Il prof. Pennisi spiega a cosa è servito il G7 di Biarritz

Il prof. Pennisi spiega a cosa è servito il G7 di Biarritz
Più di una riunione "al caminetto" tra pochissimi intimi accomunati dal rango, è parso un piccolo circo in una cittadina blindata in cui ciascuno dei presenti era soprattutto interessato ai messaggi che poteva, tramite i media del proprio Paese, far pervenire ai propri concittadini, a fini di politica interna

Biarritz, ridente città balneare di 25mila abitanti sulla costa basca della Francia, notissima ed apprezzatissima soprattutto dai britannici negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale ed ora conosciuta soprattutto da chi pratica il surf, potrà essere ricordata come il luogo dove si è tenuto l’ultimo G7? Dato che, senza un documento ufficiale finale e senza un ordine del giorno ben definito, è lecito chiedersi a cosa il “vertice” sia servito. Tanto più che, in contemporanea, a Jackson Hole, nello Wyoming, alla conferenza annuale dei presidenti e governatori delle principali Banche centrali, il governatore della Bank of England lanciava una proposta articolata di riforma del sistema monetario internazionale senza che – a quel che si sa – i protagonisti del G7 ne avessero contezza.

In primo luogo, di un G7 si è trattato solo dal punto vista formale. Al tavolo principale i leader dei principali Paesi della comunità internazionale erano otto, a cui si aggiungevano in alcune sessioni cinque capi di Stato africani invitati dal presidente di turno del sodalizio, Emmanuel Macron, nonché, nella colazione finale, i leader di Sudafrica, Australia, Cile e India, in quanto soci aggregati. In aggiunta, è apparso l’inatteso ministro degli Esteri dell’Iran, dato che era in Francia per un incontro bilaterale con le autorità di Parigi. Quindi, più di una riunione “al caminetto” tra pochissimi intimi accomunati dal rango, è parso un piccolo circo in una cittadina blindata in cui ciascuno dei presenti era soprattutto interessato ai messaggi che poteva, tramite i media del proprio Paese, far pervenire ai propri concittadini, a fini di politica interna.

In secondo luogo, mancava una vera e propria agenda dei lavori. Ciò è stato caratteristica del primo supervertice della serie, nel 1975 nel Castello di Rambouillet, in effetti un G6 limitato ai vertici delle sei democrazie occidentali più industrializzate, proprio in quanto si trattava di uno scambio di vedute riservato tra amici. Successivamente, i supervertici sono diventati sempre più formalizzati; gli sherpas (di solito altissimi funzionari dei ministeri degli Esteri e dell’Economia) preparavano ponderosi dossier sulle principali questioni economiche e politiche del momento, se li scambiavano, e negoziavano prima della riunione la bozza di un attento comunicato finale da definire in dettaglio all’incontro dei “grandi”.

In terzo luogo, i principali problemi valutari e commerciali del momento ed il rischio dell’approssimarsi di una pesante recessione mondiale sono stati appena scalfiti. C’è stato – è vero – un preannuncio di un trattato commerciale che verrebbe negoziato tra Usa e Gran Bretagna, ma ciò conferma unicamente che la “special partnership” tra i due Paesi non si è mai allentata.

In quarto luogo, a conferma dell’estemporaneità del supervertice, all’ultimo momento gli incendi di questi giorni in Amazzonia sono diventati uno dei temi della riunione, ed il capo Indio Raoni si è presentato (pare su invito delle Ong) per attaccare il governo a Brasilia. I “grandi” hanno scucito 20 milioni di euro per l’acquisto di Canadair.

ultima modifica: 2019-08-26T12:00:01+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

 

Chi ha letto questo articolo ha letto anche: