Sanità. L’universalismo è in pericolo? Parla Luisella Battaglia

Sanità. L’universalismo è in pericolo? Parla Luisella Battaglia
Conversazione con Luisella Battaglia, professoressa di Filosofia morale e di bioetica presso l’Università degli Studi di Genova e presidente dell’Istituto italiano di bioetica, oltre che componente del Comitato nazionale per la bioetica, intervistata in ambito del progetto “In scienza e coscienza”

sanitàBioetica, filosofia medica, rapporto medico-paziente e universalità del Servizio sanitario nazionale. Di tutto questo e molto altro ne abbiamo parlato con Luisella Battaglia, professoressa di Filosofia morale e di Bioetica presso l’Università degli Studi di Genova e presidente dell’Istituto italiano di bioetica, oltre che componente del Comitato nazionale per la bioetica, intervistata in ambito del progetto “In scienza e coscienza”, nato dalla collaborazione fra Fondazione Roche e Formiche, con l’obiettivo di interrogarsi – e interrogarci – sul dibattito in merito alla libertà prescrittiva del medico e ai vincoli economici imposti dalla limitatezza delle risorse e dalla necessità di Regioni e aziende ospedaliere di gestire il contenimento della spesa sanitaria: come bilanciare le migliori cure con la sostenibilità finanziaria?

Filosofia e medicina, binomio possibile?

Sono profondamente convinta che non solo sia possibile, ma assolutamente necessario. Penso a una medicina umanistica che, nel suo sforzo di riflettere sul significato filosofico originario dell’idea di cura e di avviare un profondo ripensamento della nozione di therapeia, sembra recuperare un’idea antica espressa da Democrito in una lettera a Ippocrate: “Ritengo che la filosofia e la medicina siano sorelle e abitino nella stessa casa; la filosofia libera l’anima dalle passioni, la medicina toglie le malattie del corpo”. Abitare nella stessa casa. Che cosa significa? Possiamo trovare una risposta, ad esempio, in quella vera e propria rivoluzione epocale che è culminata nell’opera del medico filosofo Viktor Von Weizsaecker secondo il quale la medicina dovrebbe essere fondamentalmente un’antropologia il cui punto di partenza è la bi-unità dell’uomo. Contro le chiusure specialistiche, proprie della moderna divisione del lavoro medico, forte è il richiamo all’integrazione dei diversi saperi e quindi l’appello al nuovo umanesimo della medicina.

Secondo lei, come è cambiato negli anni il ruolo del medico?

Nella società contemporanea il ruolo del medico rischia di diventare sempre più quello di un tecnico prigioniero della logica manageriale dell’efficienza. È stata la bioetica, fin dagli anni 70, a porre al centro del dibattito nel mondo della sanità il tema della crisi della medicina occidentale, una crisi attribuibile in parte ai medici, sempre più burocratizzati, e in parte alle esigenze di un’organizzazione che spinge ad aumentare la loro produttività in nome dell’economia e dell’efficienza.

Come si traduce, questo, nel rapporto medico-paziente?

Siamo in presenza di un sistema che non attribuisce più una valenza positiva al tempo trascorso con il paziente, considerato spesso una “perdita di tempo” piuttosto che un investimento e una risorsa per la terapia. La medicina è innanzitutto un rapporto che si instaura tra due persone: colui che cura e colui che è curato; la medicina è e deve essere dialogo, una reciprocità che non può stabilirsi che nel colloquio singolare – e quindi individualizzato – tra due soggetti. È da qui che occorre ripartire se si vuole costruire un vero e proprio “patto di cura”.

In che misura si sposa il principio universalistico della sanità e il diritto alla salute garantito in costituzione con le limitazioni dovute al contenimento della spesa pubblica? Non si rischia di dar vita a una divisione sempre più netta tra pazienti di serie A e pazienti di serie B?

