Vi spiego i nodi da sciogliere sulle pensioni. L’analisi di Pennisi

Vi spiego i nodi da sciogliere sulle pensioni. L’analisi di Pennisi
Qualsiasi sia il modello che si vorrà applicare in Italia, ci sono però due nodi da sciogliere al più presto: la netta separazione tra assistenza e previdenza e il numero di anni e di versamenti richiesti per andare in pensione. L'analisi di Giuseppe Pennisi

Le pensioni sono ancora una volta centrali al dibattito politico come indicato dalle polemiche tra i partiti della maggioranza su “quota cento” durante l’iter di preparazione della legge di bilancio. Le proposte presentate da Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi Itinerari Previdenziali e consulente della presidenza del Consiglio, a Formiche.net sono ineccepibili, se accettate, risolvono i nodi per i prossimi anni. Hanno soprattutto un vantaggio: quello di rendere possibile la transizione verso due modelli previdenziali per il futuro a lungo termine.

Sono due modelli, in parte, alternativi e contrapposti. Il primo si ispira a meccanismi che hanno dato buona prova in Svizzera ed in numerosi Paesi dell’Asia e dell’America Latina. Il secondo è quello varato (con alcune differenze) quasi contemporaneamente in Svezia ed in Italia e che si è diffuso in numerosi Paesi europei, soprattutto in quelli dell’Europa centrale ed orientale che ora fanno parte dell’Unione europea (Ue). L’Italia pare avere scelto il secondo, ma l’aver legiferato un periodo troppo lungo di transizione (18 anni rispetto ai 3 previsti dalla legislazione svedese) ha creato scompensi generazionali che hanno causato, e causeranno, tensioni per anni.

Veniamo, brevemente, ai due modelli ed ad un punto su cui occorre, al più presto, fare chiarezza.

Il primo è basato su tre pilastri, le tre gambe che rendono stabile uno sgabello od un tavolino: a) una previdenza “pubblica” a ripartizione e marcatamente redistributiva tra redditi alti e bassi; b) una previdenza obbligatoria di gruppo per tutti coloro che superano una certa soglia di reddito a capitalizzazione; e c) una previdenza individuale a capitalizzazione rigorosamente privatistica. Il primo pilastro è quello della rete di tutela sociale per i meno fortunati (come nei sistemi, ad esempio, degli Stati Uniti e della Svizzera). Gli altri due sono quelli della produttività, dell’allocazione efficiente di risparmi ed investimenti e dell’equità intergenerazionale. È importante sottolineare che i primi due pilastri sarebbero in sostanza pubblicistici, in quanto obbligatori, anche se la gestione del secondo sarebbe privatistica per rendere fattibile il meccanismo a capitalizzazione.

Il secondo è il sistema “contributivo” più o meno come lo conosciamo in cui il trattamento previdenziale è funzione del montante accumulato con i contributi versati. Dato che in generale affidarsi unicamente al pilastro pubblico contributivo vuole dire avere un forte calo di reddito quando dal lavoro si passa alla quiescenza, è opportuno sviluppare fondi pensione integrativi. Le varie forme specifiche di sistemi contributivi sono stata analizzate in numerosi libri da Robert Holzmann, un economista austriaco, attualmente governatore della Banca centrale dell’Austria e per diversi anni Vice Presidente della Banca mondiale.

In nessuno dei due modelli si pone il problema, su cui tanto ci si accalora in Italia, dell’età di pensionamento e degli anni di contributi versati. Il pensionamento è flessibile: chi va in pensione più giovane e con meno versamenti è penalizzato per il resto della vita da trattamenti più bassi.

Quale che sia il modello ci sono però due nodi da sciogliere al più presto:

a) La netta separazione tra assistenza e previdenza. Al netto delle spese assistenziali (da invalidità a integrazioni al minimo e quant’altro) la vera spesa previdenziale italiana è poco più del 12% del Pil. Idealmente, la spesa assistenziale dovrebbe essere scorporata dall’Inps e gestita da un apposito Istituto Nazionale di Assistenza e Beneficenza. Se, per comodità operativa, viene mantenuta all’Inps occorre che venga chiaramente identificata e presentata. Pure al fine di evitare fraintendimenti nei confronti internazionali,

b) Il vesting, ossia il numero di anni e di versamenti richiesti per andare in pensione. In gran parte dei Paesi Ocse è tra i 10 ed il 15 anni. In Italia, è stato portato a 20 anni durante la crisi del 1991-92. Allora si disse che si sarebbe trattato di una misura emergenziale di breve periodo. Non è stato più cambiato. È una ingiusta discriminazione nei confronti di chi comincia a lavorare tardi ed ancora di più nei confronti dei ‘superstiti’ di chi muore giovane.

ultima modifica: 2019-10-22T11:20:38+00:00 da Giuseppe Pennisi

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