F-35, l’Italia supera i dubbi. Le mosse del governo e le opportunità per l’industria

F-35, l’Italia supera i dubbi. Le mosse del governo e le opportunità per l’industria
L’Italia batte un colpo sugli F-35. La conferma degli impegni riportata dal Corriere della Sera era attesa da tempo. Oltre a offrire una contropartita per attenuare il peso dei dazi che gli Usa imporranno sui beni europei, la mossa offre la possibilità di nuovo lavoro per l’industria nazionale, da Leonardo alle Pmi. Difatti, il programma internazionale procede spedito e l’Italia può confermarsi protagonista

Il governo rompe gli indugi sugli F-35. Dopo la scelta sul Tempest e l’ingresso nella European Intervention Initiative promossa da Parigi, arriva una conferma attesa da tempo da Forze armate e industria, una mossa che si aggiunge ai primi colpi già battuti dalla Difesa targata Lorenzo Guerini. Come riporta il Corriere della Sera, dopo mesi di incertezza in merito alla partecipazione italiana al programma, dal recente incontro a Roma tra il premier e il segretario di Stato americano Mike Pompeo sarebbe arrivata la rassicurazione del rispetto degli impegni presi, per un totale di 90 velivoli di quinta generazione per le Forze armate italiane. Il tema ha radici profonde anche se, nonostante dibattiti e rinvii, la partecipazione italiana non si è mai fermata. Tra l’altro, il programma internazionale guidato da Lockheed Martin procedete spedito tra nuovi clienti e maggiori commesse, ragion per cui la mossa del governo potrebbe garantire altro lavoro per tutto l’indotto nazionale, dalla big Leonardo alle piccole e medie imprese coinvolte nella filiera.

UN MOMENTO NON CASUALE

Le rassicurazioni del governo italiano arriverebbero in un momento non casuale. Negli ultimi due mesi, sono emerse diverse preoccupazioni sui pesanti rischi per il sito di Cameri, in provincia di Novara, in caso di mancata conferma degli impegni, per cui lo stabilimento potrebbe addirittura ritrovarsi senza lavoro dal 2024. Più di recente si è palesata la questione dei dazi. Il via libera del Wto agli Stati Uniti all’imposizione di misure di protezione fino a 7,5 miliardi di dollari su beni europei in modo diversificato ha prodotto nel Vecchio continente una vera e propria corsa contro il tempo. Le capitali europee sono infatti alla ricerca di contropartite politiche da offrire all’amministrazione targata Donald Trump per vedersi spuntare i propri prodotti dalla lista dei beni che saranno colpiti dai dazi. Lo stesso sta facendo anche l’Italia, e l’F-35 (dopo essere rimasto in un rischioso limbo di indecisione) si ripresenta ora come opportunità importante. D’altronde, il velivolo è richiesto a gran voce dalle nostre Forze armate, rappresenta uno strumento di relazioni internazionali e garantisce un certo posizionamento industriale.

UN NUOVO PRIMATO

L’ultima conferma è arrivata nei giorni scorsi dall’Islanda. Nella base aerea di Keflavik, sei F-35 dell’Aeronautica militare italiana hanno ricevuto la certificazione Nato alla piena capacità operativa e lavorano adesso a difesa dello spazio aereo dell’Alleanza Atlantica. La Forza armata è la prima a raggiungere questo obiettivo, la prima ad aver impiegato l’avanzato velivolo in un’operazione della Nato. “Nessuno oggi in Europa è in grado di esprimere una simile potenzialità operativa – ha detto il capo di Stato maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli, dall’Islanda – ciò ci dà l’onore di accompagnare la Nato e gli alleati nella quinta generazione”.

