Sarebbe "imminente” l'armamento dei Reaper francesi dispiegati in Niger. Parigi tenta così di aumentare l'efficacia della missione Barkhane nel Sahel, soggetta a diverse critiche in Francia. Lo fa potenziando la componente aerea a pilotaggio remoto, confermando un trend già evidente in Libia dopo l'abbattimento dei due droni, americano e italiano. È la guerra moderna, ibrida e unmanned

Parigi si appresta ad armare i propri droni dispiegati in Niger, nell’ambito di un complessivo potenziamento della componente a pilotaggio remoto dell’Aeronautica militare. È l’evoluzione della guerra moderna, particolarmente evidente tra nord Africa e Sahel, dove il ricorso a tali assetti per aumentare l’efficacia dell’azione militare è crescente. A fine novembre, l’abbattimento di due droni sulla Libia, uno americano e uno italiano, ha riacceso il dibattito. Per la Francia, armare velivoli finora utilizzati per intelligence e ricognizione vuol dire fare un passo in più alla ricerca del primato d’influenza e proiezione nell’area. In più, permetterebbe di alleggerire il ruolo delle forze a terra per una missione che, dopo la morte di tredici militari in Mali, ha accresciuto il numero dei detrattori.

I REAPER FRANCESI

In un articolo a piena pagina, Le Figaro definisce oggi “imminente” il primo test d’armamento dei Reaper dispiegati in Niger con bombe a guida laser GBU-12. L’Aeronautica francese impiega i droni di produzione americana dal 2014. Li utilizza soprattutto in Sahel e nord Africa, con finalità di intelligence e ricognizione. Oggi ce ne sono tre (un unico sistema) impegnati nell’operazione Barkhane contro il terrorismo, e hanno accumulato ormai trentamila ore di volo. “Non ci sono operazioni senza Reaper”, ha spiegato al quotidiano transalpino il generale Jean-Luc Moritz, comandante delle Forze aeree francesi. Il velivolo a pilotaggio remoto ha cambiato “l’equilibrio di potenza”, consentendo di “fare un passo in avanti” rispetto al nemico che opera a terra. In consegna per il 2020 ce ne sono altri sei, ma già nei prossimi giorni ci potrebbe essere il primo passo in termini d’armamento: un primo colpo di prova con arma GBU-12, già impiegata in altri contesti dalle Forze Usa per la capacità di ridurre i rischi di danni collateralli. Ogni velivolo francese ne potrebbe caricare quattro, consentendo di “accelerare il circuito di ingaggio”, ha detto il generale Moritz. Per ora, infatti, il drone ha il compito di “illuminare” il target, indicando dove e cosa colpire ad altri assetti, a terra o in aria. “Oggi i nostri obiettivi sono rapidi e vengono scoperti all’ultimo momento; l’armamento del Reaper consentirà di colpirli al momento giusto”, ha rimarcato il capitano Mathieu, uno dei piloti di droni francesi che operano a Niamey.

VERSO L’AUTONOMIA

Il progetto d’armamento, promesso già due anni fa dal ministro della Difesa Florence Parly entro la fine dell’anno, rientra nel piano di incremento della componente a pilotaggio remoto. Per ora, la capacità francese è ancora legata agli Stati Uniti, tanto che fino a poco tempo fa gli operatori dei droni dovevano addestrarsi oltreoceano. Ora il centro per tali attività è stato collocato presso la base di Cognac, a nord di Bourdeaux, ma ancora resta sotto la supervisione americana che sarebbe particolarmente attenta a impedire l’accesso alle tecnologie sensibili dei velivoli. Eppure, Parigi punta alla piena autonomia, tanto che i droni del “block 5”, ordinati lo scorso marzo, dovrebbero essere gestiti totalmente dall’Aeronautica francese. Per quanto riguarda il personale, l’obiettivo è addestrarne 120 unità, equivalenti a trenta equipaggi. Gli scenari operativi a cui destinarli sono molteplici, ma il principale riferimento è il Sahel. Il primo Reaper francese ha d’altra parte spiccato il volo dal Niger.

