Spy story (con assassinio) sulla Via della Seta

Spy story (con assassinio) sulla Via della Seta
Un assassinio, i servizi segreti che cercano la verità, un governo (quello di Pechino) che smentisce il suo coinvolgimento e la scelta del governo australiano di abbandonare una Via della Seta commerciale proficua. Cosa si cela dietro l'omicidio di Nick Zhao? L'analisi di Pennisi

Sembra un racconto o un dramma di Agatha Christie. Ci sono tutti gli ingredienti: un morto (in una stanza d’albergo) che forse sapeva troppo (e comunque era stato pagato troppo), un richiedente asilo (forse doppiogiochista), servizi segreti alla ricerca della verità (senza grande successo), un governo che smentisce tutte le informazioni che appaiono sulla stampa, un altro governo che dopo venti anni muta una politica commerciale e di collaborazione culturale che sembrava proficua. E sullo sfondo giornalisti di spicco che si sentono pedinati da agenti stranieri e università in subbuglio.

Se ne parla sulla stampa internazionale, anche nelle prime pagine. Ma silenzio totale in Italia. Certamente al piano nobile della Farnesina, dove c’è l’ufficio del ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Signor Luigi Di Maio, si è al corrente dell’intricata vicenda. Tanto più che il capo di gabinetto del ministro è stato a lungo ambasciatore a Pechino e che l’ambasciatore d’Italia a Canberra Francesca Tardioli è nota per la propria puntualità e precisione. La Via della seta tra Cina ed Australia è il luogo dove si svolge l’ancora irrisolto giallo.

In breve, un giovane e brillante uomo d’affari, Nick Zhao, militante nel Partito Liberale, viene trovato cadavere in una stanza d’albergo. Nessuno indizio, nessun movente. Dopo alcuni giorni un articolo del Sydney Morning Herald sostiene che, dato che polizia giudiziaria e magistratura non venivano a capo dell’assassinio, la pratica viene ora curata da The Age, il nomignolo dato ai servizi segreti australiani. A poco a poco filtrano altre notizie: Zhao era il personaggio ideale per essere avvicinato dallo spionaggio cinese. Avrebbe stabilito buoni rapporti con i cinesi e gli sarebbe stato offerto un milione di dollari australiani per la campagna elettorale che aveva in mente di fare. Qui la faccenda si ingarbuglia. Non è chiaro se Zhao spinto dal senso patriottico sia corso a spifferare tutto a The Age e se fosse lui stesso un agente di The Age che volesse sondare le spie cinesi. Pare che il milione di dollari fosse in cambio di legislazione atta a favorire la tecnologia cinese G5 in Australia.

La vicenda diventa ancora più intricata perché un noto editorialista australiano (pur se ormai quasi in pensione) John Garbnaut, profondo conoscitore della Cina (si mormora che in passato abbia scritto rapporti riservati su quello che fu il Celeste Impero) chiede protezione perché ha la sensazione di essere pedinato per le vie di Sydney. Che tema di fare la fine di Zhao?

Altra complicazione: un giovane cinese richiedente asilo Wang Lioang si presenta alle autorità australiane in cerca di aiuto. È stato assistente di un importante uomo d’affari di Hong Kong, il quale sarebbe in effetti a capo di un servizio di disinformazione e di individuazione di potenziali agenti (come pensavano fosse Zhao). A questo punto, le autorità di Pechino, che sino ad allora avevano reagito con composti comunicati per affermare che su Zhao ed il milione di dollari, si fanno solo chiacchiere senza alcun indizio, perdono lo staffe ed iniziano una campagna per squalificare Wang: il tabloid del Partito Comunista Cinese in lingua inglese più diffuso in Asia e nel Pacifico The Global Times lo accusa di essere un volgare truffatore e viene diffuso sulla rete il video di un processo per truffa che il giovane avrebbe subito nel 2018 (prima di scappare alla volta dell’Australia). Wang avrebbe, nel contempo, rivelato i nomi di agenti cinesi incaricati di seguire nelle Università australiane studenti “dissidenti”, di fotografarli e di inviare rapporti ai servizi segreti di Pechino.

Cosa fa il governo di Canberra? Silenzio sino a quando non si è risolto il caso Zhao, ma il clima sta cambiando. Sino a poco tempo fa, lo slogan era Mangia tu che mangio io-arricchiamoci insieme. Ora Canberra non solo è più cauta ma ha maggiore contezza di disporre di un’arma importante: Pechino ha vitale necessità di importare ferro dall’Australia, ai prezzi praticati dagli australiani. Per i dignitari della Città Proibita il tratto di Via della Seta tra Cina ed Australia rischia di diventare tutto in salita.

ultima modifica: 2019-12-05T09:50:58+00:00 da Giuseppe Pennisi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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