Per avere una possibilità di successo nella comprensione e nella gestione delle dinamiche geopolitiche, economiche e socio-culturali in atto in tutto il bacino è fondamentale per l'Italia attivarsi nelle sedi internazionali e sovranazionali di cui fa parte (Ue e Nato in particolare). L'analisi di Alessia Melcangi (Università La Sapienza)

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da una massiccia riconfigurazione del sistema internazionale, che ha spazzato velocemente via tutte le illusioni, createsi con la fine della Guerra Fredda, di un “nuovo ordine mondiale” imperniato sull’unipolarismo del modello liberale statunitense. Quanto è andato invece manifestandosi è stata una sempre più accentuata redistribuzione del potere a livello internazionale, con la formazione di un sistema multipolare asimmetrico e fluido nei meccanismi di composizione e scomposizione dei rapporti di alleanze.

Anche il bacino Mediterraneo è stato attraversato da queste di dinamiche di profondo mutamento geopolitico, in parte riflettenti i cambiamenti globali, in parte a causa di dinamiche regionali endogene, che rendono ancora più complesso ogni tentativo di analisi geopolitica sistemica. Infatti, in un mondo più complesso e tendente a una nuova multipolarità, risultano superati i tradizionali criteri d’analisi ereditati dagli schematismi della Guerra Fredda (unicità della minaccia e della risposta tipica del sistema bipolare; zero sum game theory; griglia interpretativa basata sulla dicotomia amicus/hostis, eccetera).

In altre parole, è avvenuta una progressiva destrutturazione delle tradizionali categorie politiche, a cui molti analisti hanno cercato di reagire con una artificiale “ripolarizazione del mondo” tramite schemi interpretativi che mantenevano pressoché intatti i sopra menzionati criteri d’analisi. Basti pensare alla cosiddetta War on Terror o alla banalizzazione della teoria del Clash of Civilizations. Una caratteristica comune alle scienze sociali è proprio quella della forte resistenza al cambiamento dei volani cognitivi e interpretativi consolidati.

Prendere coscienza di questi meccanismi di resistenza insiti nei criteri di analisi geopolitica e, allo stesso tempo, della necessità di adattarli al mutato contesto internazionale, è il primo e fondamentale passo per riuscire a leggere correttamente le dinamiche attive oggi nel bacino del Mediterraneo.

LEGGERE (GEOPOLITICAMENTE) IL MEDITERRANEO

Per molti decenni il bacino Mediterraneo è stato facilmente identificabile all’interno del sistema internazionale bipolare: ai nostri occhi esso era semplicemente “il fronte sud dell’Alleanza Atlantica”, con una posizione importante, sia pure ancillare, nell’ambito della Guerra Fredda e non incapsulato fra alleanze rigide come l’Europa centrale.

Nell’ultima decade dello scorso secolo, tuttavia, iniziò ad accelerare il mutamento di scenario, del resto già evidente alla fine degli anni ’70, con l’emergere di tensioni e instabilità lungo la sponda Sud non direttamente collegate al confronto bipolare, ma frutto del deterioramento del sistema politico arabo post-coloniale. Il Mediterraneo non venne più percepito come il fianco Sud della Nato ma andò assumendo un’importanza strategica in sé. Tuttavia, la crescita del quadrante del Pacifico, con l’ascesa della Cina e le divergenze di visione fra Paesi nord e centro-europei e quelli dell’Europa mediterranea, hanno di fatto impedito l’elaborazione di efficaci politiche per la gestione delle molteplici crisi che si sono susseguite sulle sponde del Mediterraneo e rallentato l’emergere di modelli interpretativi condivisi.

