Nella comunità di esperti e decisori politici che si occupa di politica estera e sicurezza nel Mediterraneo si discute ancora troppo poco di quella che molto probabilmente diventerà la minaccia numero alla stabilità dell’area: il cambiamento climatico. L'analisi di Luca Bergamaschi, ricercatore associato nel programma Iai Energia, clima e risorse

Nella comunità di esperti e decisori politici che si occupa di politica estera e sicurezza nel Mediterraneo si discute ancora troppo poco di quella che molto probabilmente diventerà la minaccia numero alla stabilità dell’area euro-mediterranea: il cambiamento climatico. Questo gap è frutto in parte di una disconnessione tra questa comunità e quella scientifica ma anche dall’incapacità di capire come i trend strutturali di medio-lungo periodo – come l’innalzamento della temperatura – già oggi sono al centro dell’instabilità regionale.

In sostanza quello che vediamo oggi materialmente è che senza la stabilità climatica non sarà possibile una stabilità economica, sociale e politica della regione. Questo vale in generale per qualsiasi paese ma i paesi della regione del Medio Oriente e del Nord Africa (Mena), per molti aspetti ancora economicamente e politicamente deboli e quindi vulnerabili, non hanno la stessa capacità di resilienza dei paesi della sponda nord del Mediterraneo cioè la capacità assorbire, gestire e rispondere efficacemente ai cambiamenti climatici.

Oggi gli ultimi studi sul cambiamento climatico ci indicano che la regione del Mediterraneo è una delle regioni più esposte agli impatti violenti del clima, identificata letteralmente quindi come un punto caldo, un hotspot, del clima. Senza un’efficace azione di riduzione delle emissioni a effetto serra, le temperature medie nel Mediterraneo saranno fino a 2 volte più alte della media globale. Ciò comporterà un cambiamento radicale degli ecosistemi naturali e umani. Temperature estive sorpasserebbero molto più frequentemente i 50 gradi, durando più a lungo e costringendo una larga parte della popolazione a non uscire, spostarsi o abbandonare per sempre le loro terre. Infatti, larghe parti della regione diventerebbero inabilitabili.

E’ facile dunque intuire le violente ripercussioni sui sistemi alimentari e idrici da cui dipende gran parte della popolazione della regione Mena che è anche uno dei maggiori importatori alimentari del mondo. In Siria, a seguito della peggiore siccità degli ultimi 900 anni immediatamente antecedente alla guerra civile iniziata nel 2011, oltre 1 milione di persone, per la maggior parte contadini e allevatori, sono state costrette a spostarsi dalle campagne, inaridite e improduttive, alle città dove sono iniziate le prime proteste. La scarsità d’acqua rimane una delle questioni più urgenti in tutto la regione. Negli ultimi 40 anni le risorse regionali di acqua dolce sono diminuite di oltre il 70%. Le Nazioni Unite stimano che entro il 2025 l’Egitto si troverà in una situazione di assoluta scarsità d’acqua. Inoltre, circa il 60% delle risorse idriche regionali ha origine al di fuori dei confini nazionali con la conseguenza che la penuria d’acqua porta con sé il potenziale di innescare conflitti interstatali.

Raggiungere e mantenere la sicurezza idrica e alimentare rappresenta dunque una sfida chiave per la maggior parte dei paesi Mena. Tuttavia, solo un terzo degli 1,2 miliardi di ettari della regione è adatto all’agricoltura e di conseguenza tutti i paesi sono fortemente dipendenti dalle importazioni alimentari, soprattutto grano (più del 50%), zucchero (70%) e oli vegetali (80%). Questa dipendenza è attesa in aumento nel prossimo decennio.

Oltre agli impatti diretti che il cambiamento climatico avrà sulla disponibilità di acqua e cibo, è fondamentale considerare gli effetti a cascata di seconda e terza portata, come migrazioni di massa e pesanti squilibri commerciali a causa delle mancate esportazioni. Le Banca Mondiale calcola fino a 140 milioni di migranti climatici nei prossimi trent’anni ma proiezioni meno rosee stimano fino a un miliardo di persone costrette al movimento forzato entro il 2050.

Molti di questi movimenti saranno generate nella fascia sub-sahariana ed è lecito assumere che le maggiori rotte di movimento saranno verso nord. Come reagiranno dunque i Governi nordafricani all’arrivo di queste nuove persone? Questi impatti di natura sociale e politica sono gli effetti di terzo grado del cambiamento climatico. In società in cui la transizione democratica è appena iniziata, si è arrestata o non è mai partita, e le cui economie non riescono ancora a creare opportunità per milioni di giovani, come risponderanno le società e l’elettorato, o l’autocrazia, di questi paesi? Che soluzioni offriranno invece i paesi europei di fronte a questi squilibri e come verranno utilizzati questi cambiamenti epocali dalle forze sovraniste?