L’OPERAZIONE

Lo ha fatto quando, nell’agosto 2014, prendeva il via l’operazione Barkhane, evoluzione della missione Serval volta al contrasto del terrorismo jihadista nei Paesi del Sahel, prevalentemente Mali, Niger, Burkina Faso e Ciad, un territorio grande quanto l’Europa. Oggi l’impegno francese conta 4.500 militari, circa 830 veicoli militari, tre droni e una trentina tra caccia (Mirage 2000), velivoli da trasporto ed elicotteri. Lo scorso 25 novembre la missione ha subìto il colpo più duro dal suo avvio con tredici vittime nello scontro tra due elicotteri. Pochi giorni dopo, ricevendo all’Eliseo il segretario generale della Nato Jens Stoltenberg, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato un revisione dell’operazione chiedendo agli alleati di fare di più per la stabilità e la sicurezza del Sahel.

ALLEGGERIMENTO…

In patria le critiche sull’efficacia della missione premono il governo, affiancate dai timori che cresca nella regione il sentimento anti-francese. E così, già a inizio novembre, in visita al contingente in Mali, il ministro Parly annunciava “la creazione di un’unità europea delle forze speciali”. Dal 2020, spiegava, le forze speciali francesi saranno affiancate da quelle dei partner europei per formare i soldati maliani. In Mali sono d’altra parte attive Eutm, la missione d’addestramento targata Unione europea, il cui quarto mandato arriva fino a maggio del prossimo anno con 600 miliari, e Minusma, l’impegno dell’Onu (con 15mila unità) giunto al quinto mandato dal 2013, quanto scattò per sostenere la stabilizzazione del Paese dopo il colpo di Stato dell’anno precedente.

…E AMBIZIONI

In tale contesto, l’obiettivo francese di alleggerire il proprio coinvolgimento si somma all’ambizione di mantenere una proiezione importante sulla regione. L’armamento dei Reaper risponde a entrambi. I droni permettono di ridurre i rischi e aumentare l’efficacia dell’azione militare, protagonisti della “guerra spettacolo” teorizzata da Mary Kaldor che trova nella lotta al terrorismo il suo più evidente impiego. Lo ha compreso Parigi, che considera il Sahel un’area di diretta influenza e di quasi esclusiva competenza. Ne sa qualcosa l’Italia, che ha subìto l’insofferenza transalpina nell’avvio della missione in Niger. Nonostante l’intesa già raggiunta con il governo di Niamey nel 2017 (con esplicita richiesta di supporto), nei primi mesi del 2018 erano arrivate a più riprese notizie di insoddisfazione da parte delle autorità nigerine per l’impegno italiano, riprese (a volte riportate in via esclusiva) dai media francesi. Per sbloccare l’empasse ci sono voluti otto mesi e molteplici incontri bilaterali. All’epoca, i rapporti tesi tra il primo governo Conte e l’esecutivo di Parigi non aiutavano la reciproca comprensione. Ora il clima è cambiato, ma le ambizioni restano.

GLI INTERESSI ITALIANI

Nella presentazione delle sue linee programmatiche, il ministro della Difesa Lorenzo Guerini ha incassato qualche critica per aver dichiarato l’intenzione di voler cooperare di più con la Francia nell’area. Di fronte alle commissioni Difesa di Senato e Camera ha dettagliato il concetto. Sahel e Africa sub-sahariana rappresentano una zona in cui l’Italia ha “interessi prioritari”, a partire dalla “stabilità essenziale per la prevenzione ai flussi migratori e del contrasto al terrorismo internazionale”, ha detto. “Qualunque iniziativa nella regione non può non tenere conto del ruolo della Francia, attore ineludibile nel Sahel”. Perciò, “ritengo che la ricerca di un approccio congiunto e strutturato con Parigi sia necessaria, fermo restando la volontà di proseguire bilateralmente i prioritari interessi nazionali”. Oggi, la Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger prevede un dispiegamento massimo di 290 militari, 160 mezzi terrestri e cinque mezzi aerei. Ha l’obiettivo di addestrare le forse di difesa e sicurezza nigerine, ma anche di concorrere alle attività di sorveglianza delle frontiere e del territorio.

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