Una cabina di regia unica (e pubblica) per il digitale. L’analisi di Pilat

Una cabina di regia unica (e pubblica) per il digitale. L’analisi di Pilat
C'è necessità di una cabina di regia unica pubblica e privata diffusa in cui Mise, Ministero dell’Innovazione, Agid, Fondo Nazionale Innovazione, Pubblica Amministrazione pongano le basi di una grande rete della conoscenza digitale partecipata che possa stimolare e far conoscere quel valore capace di creare contaminazioni e possa incidere sui grandi numeri. L'analisi di Riccardo Pilat

Nell’era dell’economia digitale e della contaminazione dei flussi tra capitali e persone, il tema della sostenibilità rappresenta una delle best practice che le nuove governance pongono come obiettivo cruciale per entrare nel mercato targato 5.0.

Un mainstream culturale creato dalla necessità di un mondo che nel corso del tempo ha costruito una realtà parallela slegata dai materiali finiti.

L’intelligenza artificiale come la tecnologia blockchain ha modificato i paradigmi macro economici, riconsiderando geneticamente il sistema di domanda e offerta e generando una società della condivisione dei servizi e delle informazioni.

Da un lato quindi una “rivoluzione social-e” con una veste tecno-green in cui la “condivisione” è sinonimo di trasparenza di misurazione, monitoraggio, rendicontazione e verifica e dall’altro canto una trasformazione industriale soft che giorno dopo giorno ha costruito una nuova visione dell’uomo all’interno della produzione economica.

Si delinea quindi il concetto di Umanesimo 4.0, più volte citato anche dal Premier Giuseppe Conte, ossia la centralità dell’uomo all’interno della società della rete e della distribuzione di valore condiviso costruito ad immagine e somiglianza dello stesso consumatore e fruitore. Una realtà virtuale costruita da sovrastrutture personalizzate e capaci di essere aggreganti e aggregatori multiservice.

Una società quindi in cui l’uomo stesso è creatore di valore in maniera indiretta e dove la disparità sociale si azzera nello sfruttamento di un servizio come semplice algoritmo matematico.

Una nuova era sociale quindi in cui la ricchezza investita garantisce parità di diritti e tutele nella sicurezza e nella certificazione di un atto o fatto di gran lunga molto più efficace della semplice estensione del proprio Wallet personale.

In Italia come in tutto il mondo tale processo è stato messo a terra o meglio nell’etere da diverse realtà che inizialmente hanno concepito tale trasposizione dei servizi nell’estensione programmatica della cybersecurity e successivamente nelle attività di smart contracts. Una dinamica quindi nuova e coinvolgente che ha sviluppato un vero rinascimento italiano 4.0 in cui ingegneri e visionari sono diventati i nuovi progettisti del futuro.

Un esempio è proprio nella Firenze 5.0 in cui un team italiano, Affidaty SPA “ha smontato e rimontato le peculiarità della tecnologia blockchain” creando il cosiddetto T.R.I.N.C.I. che indica “Trust Rating in International Network Customizable Intelligence”, ossia un insieme di tecnologie, sia Hardware che Software, perfettamente bilanciate al fine di garantire la massima efficienza possibile per lo svolgimento delle attività di verifica delle transazioni, per l’esecuzione degli Smart Contracts e per soddisfare le esigenze del mercato Enterprise.

Esiste quindi un’Italia digitale, diffusa e ricca di “artigiani” come ai tempi dei Comuni Medievali in cui il concetto di eccellenza è declinato ancora una volta in identità di valore nascoste e poco conosciute anche nel campo dell’innovazione e dell’intelligenza artificiale.

Da qui quindi la necessità di una cabina di regia unica pubblica e privata diffusa in cui Mise, Ministero dell’Innovazione, Agid, Fondo Nazionale Innovazione, Pubblica Amministrazione pongano le basi di una grande rete della conoscenza digitale partecipata che possa stimolare e far conoscere quel valore capace di creare contaminazioni e possa incidere sui grandi numeri. Una visione che non vede giganti, ma sintesi di sviluppo e capacità delle nuove generazioni di lavoratori italiani.

“Un’Italia Cultura” quindi in cui identità e progresso siano il sale e il lievito di un percorso di interesse pubblico ma con vocazione e mobilità privata.

Una “Digital European Belt” che può aprire una nuova stagione e scenari inediti anche nel campo delle relazioni internazionali (come nel caso del 5G) e nel mercato interno, superando la stagnazione e rimodulando un percorso che vada ad incidere sulle grandi sfide dei numeri, della sostenibilità e del lavoro.

La conquista dell’Eldorado Digitale è iniziata: dallo spazio alla sicurezza, e ancora alla giustizia telematica, ai trasporti. Un mondo sconnesso che ha bisogno di connessione, un mondo di idee che ha bisogno di artigiani per renderle meraviglie.

L’Italia dei “comuni digitali” riuscirà a competere con USA, Russia e Cina? “La bellezza digitale” salverà il mondo?

ultima modifica: 2019-10-08T10:53:15+00:00 da Riccardo Pilat

 

 

 

 

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