Se migrazione ed emigrazione, economia, disoccupazione e cambiamento climatico hanno costituito i principali argomenti di scontro e di dibattito elettorale in Europa, il recente rapporto Ecfr "How to govern a fragmented EU: What Europeans said at the ballot box" evidenzia che lo stesso non si può dire di un tema come quello della sicurezza e della difesa comune

La designazione di Ursula von der Leyen a presidente della Commissione europea ha generato un dibattito, a livello nazionale nei vari Stati membri come a livello europeo, che probabilmente sarà destinato a durare. Ci si chiede ora come l’ex ministro della Difesa tedesco intenderà guidare ed indirizzare il processo europeo dei prossimi 5 anni e quali saranno le valutazioni e le decisioni della prossima Commissione su vari fronti e dossier, sicurezza e difesa inclusi.

Se guardiamo alla campagna elettorale per le europee, davvero pochi dei 180 partiti entrati in Parlamento europeo hanno veramente affrontato la questione. Questo per una serie di motivi. Innanzitutto, la mancanza di visione concreta e chiara di come l’Europa intenda proseguire in materia di sicurezza e difesa, elemento vitale se pensiamo alle conseguenze della Brexit sul ruolo britannico come attore di sicurezza ed alle insistenti richieste del presidente Usa Donald Trump in merito ad un maggiore impegno budgetario e operazionale da parte degli alleati. Il vicinato europeo ad est, come ad ovest, si dimostra oggi ancora instabile e fragile e questa poca chiarezza dell’Europa sulle proprie intenzioni potrebbe risultare allarmante.

La debole insistenza sull’argomento da parte dei partiti in lizza per un seggio al Parlamento europeo dipende inoltre dalla ricerca di consenso tra gli elettori e dalle priorità che hanno spinto i cittadini europei a votare lo scorso maggio. Se migrazione ed emigrazione, economia, disoccupazione e cambiamento climatico hanno costituito le principali arene di scontro e terreno di dibattito elettorale, come analizzato nel recente rapporto Ecfr “How to govern a fragmented EU: What Europeans said at the ballot box“, lo stesso non si può dire di un tema come quello della sicurezza europea. I motivi sono diversi: il tema della sicurezza non è tangibile e non lo percepiamo nella nostra vita quotidiana, a parte ovviamente la questione della sicurezza dei nostri confini e la questione terrorismo.

Questa percezione del tema sicurezza da parte dei cittadini europei stupisce molto e dovrebbe dare molti spunti di analisi alla nuova dirigenza Ue. In un recente sondaggio Ecfr- Yougov, condotto nel marzo 2019, emerge come i cittadini europei si sentano in realtà insicuri quando si affronta il tema della sicurezza dell’Europa e del futuro della cornice di pace garantita dai trattati europei sin dall’indomani del dopoguerra, ma tuttavia tale insicurezza non trova però corrispettivo nelle motivazioni che hanno portato al voto.

Il 57% degli elettori in Italia e Polonia, il 50% in Germania, il 58% in Francia ritiene in maniera realistica che tra 10-20 anni l’Unione Europea collasserà; il 33% degli elettori in Polonia, il 34% in Francia, 27% Germania, 21% in Italia e 22% in Spagna vede come realistica l’opzione di una guerra tra Stati membri.

Questo senso di incertezza è ancora più radicato tra i giovani, dato che sorprende in quanto essi sono tra principali protagonisti e beneficiari del progetto europeo. Se guardiamo poi all’Italia, scopriamo come la questione sicurezza e difesa sia percepita ancora più debolmente. Alla domanda su quale sarebbe la principale perdita per i cittadini europei in caso di collasso del sistema Ue, gli italiani hanno scelto in ordine preferenziale la perdita di libertà di commercio, di viaggiare liberamente, di lavorare in altri stati membri per poi arrivare ad un debole 15% circa che vede nella fine della collaborazione tra stati su sicurezza e difesa europea come principale perdita mentre negli altri stati Ue tale preoccupazione è condivisa da circa il 30% degli elettorale. Il caso italiano è facilmente interpretabile guardando all’accezione nazionale che viene data a questo tema, ossia di sicurezza come difesa dei confini. Dato che in realtà non riflette cosa pensano effettivamente gli italiani i quali, alla risposta se siano più preoccupati per l’emigrazione dei propri cittadini o per l’immigrazione di stranieri, il 35% li considera a pari merito, il 32% è più preoccupato per l’emigrazione di italiani all’estero mentre il 24% per l’immigrazione.

Il fattore generazionale è stato un elemento di sorpresa ma soprattutto determinante di queste elezioni, non solo per la percezione giovanile della questione sicurezza del continente europeo, ma anche per le forti differenze in termini di preferenze elettorali tra cittadini della stessa fascia di età nei vari stati membri. Tali differenze per gruppi di età sono radicalmente diverse in ciascuno dei grandi Stati membri – e nei gruppi di partito. In Germania, lo stesso numero di elettori sotto i 30 anni ha votato a favore dei Verdi come per Cdu/Csu, Spd e Fdp messi insieme. In Francia i giovanissimi (sotto i 25 anni) hanno votato verde, gli elettori oltre i 55 anni hanno votato di più per Emmanuel Macron mentre gli elettori 25-55 sono stati più propensi a sostenere Marine Le Pen. Nel Regno Unito, i giovani hanno votato i Verdi che, a loro volta, hanno ricevuto meno sostegno dagli elettori più anziani. In Italia tutte le fasce d’età hanno sostenuto Matteo Salvini.

Che cosa dovrebbe fare l’Europa nella prossima legislatura? Innanzitutto, comprendere come queste elezioni rappresentino un punto di svolta del processo d’integrazione europeo. La maggiore partecipazione accompagnata alla scelta di votare partiti euro-scettici e riportare in auge partiti come i Verdi sono un chiaro segnale di come i cittadini europei pretendano un cambiamento e vogliano essere ricollocati al centro del processo europeo. Probabilmente questo non avverrà per questioni come sicurezza e difesa dove le 28 posizioni ancora prevalgono sulla visione comune. Tuttavia, le diverse sfide che attendono l’Europa come attore regionale e globale ed il ruolo diverso che attori mondiali come Stati Uniti, Russia e Cina si stanno ritagliando a livello multilaterale dovrebbero motivare la nuova dirigenza europea a comprendere che è ora di a rilanciare una nuova strategia per l’Ue.

Teresa Coratella è Program Manager dello European Council on Foreign Relations di Roma

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