Corno d’Africa e il suo ruolo a favore della libertà di navigazione. Tuttavia, continuano a mancare indicazioni su un’eventuale adesione alla postura promossa da Stati Uniti e Regno Unito per contrastare la crescente aggressività iraniana nelle acque tra Mar arabico e Golfo Persico. In questi giorni, sono a Gibuti il ministro della Difesa Elisabetta Trenta e il vice ministro degli Affari Esteri Emanuela Del Re, entrambe tornate nel Paese per far visita ai militari italiani impegnati in diverse missioni e per una serie di incontri con le autorità locali. D’altra parte, ha spiegato la Trenta, “garantire la libertà di navigazione nella regione è di fondamentale importanza per la sicurezza delle nostre navi commerciali e rappresenta un primo passo per costruire maggiore sicurezza e stabilità in tutta l’Africa”.

LA BASE DI GIBUTI

Con il vice ministro Del Re, il ministro della Difesa ha partecipato alla cerimonia di chiusura del primo corso di addestramento a favore della Guardia costiera gibutina. Con circa 90 militari italiani, la base italiana è stata avviata grazie a uno specifico accordo tra i due Paesi, con l’obiettivo di supportare le esigenze operative nel Corno d’Africa. Esse vanno dalle attività di anti-pirateria nelle acque del golfo di Aden e oltre, al supporto dei Paesi nell’area, fino al sostegno logistico alle diverse operazioni che l’Italia conduce in altri Stati nella regione, a partire dalla Somalia dove un massimo di 53 carabinieri si occupa di training a favore delle Forze di polizia locali.

LA MISSIONE ATALANTA

Nell’area c’è poi la missione Atalanta dell’Unione europea, lanciata nel 2008 per il contrasto all’imperversante pirateria al largo delle coste somale. “L’obiettivo principale – spiega la Difesa – è quello di condurre operazioni di contrasto alla pirateria in mare e allo stesso tempo ad assistere gli Stati regionali che fanno richiesta di sviluppare tale capacità”. Secondo l’ultima autorizzazione arrivata dal Parlamento, per il 2019 l’Italia offre un impiego massimo di 407 miliari, 2 mezzi navali e altrettanti velivoli. Solo qualche giorno fa, la Freem Marceglia ha assunto anche l’incarico di flagship della Task force aeronavale, così da “garantire la stabilità dell’intero Corno d’Africa”, come notato dal ministro Trenta.

L’IMPORTANZA DEL CORNO D’AFRICA

Tutto questo rappresenta un tassello fondamentale della postura italiana nella regione. I rapporti internazionali si fondano anche sui legami nel campo della Difesa. Non è un caso che alla visita della base di Gibuti e a quella su Nave Marceglia si siano sommati gli incontri con le autorità gibutine, in particolare con il ministro degli Esteri Mahamoud Ali Youssouf e il ministro della Difesa Alì Hassan Baldon. Che l’area del Corno d’Africa sia strategica per l’Italia lo dimostrano proprio le visite dei rappresentanti nazionali. Tra tutti, nell’ottobre 2018 è stato in Etiopia ed Eritrea il premier Giuseppe Conte, mentre il dicembre successivo la stessa Del Re aveva tenuto una serie di colloqui con il presidente di Gibuti Ismail Omar Guelleh. Ad aprile scorso era poi arrivata nel Paese la Trenta, così da chiudere l’undicesima edizione della Missione addestrativa italiana (Miadit 11) a favore delle forze somale e gibutine.

L’ESCALATION ALLO STRETTO DI HORMUZ

Tra l’altro, l’area è entrata nell’occhio del ciclone per i rischi di escalation nelle acque dello Stretto di Hormuz, evidentemente connesso alle dinamiche del Corno d’Africa nonché canale alternativo e parallelo per i flussi che legano Asia ed Europa. Il legame tra i due contesti è stato evidenziato ieri dal nuovo capo di Stato maggiore della Marina Giuseppe Cavo Dragone, intervenuto per presentare le proprie linee programmatiche alle commissioni Difesa di Senato e Camera. “Lo Stretto di Hormuz – ha detto – si presenta come un focolaio di tensioni dagli sviluppi imprevedibili, per il quale si sta ventilando l’ipotesi di un pattugliamento navale internazionale per assicurare la libertà di navigazione”. A portarla avanti sono Stati Uniti e Regno Unito, determinati a fronteggiare l’assertività di Teheran e a coinvolgere in questo gli alleati.

UN RUOLO PER L’ITALIA?

Per ora il governo italiano non si è espresso, ma il nostro coinvolgimento non è da escludere per interessi, mezzi ed esperienza. Con la missione Atalanta, ha notato Cavo Dragone, “abbiamo un’unità navale per sei mesi all’anno nell’area limitrofa”. Tale sforzo, “se richiesto, potrebbe agire a doppio cappello e dare una mano al pattugliamento qualora il governo ne ravveda la necessità”. Da sempre, lo Stretto di Hormuz “è un crogiolo di attività e un’area di estremo interesse strategico per l’Italia, e infatti ci siamo già stati tante volte”.

INTERESSI INCROCIATI

Come se non bastasse, nel Corno d’Africa si incrociano gli interessi di altre potenze globali. A Gibuti si trova la prima base oltre-oceano della Marina militare cinese, inaugurata nel 2017 con il chiaro intento di potenziare la presenza del Dragone nell’area e difenderne gli interessi. Tra questi, c’è la protezione dei massicci investimenti che Pechino ha compiuto nel Continente per estendere la Belt and road iniative, una postura che ha accresciute le preoccupazioni di Washington. Anche Parigi ha mostrato a più riprese segni di interesse. A marzo di quest’anno, il presidente Emmanuel Macron si è recato nel Paese per discutere questioni relativamente alla sicurezza e all’economia, confermando che il Corno d’Africa costituisce un obiettivo strategico per la Francia.

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