I cattolici, la destra e il Vangelo. I dubbi di D’Ambrosio

I cattolici, la destra e il Vangelo. I dubbi di D’Ambrosio
Come può un vescovo, un prete, un cattolico aderire a dottrine e prassi politiche che sono palese negazione di quanto ci insegna il Vangelo? La riflessione di Rocco D'Ambrosio, professore ordinario di Filosofia Politica all'Università Gregoriana

È una tentazione classica, dei politici, usare la religione per finalità elettorali e politiche; non da meno alcuni leader religiosi hanno cercato di piegare la politica al proprio credo per proselitismo o difesa di interessi e privilegi delle comunità. Lo si fa a destra, come a sinistra, con tempi, stile e contenuti diversi. A farsi notare, negli ultimi tempi, è la destra italiana, in compagnia di quella statunitense, polacca, ungherese, francese, tedesca. Alcuni di loro si riuniranno a Roma il 4 febbraio. Hanno diversi tratti in comune. Sono cattolici e sono di destra: un secolo fa si chiamavano “clerico-fascisti”, ora teocon, cioè “conservatori di Dio”, oppure integralisti o fondamentalisti cristiani. I nomi degli intellettuali loro sostenitori sono diversi e poco noti al grande pubblico, le facce politiche, invece, sono sui media, un giorno si e l’altro pure. Non tanto sono interessati a comprendere il Vangelo, a fare esperienza di vita cristiana, personale o comunitaria.

Per loro i simboli (come rosari, crocifissi, presepi) non esprimono una fede matura, ma sono solo strumento di consenso elettorale; la stessa fede non è verificata nella comunità ma nello spazio individuale: per cui sembrerebbe che sia la Madonna a dare indicazioni di voto o il Padre Eterno a farsi vivo per assicurare che è on their side, dalla loro parte. Più che cristiani, sul piano politico e sociale, sono degli eretici gnostici, in versione moderna, cioè fortemente mediatica e populista. Alcuni tratti antropologici ed etici sembrano superare i confini nazionali e li ritroviamo in tutti questi eretici gnostici: amano se stessi fino alla pazzia, preferiscono improvvisare senza mai citare, essere assertivi e sicuri, promettere e far sognare (sul nulla), rassicurare senza spiegare, manipolare idee e sentimenti a seconda del caso. Non sopportano organizzazioni civili e di cittadinanza attiva (fatti salvi i loro fan), migranti, stranieri e poveri, movimenti per la tutela dell’ambiente e il dialogo religioso, regole democratiche, parlamenti, organismi di controllo, magistrati, convenzioni e organismi europei e internazionali, spesso seminano odio.

Detestano, con tutto se stessi, papa Francesco, anche se il papa si guarda bene dal farsi irretire in una contrapposizione ecclesiale e politica. Comunque lo detestano: non solo perché il papa si schiera al fianco di migranti e poveri, non solo perché critica “questa economia che uccide”, non solo perché vuole continuare la riforma del Vaticano II, ma soprattutto perché individua chiaramente la deriva gnostica e ideologia (coppia frequente nel magistero papale) di molta politica cosiddetta cristiana e le relative prassi di potere malsano.

Non sono i soli: molti pastori e fedeli laici sono in sintonia piena con il verbo teocon, o clerico-fascista, come dir si voglia. E qui la domanda diventa ancor più radicale: come è possibile? Come può un vescovo, un prete, un cattolico aderire a dottrine e prassi politiche che sono palese negazione di quanto ci insegna il Vangelo? Una lettera di Sturzo, del 1946, ci offre diversi spunti per rispondere e ci riporta, amaramente, alla grande responsabilità educativa nel formare cattolici adulti, coerenti e maturi: “sarebbe un errore alimentare il mito dell’uomo benefico, dell’uomo superiore, dell’uomo cui si aprono tutte le porte. Le esperienze del passato debbono aver fatto capire agli italiani che tali uomini o non esistono o sono semplicemente dannosi, perché ogni potere eccessivo è dannoso. […]. Ma nessuno creda che le sorti del nostro Paese potranno cambiare da un giorno all’altro; e che ci siano uomini che abbiano facoltà tali da farci superare le attuali crisi a breve scadenza e con prospettive vantaggiose. Non l’uomo, ma gli uomini occorrono all’Italia (come occorrono agli altri Paesi). Questi uomini siamo tutti noi, ciascuno nel suo piccolo; ciascuno con la sua volontà di lavorare per il bene degli altri; ciascuno rispondendo all’appello della propria coscienza e cooperando con gli altri con attività e sacrificio. (…). Per esperienza più che semi-centenaria di vita attiva, specialmente in politica, e con ventidue anni di esilio, sono convinto che gli stati d’animo e di sfiducia e di depressione sono l’anticamera delle sconfitte: e che l’iniziativa fiduciosa è sempre la vincente”.

ultima modifica: 2020-01-23T08:50:21+00:00 da Redazione

 

 

 

 

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