È in questi anni che si crearono definizioni nuove, come “Mediterraneo allargato”, “Grande Medio Oriente” o, per usare un termine caro alla scuola geopolitica francese, di “nuovo Medio Oriente energetico”. Definizioni diverse, che non possiamo qui analizzare, ma che sottintendono uno specifico complesso regionale di sicurezza (il cosiddetto regional security complex) per questa regione, la cui delimitazione spaziale era in evoluzione, con il mutare delle interconnessioni geopolitiche. Soprattutto era evidente come, nell’area, la hard security (questioni di sicurezza di tipo convenzionale, proliferazione militare, etc.) si andasse mischiando sempre più alla soft security (problemi politici, disequilibri economici, tensioni sociali, traffici illeciti, flussi migratori aggressivi e squilibri demografici, eccetera). Proprio l’unione dei fattori prima ricordati e questo confuso mix fra hard e soft security ha spinto anche a ripensare alla geografia della regione, alla percezione dei suoi confini, e a vedere con maggior chiarezza un arco di instabilità le cui linee di faglia sembrano allungarsi sempre più; o a considerare più attentamente i collegamenti geopolitici – e oggi ancor più geoeconomici ed energetici – che sembrano quasi spaccare il bacino mediterraneo, allontanando il Mediterraneo occidentale dalle vicende di quello orientale. Il Mediterraneo orientale viene, per così dire, “risucchiato” verso est, collegandosi sempre più al Golfo, all’Iran, complici anche le guerre scatenatesi con la War on Terror in Afghanistan e Iraq. L’emergere del jihadismo globale, l’aumento delle tensioni etno-settarie quale frutto dello scontro geopolitico fra la Repubblica islamica dell’Iran e l’Arabia Saudita, la competizione interna al mondo sunnita fra sostenitori e oppositori del cosiddetto islam politico, la riconfigurazione del sistema regionale seguito allo scoppio delle rivolte arabe del 2011-2012 sono tutti elementi che hanno aggiunto complessità e reso estremamente problematica una visione geopolitica unitaria.

Paradossalmente, proprio queste conflittualità e complessità, in aggiunta alla spinta della Cina verso ovest quale promotrice di nuovi grandi corridoi commerciali, sembrano aver ridato una centralità strategica a un bacino mediterraneo che sembrava marginalizzato. Tuttavia tale nuova centralità sembra essere imposta più che desiderata (guerre, frammentazione di stati, terrorismo, migrazioni). Un mutamento che rende il Mediterraneo geopoliticamente di nuovo contendibile, dopo un lungo periodo di predominio unipolare statunitense.

Il ritorno della Russia, seguito alle sue spregiudicate e fortunate mosse in Siria (e molto più limitatamente in Libia) e l’affacciarsi della Cina, si sono sommate alla percezione di disinteresse statunitense verso la regione, e alla perdita di una chiara visione di politica strategica di Washington. Come pure alla mancanza di coerenza strategica da parte degli attori occidentali e da un’evidente assenza di condivisione della percezione del rischio/minaccia.

Tutto ciò rende ogni analisi geopolitica sistemica estremamente laboriosa e incerta, dato il numero di variabili da dover considerare e alla estrema fluidità delle posizioni dei vari attori regionali e internazionali e alla mutevolezza delle loro alleanze. Non di meno rimane – e anzi si accentua – la necessità di capire se il Mediterraneo si configurerà in futuro quale sistema regionale autonomo o come sistema regionale condizionato dall’esterno, così come se il suo centro di gravità si manterrà al nord o si sposterà più a sud.

 UN PIVOT STRATEGICO

Per un Paese come l’Italia non vi è alcun dubbio sul fatto che il pivot strategico del suo interesse nazionale risieda proprio nel bacino mediterraneo, non solo in un’ottica puramente reattiva, come in questi anni segnati dal dibattito sui migranti e la permeabilità del fronte sud europeo, ma soprattutto proattiva e strategica di lungo periodo.

Un compito che tutto il Sistema-Paese deve cercare di svolgere al meglio in ogni sua declinazione, da quella politica e di sicurezza, a quella economica e di analisi-studio. Ma sarebbe velleitario e autolesionista immaginare che il nostro Paese possa muoversi in modo isolato o prescindendo dai propri partner politici e militari consolidati. Al contrario, per avere una possibilità di successo nella comprensione e nella gestione delle dinamiche geopolitiche, economiche e socio-culturali in atto in tutto il bacino è fondamentale per l’Italia attivarsi nelle sedi internazionali e sovranazionali di cui fa parte (Ue e Nato in particolare) per aumentare l’attenzione e gli investimenti per la stabilizzazione del bacino e per riproporre una visione strategica che sia condivisibile dai membri della casa comune occidentale.

Alessia Melcangi, Università la Sapienza, Roma

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