Conversazione con il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa: “Se aumentano i rischi, non si va via”. In Iraq “siamo parte di una coalizione internazionale”, più sicuri “che in Libano e in Afghanistan” e potremmo “aiutare la stabilizzazione”. Sulla Libia “una no fly zone non ha più senso”

“Se aumentano i rischi, si incrementa la vigilanza e si rafforzano i nuclei operativi, ma non si va via”. Inoltre, in Iraq “siamo molto apprezzati”, con pericoli “inferiori a quelli potenziali in Libano e in Afghanistan”. Parola del generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, che con Formiche.net interviene nel dibattito sull’ipotesi di rientro degli oltre 900 militari presenti in Iraq dopo le tensioni innescate dall’uccisione di Qasem Soleimani. La Difesa italiana ha già annunciato di aver innalzato le misure di sicurezza di tutti i contingenti all’estero e di aver sospeso le attività addestrative in Iraq. Nel frattempo, il Parlamento iracheno, riunito oggi in sessione straordinaria, ha approvato una risoluzione in cui si afferma che “il governo deve lavorare per porre fine alla presenza di truppe straniere”, situazione che cambierebbe le carte per tutti i contingenti lì dispiegati. Intanto, anche in Libia si alza il livello d’allerta dopo il bombardamento delle forze di Haftar sul collegio militare di Tripoli.

Generale, oggi il Fatto Quotidiano ha rilanciato la proposta di ritirare i soldati dall’Iraq, già avanzata su queste colonne da Vittorio Emanuele Parsi e da Pasquale Preziosa. È d’accordo?

No. Anzi, in questo caso potenzierei la nostra presenza, eventualità che comunque non intravedo. In ogni caso, bisogna capire che tipo di attività abbiamo sospeso. Se è sospesa in toto la missione, un ragionamento di ritiro ci potrebbe anche stare. Ma il termine sospensione indica esso stesso la natura temporanea dell’iniziativa, in attesa che riprenda la regolarità delle operazioni.

Non è troppo rischioso restare in Iraq in questo momento?

L’Italia è molto più sicura in Iraq che a Herat (in Afghanistan) o in Libano. Lì possiamo essere esposti a vendette fredde, essendo parti deboli, ma non in Iraq, dove stiamo addestrando Forze armate e Polizia sciite e i peshmerga curdi, che in questo caso non c’entrano niente. Le forze sciite non hanno dunque motivo per prendersela con noi. È vero che gli sciiti iracheni non sono sempre in linea con gli iraniani, avendo combattuto lealmente le guerre di Saddam, ma mi sento di dire che i nostri militari sono al momento tra gente amica che apprezza il nostro lavoro.

Ci spieghi meglio.

Le forze italiane presenti a Baghdad sono poche, soprattutto Carabinieri che addestrano la Polizia irachene composta tutta da sciiti. Le nostre componenti che operano nell’area di Kirkuk (dove recentemente abbiamo subito un attentato di stampo Isis), parte del contingente di Erbil, si rivolgono alle Forze armate irachene che, dopo il rifiuto di Nuri al Maliki (primo ministro fino al 2014, ndr) di assorbirvi ufficiali e sottoufficiali sunniti che avevano lavorato con Saddam, è praticamente tutto sciita. Tra l’altro, sono stati proprio quegli ufficiali e sottoufficiali a dare vita al primo nucleo di formazione militare dell’Isis. Dunque, se dovessi fare una graduatoria del pericolo sui nostri principali contingenti, metterei prima Libano e Afghanistan, e solo dopo l’Iraq.

Quindi il rischio in Libano è elevato?

Sicuramente è più elevato che in Iraq. Siamo presenti in Libano con piccole postazioni isolate lungo il fiume Litani, in una zona sciita dominata da Hezbollah. La priorità secondo me è proteggere queste postazioni.

E in Afghanistan, dove ci sono 800 nostri militari?

Prima della nuova escalation, l’area di Herat era da noi percepita come quella a rischio minore, anche in virtù dei negoziati di pace in corso con i talebani. Ora le cose sono cambiate. Si tratta dell’area occidentale dell’Afghanistan, al confine dell’Iran che ora sembra diventata la principale minaccia.

Funziona il ragionamento secondo cui, se aumentano i rischi, occorre abbandonare la missione?

Direi di no. Le missioni militari presentano sempre dei rischi. Se aumentano, come in questi giorni, si prendono precauzioni, si incrementa la vigilanza e si rafforzano i nuclei operativi, ma non si va via. Altrimenti non ha senso iniziare una missione. Tra l’altro, i nostri impegni si inseriscono sempre in missioni internazionali, concordate con alleati e partner nelle sedi opportune. Il ritiro è il frutto di un ragionamento profondo. Oggi, andare via da Herat ha senso, ma non perché aumentano i rischi, quanto perché diventerebbe inutile per tutti restare in Afghanistan se ciò rientra nel negoziato con i talebani.

La tensione intanto cresce anche in Libia, con il bombardamento di ieri ad opera della forze di Haftar.

Bisognerebbe capire prima di tutto se la Turchia ha già fatto arrivare nel Paese i 1.600 miliziani jihadisti reduci dalla Siria. Se così fosse, i rischi chiaramente ci potrebbero essere, anche per l’ospedale da campo di Misurata. A fronte di pochi medici, a difesa della struttura ci sono circa 300 militari. Difficilmente qualcuno potrebbe mettersi a sparare contro 300 soldati addestrati come i nostri. Il pericolo è rappresentato casomai dai bombardamenti, contro cui non abbiamo alcuna difesa.

E una no fly zone?

La proposta ormai non ha alcun senso. Non basta qualche assetto aereo sopra la Libia per impedire che altri mezzi volino in quei cieli. Per mettere in piedi una no fly zone serve prima di tutto un territorio non ostile. Bisogna creare prima una zona di sicurezza, attaccando tutte le postazioni missilistiche presenti, distruggendo i depositi di armamenti e colpendo a terra chi li può utilizzare. Sono attività che precedono la creazione di una no fly zone, e ora mi sembrano impossibili vista la situazione sul campo.

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