È da subito dopo l’attentato alle Torri Gemelle che ho modestamente proposto (ed atteso invano) una riflessione, possibilmente a livello internazionale, sulla necessità di un nuovo quadro legislativo che regolasse le emergenze, visto che nel futuro immediato e prevedibile non avremmo avuto né pace né guerra ma solo perduranti e ricorrenti emergenze, domestiche e lontane.

Un’intervista di Sarzanini sull’argomento provocò all’epoca una certa apprensione nelle istituzioni e nel mondo politico (ero a Palazzo Chigi), e mi fruttò, non è poco, una vignetta di Giannelli sul Corriere nella quale veniva prefigurato un possibile stato di polizia.

Poi però gli Stati Uniti, esperti nel creare mostri giuridici, hanno emanato il Patriot Act, un complesso di norme con il quale venivano legittimati comportamenti disumani, la Francia di Hollande, per parare il dilagare del terrorismo, provò ad imporre a proprio piacimento lo stato di emergenza e a creare collettività di apolidi e così via, senza però che il problema di norme adatte a misurarsi con le emergenze venisse affrontato nella sua generalità. Pur non risolto, il problema associato al terrorismo è tuttavia riconoscibile e comprensibile ai più, così non è invece per altri aspetti ugualmente importanti e riguardanti però una collettività che non ha audience, quella militare.

Il generale Bruno Stano, comandante del contingente italiano in Iraq nel 2003 è stato condannato in Cassazione la scorsa settimana ad indennizzare di tasca propria, si parla di alcune decina di milioni, i parenti delle 19 vittime della strage di Nassirya.

Non è invero la prima volta che un comandante militare deve difendersi in tribunale solo per aver fatto il proprio dovere in situazioni emergenziali o di conflitto vero e proprio: il Gen Arpino e l’Amm Guarniere subirono un processo per le bombe in Adriatico nel ’99, io stesso fui indagato sulla base di un esposto di alcuni intellettuali serbi che chiedevano che fosse assicurato alla giustizia il responsabile dei bombardamenti sui Balcani, visto che nessuno aveva dichiarato loro guerra. Noi però – e non era scontato – ce la siamo cavata; Bruno Stano ci ha rimesso le penne, per ora.

La riflessione quindi che viene più spontanea è: ma se al contingente italiano a Nassyria ed oggi agli oltre seimila soldati impegnati in missione all’estero, venisse applicato il Codice Penale Militare di guerra, non sarebbero tutti loro al riparo da una giustizia bizzarra, che pur in presenza di una sentenza di assoluzione in sede penale, sanziona pesantemente i servitori dello Stato colpevoli solo di aver fatto al meglio il loro dovere?Qualcuno ha pensato che simili sentenze sono dei colpi di maglio veri e propri al concetto fondante della gerarchia? Chi mai vorrà comandare anche un piccolo drappello in una missione all’estero o anche in Italia se verrà ritenuto personalmente responsabile della morte di un suo sottoposto?

L’aspetto collaterale più triste ed avvilente della vicenda di Bruno Stano è il commento del Sindacato dei Militari, questi organismi che Trenta si è affrettata a legittimare e che emettono ormai giudizi su tutto: plaudono alla sentenza di condanna (quasi Stano non fosse un militare da proteggere) e minacciano chiunque tenti di cavalcare “inconcepibili richieste di impunità”.

Ministro Guerini, oltre agli auguri sinceri per il mandato che ha appena assunto, la prego di mettere mano quanto prima alla legge che dia forma e contenuto alle attività sindacali, prima che il veleno messo in circolo nell’organismo militare produca effetti irreversibili, ed allo stesso tempo consideri ogni possibile provvedimento atto a riparare i danni già prodotti (il processo a carico di Stano mi dicono sia cosparso da più di una anomalia su cui lavorare) in discontinuità vera con le promesse false di chi la ha preceduta, ed a promuovere una riflessione generale sull’adozione di nuove norme che proteggano gli operatori impegnati in Italia ed all’estero nella quotidiana ed interminabile guerra al terrorismo.

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