La fine della Guerra Fredda e la crisi dell’Unione Sovietica determinarono un riassetto dei Paesi dell’Asia Centrale. Dopo ventotto anni dall'indipendenza gli interessi strategici che connotano la rivalità geopolitica tra Russia, Cina e Stati Uniti hanno ancora oggi una valenza prioritaria

La dissoluzione dell’Unione Sovietica nel 1991 e la successiva comparsa nell’arena internazionale delle cinque repubbliche indipendenti dell’Asia Centrale delineava uno scenario geopolitico di tipo nuovo, destinato ad attrarre gli interessi delle potenze regionali (Cina e Russia) e dell’unica superpotenza risultata vincitrice della guerra fredda, gli Stati Uniti d’America: infatti, dopo sessant’anni di dominio sovietico e per la prima volta nella storia, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Tagikistan e Kirghizistan si ergevano come nazioni indipendenti e reclamavano un ruolo nello scacchiere delle relazioni internazionali modificato e trasformato dal crollo dell’Urss.

L’area geografica nella quale si collocano le repubbliche musulmane ex sovietiche dell’Asia Centrale riveste una notevole importanza strategica per un insieme di fattori e considerazioni: in primis, la rilevanza della regione deriva principalmente dalla posizione geografica di centralità nel cuore della massa continentale euro-asiatica, ponte geografico e strategico tra Asia, Medio Oriente ed Europa, da secoli storico e tradizionale luogo d’incontro tra differenti civiltà, in termini di scambi commerciali (es. la Via della seta), religiosi, culturali.

Nei primi anni novanta si delineava inoltre la minaccia di una situazione di instabilità, in quanto una delle conseguenze maggiormente evidenti prodotte dall’implosione dell’Unione Sovietica fu la creazione di un vacuum geopolitico, una sorta di vuoto di potere nella regione centroasiatica la cui condizione di stabilità assumeva una cruciale importanza strategica per la sua funzione di “stato cuscinetto” tra Russia, Cina e mondo islamico che aveva svolto sino al 1991.

Con il temporaneo abbandono della regione da parte della Federazione Russa (impegnata a elaborare una nuova politica estera per fronteggiare la nuova situazione) e la comparsa di cinque nuovi stati indipendenti (due dei quali – Kazakistan e Turkmenistan – si affacciano sul bacino del Caspio, contenitore di inesplorati giacimenti e di immaginifiche riserve di petrolio e gas naturale da rivaleggiare con quelle del Golfo Persico), nello spazio centroasiatico prese forma una competizione geopolitica – definita con eccessiva enfasi come una riproposizione del “Grande Gioco” del XIX secolo – che coinvolgeva stati regionali ed extra-regionali interessati ad estendere la loro influenza in quest’area.

Con la dissoluzione dell’Urss la Federazione Russa era passata da uno status di superpotenza a quello di potenza regionale, situazione che la costringeva necessariamente ad elaborare una strategia per relazionarsi al riconfigurato scenario presente ai suoi confini meridionali. Durante l’era Eltsin, la politica intrapresa dalla Russia nei confronti del suo near abroad è risultata incerta, caotica e confusa, per poi acquisire progressivamente importanza soprattutto con l’ascesa al potere del presidente Putin, che concepiva l’Asia Centrale come uno spazio nel quale vi erano interessi vitali della Russia che andavano tutelati.

La strategia adottata da Mosca nei primi anni novanta risultava fortemente condizionata da considerazioni di carattere materiale – la mancanza di risorse finanziarie e la debolezza militare impedivano una politica di restaurazione dell’influenza sui territori ex sovietici – e da motivazioni ideologiche, in quanto la Russia era interessata a migliorare le relazioni con l’occidente e questo orientamento implicava un sostanziale disinteressamento nei confronti della periferia centroasiatica, concepita come uno spazio culturalmente arretrato ed estraneo alla Russia e come un insostenibile fardello economico che poteva frenare la svolta politica ed economica filo-occidentale.

Lo scoppio della guerra civile in Tagikistan nel 1992 e la persistente instabilità in Afghanistan contribuirono a determinare un ripensamento della politica russa verso l’Asia Centrale: cominciarono a prevalere le preoccupazioni legate alla sicurezza e alle conseguenze destabilizzanti sui confini della Federazione, causate dalla perdita d’influenza nella regione, mentre si rendeva necessario un maggior controllo militare allo scopo di evitare una potenziale propagazione dell’instabilità e fronteggiare il proliferare dell’ideologia islamica radicale.

Data l’incapacità di poter politicamente ed economicamente dominare sui nuovi stati, la Russia intraprese una strategia multilaterale – finalizzata alla creazione di una unione militare con le repubbliche centroasiatiche nella quale prevalessero esigenze di difesa e sicurezza congiunte, e all’associazione di queste in uno spazio economico comune – e parallelamente una politica incentrata sul rafforzamento delle relazioni bilaterali. Sul piano multilaterale, le iniziative adottate dalla Russia hanno incontrato la resistenza delle nuove repubbliche, che non mostravano alcun interesse a ricadere sotto la sfera d’influenza di Mosca e non intendevano privarsi della sovranità nazionale appena acquisita in cambio di una reintegrazione tout-court all’interno di strutture multilaterali sovranazionali.