I PRIMATI ITALIANI

Ma quello islandese è solo l’ultimo primato italiano nell’ambito del programma F-35. A novembre dello scorso anno, l’Aeronautica militare fu la prima forza armata in Europa a dichiarare la capacità operativa iniziale del velivolo. Ancora prima, a marzo 2016, il 32° Stormo di Amendola fu il primo, sempre nel Vecchio continente, a ricevere il jet di quinta generazione. Poi, c’è una lunga lista di primati industriali, che vedono protagonista lo stabilimento di Cameri, in provincia di Novara, unico centro di assemblaggio e verifica finale in Europa. Un paio di settimane fa, dal sito novarese è uscito il primo velivolo destinato all’Olanda, intervenuta alla cerimonia di roll out con due segretari di Stato (Difesa e Affari economici) entusiasti del contributo italiano, con interventi (qui e qui) che fanno comprendere il livello di eccellenza raggiunto dallo stabilimento. Sempre a Cameri è stato realizzato l’F-35 che, per primo nella storia del programma, ha compiuto una trasvolata oceanica a febbraio 2016. Due anni dopo, sempre da lì è uscito il primo F-35 a decollo corto e atterraggio verticale assemblato al di fuori degli Stati Uniti.

I RISCHI

Lo stabilimento di Cameri rappresentava, fino a prima delle rivelazione del CorSera, anche il centro delle preoccupazioni sullo stallo italiano. Finora, l’Italia è impegnata all’acquisto di 28 velivoli totali (compresi quelli già consegnati) fino al 2022, comprendenti gli F-35 dei lotti di produzione che arrivano al quattordicesimo. Per i successivi, per arrivare a un numero complessivo di 90 jet (già ridotti dai 131 iniziali), non risulta traccia delle volontà italiane, nonostante gli altri Paesi abbiano già manifestato i loro committment intorno a dicembre dello scorso anno. Quatto sono infatti gli anni necessari alla programmazione industriale per mettere in moto il processo produttivo, chiamando in causa l’intera catena di fornitura con i cosiddetti ordini “extra long lead items”. Di conseguenza, i rischi maggiori in caso di mancato impegno sui lotti dal 2023 al 2027, a rischiare di più è proprio l’industria italiana. Senza gli impegni futuri, si creerebbe un gap incolmabile, costringendo la Faco di Cameri a lavorare nel 2023 solo su tre velivoli olandesi, restando senza lavoro l’anno successivo.

UNA QUESTIONE DI CREDIBILITÀ…

Non ci sarebbero penali da pagare, ma solo (si fa per dire) cospicui danni in termini di occupazione, capacità tecnologica e credibilità internazionale. Proprio da questo ultimo punto è ripartito Giuseppe Conte nel suo secondo governo, cercando di offrire all’alleato d’oltreoceano segnali tangibili della dichiarata fedeltà all’atlantismo. Da questo punto di vista, con la partita che si carica dei dazi americani, il programma F-35 sembra offrire una contropartita piuttosto semplice. Il committment sui prossimi lotti produttivi non determina infatti alcun pagamento immediato, ma assicura programmazione (nonostante il notevole ritardo rispetto a tutti gli altri) e tranquillizza gli Stati Uniti che sull’argomento sono apparsi da subito ben determinati. È chiara infatti la rilevanza che l’amministrazione Trump attribuisce al programma Jsf nei rapporti con i partner strategici (si pensi alla sofferta rottura con Ankara, o al rilancio delle relazioni con Varsavia). Negli ultimi mesi, un certo fastidio sulla posizione italiana è trapelato a più riprese, soprattutto quando era emerso il problema dei ritardi nei pagamenti a fronte di forniture già realizzate.

…E DI OPPORTUNITÀ

Il problema esiste da tempo. Negli scorsi anni, anche prima del governo gialloverde, il dossier è stato gestito con la conferma degli impegni, ma anche con una certa ritrosia alla pubblicità. Ora è forse il momento di invertire la tendenza, e di dimostrare ad alleati e partner (e non solo) che il Paese è in grado di prendere decisioni strategiche senza ulteriori e continui rinvii. Anche perché il programma internazionale procede spedito. Belgio e Polonia hanno scelto l’F-35 per le rispettive Aeronautiche, mentre l’Olanda potrebbe acquistarne altri esemplari. In più, il caccia di quinta generazione è attualmente in gara in Svizzera e Finlandia, senza trascurare le opportunità che potrebbero arrivare dall’esclusione (ormai ufficiale) della Turchia dal programma, con conseguente riallocazione delle attività finora condotte dalle industrie di Ankara. Tutto questo potrebbe tradursi in maggior lavoro per Cameri e per l’intera filiera, dalla grande industria alle tante Pmi.

 

ultima modifica: 2019-10-06T10:40:40+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

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