Nato, F-35 e Difesa secondo il M5S. Parla Luca Frusone

Nato, F-35 e Difesa secondo il M5S. Parla Luca Frusone
Nel giorno della visita a Roma del segretario generale dell'Alleanza Atlantica e del riesumato dibattito sugli F-35, abbiamo fatto qualche domanda a Luca Frusone, presidente della delegazione italiana all'Assemblea parlamentare della Nato, per capire le posizioni del M5S. Il dossier F-35? “Piena fiducia a Conte per una rinegoziazione che tenga conto delle esigenze della Difesa, con un occhio ai dazi Usa”

L’Italia vuole confermarsi quale alleato affidabile e credibile della Nato. A fronte delle evidenti difficoltà sul fronte della spesa per la Difesa, può vantare un contributo di primissimo livello nelle missioni internazionali, un ruolo che ci permette di chiedere uno sguardo maggiore dell’Alleanza a sud e al Mediterraneo. Parola di Luca Frusone, membro della commissione Difesa di Montecitorio in quota M5S e presidente della delegazione italiana all’Assemblea parlamentare della Nato. Sul dossier F-35, il Movimento ha “la piena fiducia” nel premier Giuseppe Conte per un’eventuale rinegoziazione. La stessa rinegoziazione, tuttavia, che il ministro Lorenzo Guerini ha scartato questa mattina, spiegando in tre ragioni il perché della conferma degli impegni sul velivolo di quinta generazione: “Efficienza operativa dello strumento militare, coerenza con gli impegni assunti e attenzione ai ritorni industriali e occupazionali”. Nel frattempo, mentre montava la polemica sugli F-35, a Roma è arrivato il segretario generale della Nato Jens Stoltenbeg, per incontrare Luigi Di Maio e il premier Conte. Nei colloqui, tanti i temi toccati, a partire dal fronte sud dell’Alleanza, quello che sta più a cuore al nostro Paese.

Presidente, il segretario generale Stoltenberg ha da poco terminato l’incontro con il premier. Quali sono le priorità italiane nell’Alleanza Atlantica? L’Italia continuerà a spingere la Nato a uno sguardo più attento a fronte sud e Mediterraneo?

La nostra posizione geografica e la nostra cultura ci portano a essere il punto di contatto della Nato all’interno del Mediterraneo. Quindi, la salute del fianco sud rimane una nostra priorità. Come presidente e membro della delegazione parlamentare italiana presso l’Assemblea parlamentare della Nato mi preme sempre sottolineare come il Southern flank, e il Mediterraneo con esso, rimanga un argomento cruciale per la sicurezza dei Paesi Alleati.

Quali sono le sfide che arrivano da sud?

Dobbiamo tenere ben presente come l’estremismo violento e i gruppi politici armati trovino linfa vitale nei numerosi problemi che affliggono i nostri vicini, consentendogli di operare sul territorio con facilità ed avere sempre nuove leve da reclutare. Per dare un quadro della situazione, si stima che oltre novecento ex combattenti siano già rientrati in Tunisia, con comprensibile preoccupazione da parte delle autorità. In Libia, invece, si conta la presenza di 600/800 miliziani jihadisti fluttuanti nel deserto, ancora capaci di addestrare e compiere attacchi terroristici nel vuoto politico e istituzionale causato dal conflitto. I principali Paesi limitrofi alla Libia richiedono la possibilità di un maggiore interesse della Nato attraverso la sua influenza a incoraggiare un dialogo costruttivo tra le parti belligeranti al fine di ottenere la stabilità nel Paese. Inoltre, dobbiamo iniziare ad abituarci alla presenza di nuove potenze nel Mediterraneo.

A chi si riferisce?

Parliamo di Russia e di Cina. Quest’ultima si presenta ormai come un vero e proprio attore geopolitico nell’area attraverso i suoi ingenti investimenti. Basti pensare che i cinesi erano già presenti in Libia con un progetto da oltre 4 miliardi di dollari della China Railway Group per costruire nuove ferrovie, bloccato con lo scoppio della rivoluzione del 2011. Lo scorso anno si è firmato da parte del governo onusiano di Tripoli un memorandum d’intesa libico sulla Via della seta cinese. Questo significa che quelle linee ferroviarie potrebbero essere integrate all’interno del sistema geopolitico con cui la Cina si sta espandendo verso Occidente e che vede nel Mar Mediterraneo uno dei centri di forte interesse. Il rischio di un contagio proveniente dalla crisi libica e la presenza di nuovi attori geopolitici nell’area mediterranea portano all’Italia, e con essa alla Nato, la necessità di trovare soluzioni concrete ed efficaci.

