Come (non) leggere le frizioni gialloverdi sulla Marina. La versione di Tricarico

Come (non) leggere le frizioni gialloverdi sulla Marina. La versione di Tricarico
Conversazione con il generale, presidente della Fondazione Icsa. Alla base del confronto tra i due ministri ci sarebbe “una questione istituzionale” che porta a fraintendere il sistema di ricerca e soccorso sui nostri mari. Un equivoco che “nasce da Mare nostrum”. La soluzione? Una Guardia costiera europea

Il nuovo botta e risposta tra il vice premier Matteo Salvini e il ministro della Difesa Elisabetta Trenta va letto in chiave istituzionale. Restare sul livello politico, produce “litigi quotidiani totalmente improduttivi ai fini della risoluzione del problema”. Parola del generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa e già capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, che Formiche.net ha raggiunto per fare il punto di una situazione che rischia di aprire un nuovo fronte di crisi tra le due forze al governo. Intanto, nell’intervista di oggi al Corriere della Sera, il ministro Trenta ha ricostruito i fatti dello scorso venerdì, cioè la critica nei confronti delle parole usate da Salvini per le navi militari (“servono a far rispettare le leggi e i confini, o a fare da scorta per la navi fuorilegge?”) quando Malta aveva accettato lo sbarco del veliero Alex senza però nessuna motovedetta pronta ad accompagnarlo a La Valletta. “È sorprendente che ora torni ad attaccare i militari dopo che siamo stati noi a chiedere al Viminale se volevano supporto per il trasbordo dei migranti a Malta, visto che nessuno veniva a prenderseli”, ha detto il ministro Trenta. Eppure, ha aggiunto, occorre ragionare sulle cause del problema, a partire dalla crisi libica.

Generale, che idea si è fatto delle nuove frizioni tra i ministri Salvini e Trenta?

Non mi sono voluto fare alcuna idea. Occorre leggere la questione dal punto di vista istituzionale. Andrebbe rimesso ordine nel “chi fa cosa”, cioè in tutte quelle attività di ricerca e soccorso (Sar), e di difesa, nello scenario del Mediterraneo. La legge assegna il compito primario delle attività Sar alle capitanerie di porto, e le incardina presso il ministro delle Infrastrutture e dei trasporti. Ovviamente, ciò non esclude che altre componenti nazionali e internazionali vengano utilizzate per svolgere tali attività, ma tutto avviene sotto il coordinamento e la direzione delle capitanerie di porto, compresi la componente militare, la Guardia di finanza, le navi commerciali e chiunque possa essere utilizzabile allo scopo. Ogni valutazione deve essere fatta dalle capitanerie di porto, a sistema con tutti gli omologhi e i centri di ricerca e soccorso dell’area mediterranea e oltre. Questo è il primo assunto, il quale indica con molta chiarezza responsabilità e compiti.

Anche la Marina ha però compiti di ricerca e soccorso.

Certo. Se si scorressero i compiti affidati alla Marina militare, si troverebbero anche le attività Sar, ma comunque in maniera subordinata e sempre incardinate in un sistema di comando e controllo che vede la capitaneria di porto quale ente deputato a dettare tempi, modi e procedure di intervento. Difficile immaginare l’utilizzo di navi militari per finalità estranee a questa struttura gestionale per quanto riguarda la ricerca e soccorso. Se servono per altri scopi, discutiamone. Ma è strano sentir dire, con riferimenti al dibattito in questione, che la protezione dei confini spetta alla Marina. La protezione dei confini riguarda l’aggressione allo Stato, non il movimento di poveri disperati o attività di scafisti. Per tutto questo ci sono la polizia di frontiera e le capitanerie di porto.

Eppure, come ricordato dalla Trenta nell’intervista al Corriere, la Marina militare è protagonista della missione “Mare sicuro” con quattro navi già schierate.

