Se vogliamo tutelare l'ambiente dobbiamo cambiare gli stili di consumo e di vita. Intervenire sulla produzione e soprattutto il consumo di plastica è fondamentale.

C’è una cosa che non finirà mai di stupirmi del dibattito giornalistico e politico italiano: ogni occasione è buon per fare polemica. E, solitamente, tanto impegno non viene poi destinato alla parte costruttiva del dibattito: la fase della proposta.

Si parla di una non meglio specificata “tassa sulla plastica” o meglio, visto il senso di minorità  verso l’inglese, di  “plastic tax“. Intervistato da La Stampa il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri spiega [grassetto mio]:

«Le uniche veramente nuove sono tre: sulla plastica “usa e getta”, sugli zuccheri contenuti nelle bevande, sui giganti del web. Mi sento di difenderle come tasse di scopo utili per l’ambiente e la salute. La plastica monouso, perché nel medio periodo incentiva l’impiego di materie prime compatibili con l’ambiente e promuove la trasformazione industriale. Lo zucchero, perché oggi l’incidenza dell’obesità in Italia tra i ragazzi fino a 12 anni è superiore alla media dell’Unione europea. E sui giganti del web non penso che sia necessario aggiungere molto. Nel loro insieme valgono 2 miliardi. Ciò detto anche in questo caso ascolteremo le opinioni di tutti. In particolare riguardo alla plastica rifletteremo sulle osservazioni del Presidente dell’Emilia Romagna Bonaccini, e siamo pronti a confrontarci con i produttori e gli esperti del settore».

Intervenire in tal senso è assolutamente giusto – e necessario. Si può discutere del come portare avanti gli interventi che servono per conciliare esigenze ambientali ed esigenze economico-produttive. Se vogliamo intervenire efficacemente sulla questione ambientale dobbiamo necessariamente cambiare gli stili di vita e di consumo che abbiamo.

Ovviamente, quando uno deve limitarsi a fare tweet di sostegno alla causa ambientale, a fare un po’ di propaganda spicciola citando Obama, Greta o Jovanotti – mi riferisco, per es. a Matteo Renzi – è tutto facile. Ma le cose perché si realizzino non vanno chiacchierate, vanno fatte.

Non sottovaluto la “paura” del settore produttivo emiliano, per es. che è molto impegnato proprio sulla produzione di plastica o di zucchero, ma questo non significa che la tassa sulla plastica (che è l’ennesima descrizione giornalistica di stampo populista per raccontare un qualche cosa di molto, molto più complesso) sia ingiusta. Anzi.

Si può intervenire sul versante produttivo, come sul versante del consumo. La Germania – e non solo – su questo è un valido esempio. Tutto ciò che è di plastica ha un costo maggiorato di un tot. Le bottiglie d’acqua, siano esse quelle da 0,33 cl o da 0,5 cl o da 1l hanno un prezzo maggiorato di 0,25 euro.

Quale è il sistema molto ben funzionante che la Germania usa da tempo? L’incentivo alla restituzione della plastica usata che poi viene raccolta e ri-destinata ad altri scopi. In sostanza, le persone comprano materiale in plastica e anticipano una somma, come già detto, 0,25 euro ad oggetto. Una volta consumata l’acqua – o qualsiasi altra cosa fosse contenuta nella bottiglia – i tedeschi (di norma) raccolgono tutto e lo portano nei super-mercati ai distributori automatici dove restituiscono tutto.

A quel punto ottengono, dalla macchinetta di raccolta della plastica, un bonus equivalente al valore restituito delle bottiglie che può essere usato nel super-mercato per fare la spesa. Insomma, un ciclo virtuoso tra produttori-consumatori di plastica.

La plastica deve essere disincentivata. Non sono felice nemmeno io di dover sempre anticipare dei soldi quando compro le bottiglie, ma la cosa non mi disturba: anzi, spesso uso borracce di plastica dura che non è quindi usa-e-getta, o uso borse di tela invece che di plastica usa-e-getta e mi obbligo anche ad andare a fare la spesa, facendo due passi in più del solito, che non fa mai male.

Insomma, lo Stato può avere anche una funziona molto positiva. Non basta certo mettere una tassa, ma non è questo il caso, bisogna spiegare perché è importante e soprattutto serve un impegno serio di tutte e di tutti poiché i nostri stili di vita devono cambiare se vogliamo evitare di trovarci in situazione spiacevoli e nei prossimi decenni anche devastanti.

Lo stesso ragionamento vale per lo zucchero. Sono un consumatore di zucchero assiduo: non posso bere un caffé senza almeno 2 zollette + un goccio di latte freddo. Adoro le merendine e i dolci in generale. Ma lo zucchero fa male. Ne sono consapevole e mi sforzo di limitarne l’uso. Anche in questo caso, serve cambiare lo stile di vita e consumo: perché l’obesità, ma non solo, è una realtà delle società opulente occidentali. Ma sono i problemi poi non direttamente visibili il vero pericolo: malattie cardiocircolatorie, poco movimento, effetti di malessere legati anche a forme di dipendenza dai “dolci”, disturbi gastro-intestinali e via dicendo: e sono costi, enormi, per la propria salute, dei propri figli e nipoti.

In conclusione, invito chi si occupa della questione a considerare tutto questo seriamente. Tornando alla plastica, che è l’esempio più chiaro,  invito a considerare quest’opzione per ciò che può rappresentare nel medio-lungo periodo:

  1. costo maggiorato del materiale usa-e-getta in plastica come disincentivo al consumo e allo spreco (cambio nello stile di consumo);
  2. incentivo alla restituzione della plastica invece di gettarla (cambio nello stile di consumo);
  3. accordi commerciali con imprese che possono produrre queste macchine automatiche di raccolta della plastica da installare nei vari centri-commerciali (cambio nel sistema produttivo-innovazione);
  4. sensibilizzazione all’importanza del riciclo di plastica (cambio nello stile di consumo);
  5. incentivo alle imprese a re-investire nella plastica usata da ri-utilizzare (cambio nel sistema produttivo-innovazione);
  6. consapevolezza dell’importanza della restituzione per avere indietro la somma anticipata (do-ut-des): sarà inizialmente un comportamento “egoistico” in senso economico e sociologico, ma nel medio-lungo periodo produrrà uno “stile” (di vita) che diventerà (probabilmente e sperabilmente) standard.
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