A trent'anni dalla nascita della Lega Nord, prende vita ufficialmente la Lega di Matteo Salvini. Ora, per fare il grande salto, ha bisogno di una identità e una cultura politica più ampia di quella “sovranista” e di una gestione più collegiale. L'opinione di Corrado Ocone

Giusto trenta anni fa, il 4 dicembre 1989, nasceva la Lega Nord dalla confluenza di forze regionali autonomiste o addirittura indipendentiste. Leader del nuovo partito o movimento era Umberto Bossi, che era stato eletto senatore due anni prima in quanto segretario della più forte delle sigle che davano vita al nuovo partito: la Lega Autonomista Lombarda.

Oggi, 21 dicembre 2019, quella storia non finisce, perché la Lega Nord continuerà formalmente ad esistere, ma sostanzialmente è come si preparasse a fare la più brutta delle morti: non una “morte dolce” (eutanasia), quella c’è già stata nei fatti dopo l’avvento alla guida del partito di Matteo Salvini il 15 dicembre 2013, ma una preannunciata lunga e travagliata agonia nel ruolo di bad company, cioè di serbatoio di sfogo di tutti i malanni e gli errori del passato.

Il congresso-lampo tenutosi stamattina in un albergo della periferia milanese, davanti a cinquecento delegati provenienti da ogni parte d’Italia, ha infatti modificato, per alzata di mano, lo statuto del partito rendendo possibile la doppia tessera per gli iscritti. I quali potranno perciò affiliarsi anche a quella Lega per Salvini, che formalmente esiste già da un paio di anni, e che poco alla volta prosciugherà il vecchio partito portandolo appunto alla morte.

Il nuovo soggetto battezzato oggi ufficialmente dal leader leghista è nuovo non solo nel nome e nella forma ma anche nella sostanza. Così nuovo da non perorare più l’autonomia delle regioni del Nord ma una loro stretta sempre più forte a quelle del resto d’italia, in una prospettiva tanto nazionalistica e antieuropeistica da essere stata definita, con una sorta di neologismo, “sovranista”. “Oggi – ha esordito Matteo Salvini al congresso di stamane – è l’inizio di un bellissimo percorso, è il battesimo di un movimento che ha l’ambizione di rilanciare l’Italia nel mondo”.

Ne avrà la forza? E soprattutto sarà ancora possibile dopo anni di declino politico, sociale, economico, persino psicologico, realizzare un così ambizioso progetto per il Paese? Queste le domande a cui da oggi il leader leghista non potrà sottrarsi e dovrà cominciare con la sua azione a rispondere. Prima di tutto convertendo in sostanza politica quel consenso che gli italiani gli hanno tributato nelle urne e continuano a tributargli nei sondaggi. La prima domanda si converte perciò in altri due quesiti: il governo cadrà in tempi brevi o no? E, sopratutto, Salvini arriverà alle eventuali elezioni avendo bypassato tutte le insidie, giudiziarie e politiche (anche di politica internazionale), che si prospettano ora sul suo cammino?

Si arriva così all’altro punto: una volta al governo con quale programma darà una scossa all’Italia? Dove prenderà le risorse economiche per farlo? Come riuscirà a superare l’ostilità del deep state, delle forze al comando in Europa e in definitiva dei mercati? Una strada tutta in salita, come si vede, ma è nelle difficoltà che si tempra la statura di un leader.

Quello che sembra evidente dall’esterno è che oggi alla Lega manchino due elementi per fare il grande salto: una identità e una cultura politica più ampia di quella “sovranista”, che pure ha messo sul tavolo problemi ed esigenze prima inespresse, e soprattutto non legata alle contingenze del momento come lo è essa; una gestione più collegiale, sia all’inerno che all’esterno del partito, del potere che gli italiani presumibilmente continueranno a dare alle forze antigovernative di destra e di centrodestra.

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