Mare sicuro è stata pensata laddove sussistano problemi di sicurezza legati non alle migrazioni, ma al terrorismo. È la trasposizione sui traffici marittimi dell’operazione Strade sicure nelle nostre città, uno sforzo a cui fanno carico tematiche attinenti alla Difesa. In ogni caso, il discorso andrebbe ampliato.

Si riferisce al contesto europeo?

Sì. Se ci fosse l’opportunità di uscire dal dibattito quotidiano, sarebbe opportuno ragionare su una missione programmatica che riordini e razionalizzi tutte le attività di ricerca e sviluppo. È un tema che vale la pena affrontare poiché passeranno lustri prima che il fenomeno delle migrazioni di massa possa essere quanto meno regolato. Da anni c’è l’idea, mai attuata, di una Guardia costiera europea a cui contribuiscano tutti gli Stati del Vecchio continente, così da garantire che ognuno faccia la propria parte in un sistema gestito da un unico centro di comando e controllo.

Come funzionerebbe una Guardia costiera europea?

L’esempio di riferimento è EuroControl: negli spazi aerei europei non c’è un velivolo che si possa muovere senza la luce verde di un centro europeo che stabilisce rotte e procedure. Ci potrebbe essere una trasposizione negli spazi marittimi, un EuroSar magari a guida italiana. Il nostro Paese ha ormai messo appunto le capacità e professionalità migliori in tale, fondamentale, attività che sarà la colonna sonora dei prossimi decenni. Possiamo metterle a disposizione dell’Europa per uno sforzo comune al di là di tutti i proclami che si infrangono su litigi quotidiani totalmente improduttivi ai fini della risoluzione del problema.

E sull’operazione EuNavForMed, sospesa da mesi? Il ministro Trenta ha spiegato al Corriere che aveva avvertito Salvini: “senza la missione Sophia torneranno le ong; non ha voluto ascoltare e adesso si lamenta”.

Non riesco a vedere il nesso tra le due cose. Sophia era ed è una missione articolata su tre fasi, l’ultima delle quali riguarda l’invasione di campo rispetto alla sovranità libica sulle proprie acque e sul proprio territorio. Già a chi la programmò non sfuggì il rischio che la missione alimentasse il flusso migratorio, come poi è effettivamente successo. È stata un agevolatore, o almeno un sollecitatore, delle migrazioni. La terza fase, quella più robusta e che comunque non condivido, prevedeva una sorta di blocco navale per evitare gli imbarchi sulle coste libiche, ma non si sarebbe potuta fare senza il consenso delle autorità locali. Venuto meno questo ultimo segmento, la missione è rimasta un’operazione che solca il Mediterraneo incoraggiando il fenomeno. Abbiamo speso migliaia di ore-moto/nave che potevano essere utilizzate in altro modo. D’altra parte, anche Mare Nostrum (la missione italiana lanciata nel 2013, poi divenuta europea con Triton e successivamente sostituita da Themis, ndr) è nata in questo equivoco di titolarità istituzionale a gestire le attività Sar, e porta su di sé pesanti responsabilità per il materializzarsi degli scenari attuali.

Il punto, ha notato il ministro, è spostare l’obiettivo sulle cause del fenomeno: “L’emergenza da affrontare è quanto sta accadendo in Libia perché la situazione è peggiorata sensibilmente”. Su questo è d’accordo?

Sì, anche se è parte di un problema molto più vasto i cui lineamenti sono stati individuati da diverso tempo. Certo, andrebbero ripresi. Occorrerebbe probabilmente una ri-verifica del comprehensive approach, con la previsione di un maggior impegno delle Ong e delle Nazioni Uniti in Libia e nei Paesi limitrofi, non sui mari. Serve un più forte coinvolgimento dell’Onu in terra libica per evitare che partano le navi e accadano le cose orrende a cui purtroppo continuiamo ad assistere. Si tratta di mettere in piedi corridoi umanitari, un sistema di censimento degli aventi titolo e attività volte a eliminare le persecuzioni.

ultima modifica: 2019-07-08T10:30:12+00:00 da Stefano Pioppi