Noi abbiamo una Costituzione che ha il grande merito di aver proclamato il principio universalistico parlando, in relazione al diritto alla salute, non di cittadino, ma di individuo. Questa visione rischia tuttavia di essere messa in discussione sia dalla crisi finanziaria, sia da una serie di richieste emergenti legate all’assistenza. La domanda centrale dell’azienda sanitaria potrebbe essere così sintetizzabile: quale trattamento ottimizzerà l’uso delle risorse e produrrà un cliente soddisfatto? Il criterio per valutare la qualità etica di un intervento sanitario sarà dunque l’appropriatezza rispetto ai fini da conseguire, il che dovrebbe comportare sì, un’attenzione per gli interessi dell’azienda, ma in primis una più acuta sensibilità sociale.

Dove si colloca, secondo lei, il punto di equilibrio tra efficacia ed efficienza per le professioni sanitarie?

Mai come oggi si avverte il bisogno dell’aristotelica phronesis, ovvero di quell’arte della ragion pratica consapevole che i princìpi ultimi di un sistema morale, pur se enunciati con la massima precisione, non sono in grado di offrire risposte prive di equivoci a tutti i quesiti che si pongono gli uomini nell’infinita varietà delle situazioni concrete. Ciò vale, ovviamente, anche nell’ambito delle professioni sanitarie. Dal momento che la qualità di un intervento sanitario è oggi molto più complessa rispetto al passato, dovremmo interrogarci sulle logiche scientifiche, amministrative, socioeconomiche e politiche che influenzano le condizioni di esercizio della cura. La “buona medicina” dovrebbe pertanto mirare a guarire, e quindi a essere efficace, ma innanzitutto preoccuparsi di essere giusta, rispettando i diritti del malato, e risultare appropriata nell’orizzonte della giustizia, prendendo in seria considerazione l’accesso ai servizi e l’equa distribuzione delle risorse.

Le innovazioni che fanno uso della tecnologia nella comunicazione di informazioni sensibili (penso alle cartelle cliniche digitali già disponibili in diversi ospedali italiani, per esempio) come hanno cambiato il rapporto tra medico e paziente?

Qui ritorniamo al mutamento dell’immagine del medico e al rapporto di fiducia che il professionista deve costruire o ricostruire. La medicina scientifica ha compiuto straordinari progressi: tecniche sempre più sofisticate consentono al malato di vedersi in tre dimensioni, il medico lo può curare a distanza grazie alla telemedicina, il chirurgo può operare senza toccare direttamente il malato. Progressi innegabili che celano tuttavia un pericolo, quello di vedere l’individuo oltrepassato dal sovraindividuale, ignorato nella sua singolarità dalle esigenze classificatorie. Che resta allora della relazione originaria, di quel colloquio descritto fin dall’antichità da Ippocrate e dai suoi discepoli dell’isola di Kos? Il malato è solo un “caso”? Sarà curato secondo le norme ottenute attraverso la somma di casi comparabili? Le conferenze di consenso rappresentano, lo sappiamo, un tentativo di universalizzazione delle conoscenze mediche al fine di una cura sempre più efficace. Un’impresa di grande rilievo ma – e qui si ripropone la domanda – quanto compatibile con quell’ideale medico ippocratico dell’accompagnamento individuale di ogni malato, con la relazione definita come colloquio singolare?

Parliamo ora di medicina personalizzata. Secondo lei in Italia a che punto siamo? 

La medicina personalizzata – che esige che si tenga conto delle diverse specificità, legate all’età, al sesso – rappresenta, a mio avviso, un importante obiettivo sul quale concentrare i nostri sforzi. Ogni paziente ha una sua storia che non si riduce ai suoi sintomi. Ci si dovrebbe a questo punto chiedere se la cultura medica sia preparata a questo rinnovamento insieme politico e culturale che non può ridursi a una mera questione deontologica. I segnali ad oggi non paiono del tutto incoraggianti;  occorrere rimodulare il sistema già a monte attraverso i piani di studio integrando, come da più parti auspicato, il complesso delle discipline biomediche con l’insegnamento delle Medical Humanities.

ultima modifica: 2019-09-09T17:37:25+00:00 da Maria Scopece

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