Gli errori di Sánchez, gli ostacoli per un accordo, la strategia di Vox e il nodo catalano. La Spagna dopo le elezioni analizzata in una conversazione di Formiche.net con Paloma Román, direttrice del dipartimento di Scienze politiche e dell’amministrazione dell’Università Complutense di Madrid

La Spagna è rimasta dov’era. I risultati delle elezioni generali di ieri, rispetto a quelle del 28 aprile, sembrano invariati, ad eccezione della crescita dell’estrema destra di Vox, ora terza forza politica del Paese. Il Partito Socialista Operaio Spagnolo (Psoe) di Pedro Sánchez (nella foto) resta il primo partito, ma anche questa volta non ha ottenuto la desiderata maggioranza. E ora?

Inizia così, per la quarta volta in pochi anni, il percorso per raggiungere un accordo politico per un governo di coalizione. Ma la situazione è ancora più complessa.

In una conversazione con Formiche.net, Paloma Román, direttrice del dipartimento di Scienze politiche e dell’amministrazione dell’Università Complutense di Madrid, ha spiegato che a suo parere lo scenario è più deludente di quello del 28 aprile 2018: “Risultati alla mano, la situazione è peggiore rispetto alle ultime elezioni. Può rallegrarsi solo l’estrema destra del partito Vox. Il Partito Popolare dirà che è contento, perché parte dal basso, molto basso, ma anche per loro sono risultati scarsi. Avere l’estrema destra molto forte accanto non è positivo”.

PARLAMENTO FRAMMENTATO

La politologa spagnola crede che oggi sia molto più improbabile che si arrivi ad un accordo di maggioranza: “Se non si è potuto fare, anzi, se non si è voluto fare durante la legislatura precedente, ora sarà molto più difficile. Gli spagnoli sono a un livello di stanchezza così elevato che penso che i politici dovranno duplicare gli sforzi, perché non si può andare alle quinte elezioni. Sarebbe troppo”.

In questo caos, e di fronte allo snervamento degli elettori, hanno guadagnato spazio i nuovi partiti: “Con il livello di divisione che c’è, entrano in Parlamento togliendo seggi ed aumentando la frammentazione. La difficoltà di trovare una maggioranza aumenta ancora”.

TEMPI FINITI

Prima di tutto, l’analista ritiene che sia stato un errore arrivare a questo voto. E il principale responsabile di ciò sarebbe il leader socialista: “Sánchez non voleva un governo di coalizione nel mese di luglio e nel mese di settembre, perché pretendeva di uscire rafforzato in queste elezioni, ma non solo non ci è riuscito, ma si è indebolito. È stato questo il principale errore. Non lo dico ora, lo penso dall’inizio. Non avremmo dovuto tornare alle urne. È vero che a livello nazionale non ci sono stati governi di coalizione, ma qui era inevitabile”. Secondo la politologa, “Sánchez non dovrebbe comportarsi come se fosse González o Zapatero, erano altri tempi, che sono finiti” e il leader socialista “non l’ha capito”. C’è, prosegue, “una parte di responsabilità anche di Unidos Podemos e anche, in misura ridotta, dei partiti minori di destra che non hanno voluto aiutare in questo caso. Ma la responsabilità più grande è di Pedro Sánchez”.

LA GESTIONE DELLA CATALOGNA

Poi c’è il tema della Catalogna, un conflitto che finora non si è saputo affrontare politicamente: “Le elezioni hanno coinciso con il momento in cui c’è stata la sentenza del Tribunale Supremo contro i leader separatisti. Questo ha provocato molta tensione e i partiti secessionisti catalani sono aumentati molto nei risultati. Se era complicato ad aprile, ora lo è molto di più”.

IL SUCCESSO DI VOX

Chi è uscito più rafforzato e con più benefici è l’estrema destra. Una tendenza europea dalla quale gli spagnoli pensavano di essere al riparo. Román ricorda che “l’anno scorso, in questo momento, prima delle elezioni regionali in Andalusia il 2 dicembre, non si parlava di Vox. Si era consci della sua esistenza, ma allora non aveva grande forza; oggi è la terza forza politica di Spagna. Evidentemente in Europa questi venti dell’estrema destra continuano a soffiare. La situazione di disunione e mancanza di risposta politica ai problemi delle persone da parte dei partiti politici tradizionali spingono l’elettorato a votare con la pancia, con l’emozione, e poco con la testa. Purtroppo è la situazione che c’è oggi, e non solo in Spagna”.

La debolezza di Madrid, è convinta la politologa, colpirà purtroppo anche i vicini di casa. “Sánchez voleva diventare un pilastro importante tra i sostenitori del progetto dell’Unione Europea insieme a Angela Merkel e Emmanuel Macron – spiega ancora Román – ma oggi si è ulteriormente indebolito. Marine Le Pen si è subito congratulata con Santiago Abascal, il leader di Vox. Sono tutti euforici, l’anti-europeismo è aumentato. La situazione è complessa anche per il Vecchio continente”.

E ORA…

Il prossimo passo è la costituzione delle Camere, Congresso e Senato, dopo la verifica dei risultati. Román spiega che quando i parlamentari presenteranno gli atti necessaria, allora ci sarà l’apertura del Parlamento: “Da lì inizieranno le consultazioni per capire il clima. Il Re dovrà nominare un candidato per l’investitura. Per ora non ci sono scadenze. Basta ricordare che il Psoe è stato il partito più votato ad aprile e solo a luglio si è presentato per il primo voto di investitura, dal quale è uscito sconfitto”.

L’augurio dell’analista “è che i politici spagnoli siano abbastanza responsabili per accelerare e arrivare a una qualsiasi soluzione, sia per formare un governo di coalizione sia per altre elezioni, ma con un rinnovamento totale di leader, perché questi”, conclude, “non sono stati all’altezza della situazione”.

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