Nell’era delle macchine “intelligenti” è bene che gli esseri umani, se vogliono dirsi persone e soggetti storici, ritornino a pensare. Assunti i totalitarismi del novecento come “turning point” nella storia dell’umanità, e la persistenza dell’idea totalitaria come dato del nostro tempo, laboratori post-totalitari per un progetto di civiltà debbono assumere un principio culturale chiaro: quello che chiamiamo “pensiero critico” o, meglio, “pensiero d’intelligence”.

La parola “intelligence” richiama – nel nostro immaginario – servizi segreti, 007, attività da “deep state”: nulla di tutto questo. Il “pensiero d’intelligence” è la capacità umana di guardare dentro i processi storici, di cercare di comprenderne le profondità senza mai svelarne il mistero. Potremmo dire, per maggiore chiarezza, che il pensiero o è d’intelligence o non è.

Un pensiero adeguato e pertinente deve condurci a elaborare giudizi storici di realtà, il talento umano del distinguere ciò che è bene da ciò che è male, ciò che è giusto da ciò che è ingiusto e così via; tale distinzione, nella logica del “pensiero d’intelligence”, non è separazione. Il mondo, infatti, evolve nelle transizioni e ciò che abbiamo trascurato, assolutizzando un pensiero solo lineare e causale, sono le frontiere nelle quali la nostra evoluzione si forma, quei passaggi nei quali ciascuno di noi è sintesi, nel presente, di ciò che è stato in ciò che diventa.

In quanto esseri umani mai possiamo dirci puri. Così il pensiero non può essere escludente (non siamo l’Altro) ma inclusivo (pur essendo differenti, l’Altro è Altro-DI-noi). In questa inclusività, tutt’altro che neutra, ci formiamo nelle complessità delle nostre interiorità-in-dialogo che si fanno convivenza; e questo può avvenire se siamo capaci di “dialogalità”, di vedere ogni altra parte come la parte di noi che ancora non conosciamo, come l’espressione differente di una vita che deve farsi “in comune”.

Il “pensiero d’intelligence” è l’anima culturale di una iniziativa che voglia essere post-totalitaria. Non volendo essere totalitaria a sua volta, tale iniziativa deve considerare le contraddizioni che vivono in noi e nella realtà e “incrociarle” culturalmente, anzitutto non negandole. Troppo spesso, infatti, parliamo di civiltà cercando di imporre modelli di parte, definizioni superficiali che – come succede per la democrazia – possano essere “esportate” in giro per il mondo a prescindere dalle complessità che vivono in ogni contesto particolare.

La frontiera del pensiero è nel ripensarsi in senso complesso. Non ci interessano le definizioni ma la possibilità, paziente e da costruire insieme, di condividere l’anima globale del nostro tempo.

 

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