Nell’Alleanza, tuttavia, per l’Italia resta il nodo delle spese, con l’obiettivo del 2% del Pil da spendere nella Difesa ancora lontano. Come lo spieghiamo agli alleati?

Gli alleati sanno bene come il nostro contributo sia importante. La regola del 2% rappresenta non solo un problema italiano, ma anche di molti altri Paesi. La regola delle “3C” (Cash, Capabilities, Commitment) ha immediatamente suscitato l’attenzione dell’opinione pubblica, concentrandola tutta quasi esclusivamente sull’obiettivo del 2% del Pil (Cash). Infatti, si parla troppo poco degli altri obiettivi. Come noto, gli Stati membri devono dedicare il 20% della spesa prevista per la difesa per lo sviluppo di nuove capacità. Per quanto riguarda l’impegno italiano rispetto a un 1,15% per il parametro Cash, e a un 21.12% in ricerca e sviluppo, c’è da sottolineare come le nostre forze armate stiano attualmente partecipando a nove missioni Nato, con una presenza massima autorizzata di 2.300 unità, garantendo così il secondo contingente dopo gli Stati Uniti nelle operazioni dell’Alleanza. Inoltre, l’Italia continua ad assicurare importanti ruoli di comando, come in Kosovo (con il comando Kfor) ed in Afghanistan, dove l’Italia è responsabile per il settore occidentale. Su questa base, l’Italia ha chiesto che tali oneri siano valorizzati e messi in linea con gli altri parametri.

C’è poi la proposta di considerare nel computo del 2% anche altri aspetti.

Sì. Siamo fermamente convinti che il parametro del 2% debba includere investimenti finalizzati ad assicurare la difesa nazionale in toto, considerando quindi anche quelli inerenti la sicurezza informatica ed energetica. L’Italia non è la sola ad aver lanciato questa proposta raccogliendo adesioni anche da molti altri paesi dell’Alleanza. Per questi motivi, continuiamo e continueremo a sostenere che è giusto aumentare la spesa per la difesa, ma a condizione che la spesa per lo spazio, il cyber-spazio e la protezione delle infrastrutture civili siano incluse nei calcoli del 2%, al fine di continuare a costruire al meglio una forza in grado di affrontare le minacce di oggi e di domani.

Mi sembra di capire che la fedeltà alla Nato non è in discussione, come d’altra parte hanno ribadito a più riprese rappresentanti del governo.

L’Italia darà sempre un contributo fondamentale sia da un punto di vista militare che politico. Il lavoro dei nostri militari nelle missioni Nato è apprezzato a livello internazionale, soprattutto dalle popolazioni locali, fatto che ci rende particolarmente orgogliosi. Vorrei sottolineare il ruolo nell’addestramento delle forze locali che i nostri militari si sono ritagliati con gli anni grazie alla loro preparazione. Dovremmo puntare ancora di più su questo aspetto, mirando a incrementare l’immagine che i nostri alleati hanno del nostro impegno, quasi a creare un sinonimo tra istruttore e personale italiano. Abbiamo un approccio umano e psicologico unico che può aiutare molto in determinati scenari, siamo i più bravi a farlo e lo vedo quindi come un nostro compito.

Nel frattempo, il dossier F35 è tornato a far discutere. Oggi il ministro Guerini ha spiegato il perché della necessità di confermare gli impegni. Come commenta le sue parole?

Gli impegni ci sono da entrambe le parti. Ho piena fiducia nel presidente Conte e le sue capacità diplomatiche. Prima di tutto bisogna tenere conto delle esigenze italiane e della Difesa. L’Italia si è dimostrata un interlocutore affidabile e nel passato ha adempiuto al suo ruolo di partner di secondo livello senza battere ciglio anche quando poteva recriminare su costi lievitati e ritardi. Ora bisogna portare ai tavoli le nostre esigenze perché non possiamo essere spettatori passivi quando si parla di dazi sui prodotti europei e poi non rivendicare le nostre ragioni sul programma per arrivare a delle rinegoziazioni.

In tal senso, i dazi Usa rischiano di incrinare l’unità interna all’Alleanza Atlantica?

Non a caso ho parlato di dazi. Noi siamo un Paese molto leale con gli alleati. Siamo noi che ci dipingiamo come inaffidabili alcune volte. Poi vediamo alleati che acquistano dalla Russia sistemi missilistici, altri che impongono dazi per ragioni di protezionismo interno. Questo unilateralismo fa male a tutti. Mi auguro che tornino sui loro passi perché c’è solo da perderci sia in termini economici che in termini diplomatici.

ultima modifica: 2019-10-09T10:40:01+00:00 da Stefano Pioppi

 

 

 

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