La strategia adottata dagli Stati Uniti nei primi anni di indipendenza delle nuove repubbliche era improntata sul non-coinvolgimento in una situazione che si profilava intricata e potenzialmente esplosiva. In questa prima fase, la regione non era di prioritaria rilevanza per gli interessi statunitensi, che si limitarono a sostenere le nuove repubbliche nello sviluppo della democrazia e nell’introduzione di un economia di mercato. Washington riconosceva l’area come appartenente alla sfera d’influenza russa e non ignorava certo le future ambizioni cinesi: tuttavia, la distanza geografica e la necessità di impiegare ingenti risorse limitavano la capacità americana di esercitare un controllo sull’area. Nei primi anni novanta, una delle principali preoccupazioni degli Stati Uniti nella regione riguardava l’eliminazione della potenziale minaccia rappresentata dall’arsenale nucleare presente nel territorio del Kazakistan ed ereditato dall’Urss.

A partire dal 1994 – conseguentemente al progressivo deterioramento delle relazioni con la Russia, che intendeva mantenere il controllo delle risorse energetiche della regione e che accresceva la sua influenza sul bacino del Caspio – gli Stati Uniti modificarono la loro strategia centroasiatica. Il sostegno alla stabilità e al rafforzamento dell’indipendenza delle nazioni centroasiatiche poteva promuovere lo sviluppo di un orientamento politico ed economico filo-occidentale sulle elites al potere, che avrebbe ridotto l’influenza politica e ed economica sino-russa e altresì limitato anche l’influenza dell’islam radicale.

In materia di sicurezza, uno dei maggiori successi è stata l’attuazione del programma Partnership for Peace tra la Nato e le repubbliche centroasiatiche – condotto a livello bilaterale – con il quale si intendeva contribuire al mantenimento della stabilità regionale, promuovendo la cooperazione in ambito militare attraverso attività di formazione ed equipaggiamento degli eserciti nazionali, emancipando queste nazioni “nuove” dalla dipendenza militare russa, con la quale occorreva tuttavia mantenere un atteggiamento prudente per non irritarla. Una delle principali motivazioni che spinsero gli Stati Uniti ad un maggiore coinvolgimento in Asia Centrale era legato all’opportunità di partecipare allo sfruttamento delle risorse naturali del Caspio, attraverso l’operato di compagnie statunitensi (come accadde in Kazakhstan), creando un sistema di corridoi energetici alternativi per assicurare a tali risorse l’accesso ai mercati occidentali, riducendo il controllo russo sul comparto energetico centroasiatico.

A seguito dello smembramento dell’Unione Sovietica, anche la Cina dovette confrontarsi con il nuovo scenario geopolitico delineatosi ai suoi confini nord-occidentali, caratterizzato dalla comparsa di cinque nuove repubbliche indipendenti, tre delle quali (Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan) confinavano direttamente con il territorio cinese. La necessità di regolamentare le questioni transfrontaliere e l’esigenza di sviluppare delle relazioni con le nuove entità statali indussero le autorità politiche di Pechino ad elaborare sin dalle prime fasi una nuova politica estera e una strategia rivolta all’Asia centrale, orientata secondo tre direttrici prioritarie: sicurezza, scambi commerciali, risorse energetiche.

Da un punto di vista della sicurezza nazionale, la Cina temeva il potenziale effetto destabilizzante provocato dalla nascita di cinque Stati indipendenti ai confini della regione autonoma dello Xinjiang – il cui sottosuolo è ricco di risorse minerali ed energetiche – popolata in maggioranza da popolazioni musulmane turcofone come gli uiguri e i kazaki, presenti anche nelle regioni confinanti. Garantire la sicurezza e la stabilità dello Xinjiang costituiva l’obiettivo prioritario della politica cinese, evitando che la minoranza turcofona degli uiguri venisse contagiata da tendenze separatiste alimentate da richiami religiosi (comune fede musulmana) o storico-culturali-linguistici (richiamo al panturchismo, alla creazione di un’unica comunità con comuni radici storico-linguistiche-culturali turcofone).

Per assicurare la stabilità e la sicurezza della regione e sfruttare le opportunità politiche ed economiche offerte dal nuovo contesto regionale, la Cina adottò la strategia dello “Zhoubian zhengce” (politica periferica) fondata sulla creazione di relazioni diplomatiche con le nuove repubbliche per sviluppare buone relazioni transfrontaliere e crescenti legami economici.

Desiderosa di mantenere lo status quo, la Cina fu uno dei primi Stati a riconoscere politicamente i nuovi Stati indipendenti e a stabilire con essi piene relazioni diplomatiche. Con l’obiettivo di garantire e rafforzare la sicurezza transfrontaliera, la Cina concentrò la sua azione nei confronti di Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan, repubbliche con le quali condivideva dei lunghi confini e quindi anche le medesime preoccupazioni riguardo alle minacce contro la stabilità nazionale.

Dopo ventotto anni dall’indipendenza dell’Asia Centrale post-sovietica, possiamo rilevare come gli interessi strategici che connotano la rivalità geopolitica tra Russia, Cina e Stati Uniti in Asia Centrale abbiano ancora oggi una valenza prioritaria.

 

 

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