L’Europa stessa non è immune dagli impatti materiali del cambiamento climatico. I danni annuali causati dalle inondazioni costiere potrebbero raggiungere i 1000 miliardi di euro l’anno, colpendo oltre 3,5 milioni di persone. I terreni bruciati dagli incendi boschivi potrebbero raddoppiare e quasi un europeo su due potrebbe essere colpito dalla scarsità d’acqua. Le terre coltivate e colpite dalla siccità potrebbero aumentare di sette volte e la resa agricola diminuire fino al 20%. Senza adattamento l’impatto del clima sui suoli agricoli dell’Europa meridionale porterà al collasso entro fine secolo con perdite di valore oltre l’80%. Due terzi delle perdite, fino a 120 miliardi, sarebbero concentrate in Italia e intere zone dovranno essere abbandonate. L’Italia è anche il paese più esposto alle perdite economiche dal calo della produzione agricola a causa dell’erosione del suolo. Già oggi potrebbe costarci circa 35 milioni all’anno rispetto solo a dieci anni fa.

A fronte di questi rischi è evidente che la comunità della politica estera e sicurezza deve integrare il cambiamento climatico come massimo fattore di instabilità regionale nel Mediterraneo e non solo. Le fiamme dell’Amazzonia, il rapido scioglimento dei ghiacci di Groenlandia e dell’Antartide occidentale e gli incendi artici in Siberia ci ricordano che ovunque siamo di fronte a vere e proprie “bombe climatiche” che, se non disinnescate in fretta, cambierebbero radicalmente la vita umana e non umana sulla terra come la conosciamo oggi.

Mettere allora una gestione strategica del rischio climatico al centro delle politiche di sicurezza e delle analisi sui futuri scenari è centrale per identificare le minacce alla sicurezza climatica e i loro effetti a cascata, nonché per raccogliere migliori informazioni. La produzione di informazioni e analisi relative alla sicurezza climatica deve quindi essere integrata in tutte le politiche, dalla prevenzione dei conflitti allo sviluppo, dalla riduzione del rischio di catastrofi agli investimenti e agli stanziamenti del bilancio europeo.

Inoltre, il potenziamento delle capacità e delle funzioni dell’Agenzia europea per la difesa e del Servizio europeo per l’azione esterna può essere centrale per effettuare un’analisi approfondita delle priorità dell’Europa in materia di sicurezza e di politica estera. Questo obiettivo può essere raggiunto anche attraverso una guida più forte della Commissione europea che dovrebbe dotarsi di un quadro generale per la gestione del rischio climatico per orientare le decisioni politiche a tutti i livelli. L’analisi e le informazioni prodotte dalla comunità della sicurezza europea dovrebbero così contribuire a una più chiara comprensione dei rischi ma anche degli interessi europei e delle priorità diplomatiche per affrontare i rischi legati alla sicurezza climatica, coinvolgendo alti funzionari e ministri di tutti i Governi e parlamenti.

Infine, poiché le importazioni di combustibili fossili diminuiranno drasticamente grazie alla decarbonizzazione dell’economia europea, l’Europa ha bisogno di un nuovo approccio ai paesi produttori di combustibili fossili come Algeria, Libia, Egitto, Iran, Arabia Saudita ma anche e soprattutto Russia e paesi di transito come la Turchia. Aiutare a diversificare le loro economie e renderle più resistenti ai futuri shock climatici diventa così una strategia di sicurezza preventiva fondamentale. A causa della mancanza di diversificazione nei loro settori di esportazione, molti paesi della regione Mena rimangono molto sensibili agli shock dei prezzi delle risorse e alla volatilità dei mercati mondiali del petrolio. Basti pensare che dal 2014 al 2016 i paesi esportatori di petrolio della regione Mena hanno trasformato un surplus fiscale di 128 miliardi di dollari in un deficit di 264 miliardi di dollari. La diffusione e il calo dei costi delle tecnologie pulite e dell’efficienza energetica in Europa, Cina e Stati Uniti – unita alla pressione sociale e politica di rispondere all’emergenza climatica – significa che la domanda di petrolio e gas calerà ragion per cui i paesi esportatori dovranno diversificare le loro economie per rimanere competitivi e stabili.

L’Europa ha un interesse strategico nella stabilità e nella transizione energetica ordinata di questi paesi. La maggior parte dei fornitori di petrolio e gas dell’Europa sono infatti stati fragili e troppo dipendenti dalle esportazioni di idrocarburi per coprire le finanze pubbliche, la cui instabilità sarà esacerbata sia dalla decarbonizzazione e che dagli impatti dei cambiamenti climatici. Per prevenire l’instabilità futura dei paesi dell’area Mena occorre quindi dare priorità a un approccio strategico agli investimenti incentrati sia sulle tecnologie pulite a zero emissioni che alla resilienza dei sistemi idrici e alimentari. Questi dovrebbero diventare la priorità numero uno della politica estera degli Stati Membri per la stabilità di lungo periodo mentre la Commissione europea potrebbe istituire una piattaforma per la resilienza climatica e la diversificazione economica della regione Mena e avviare un dialogo transatlantico sulla sicurezza delle risorse, con particolare attenzione a garantire la sicurezza idrica.

Luca Bergamaschi è ricercatore associato nel programma Iai “Energia, clima e risorse”

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