Vista dall'altra sponda dell'Atlantico, l'Italia “sembra voler tenere il piede in due scarpe”, tra Cina e Usa, tra Nato e Ue. Un'ambiguità che non riguarda la Difesa, settore da cui si può ripartire. Intervista al professor Carlo Pelanda, docente di Geopolitica economica all'Università Guglielmo Marconi, in occasione della visita a Washington del ministro Guerini

La Nato nel Mediterraneo, gli F-35 da assemblare a Cameri e la partecipazione ad ambiziosi programmi spaziali. È ciò che l’Italia può ottenere da Washington a fronte dell’impegno storico nelle missioni internazionali, a condizione che chiarisca all’alleato d’oltreoceano la sua posizione su altri dossier, dai rapporti con la Cina all’atteggiamento verso l’asse franco-tedesco. È il quadro descritto dal professor Carlo Pelanda, docente di Geopolitica economica all’Università Guglielmo Marconi ed esperto di studi strategici, che Formiche.net ha raggiunto per capire in quale contesto si colloca la visita a Washington del ministro Lorenzo Guerini. Oggi gli incontri con alcuni deputati, domani il colloquio al Pentagono con Mark Esper, sulla scia della visita a Roma del vice presidente Mike Pence la scorsa settimana.

Professore, negli ultimi mesi le visite tra i vertici di Italia e Stati Uniti sono state diverse. Quale è lo stato dei rapporti tra Roma e Washington?

Direi non ottimo. L’incontro di ottobre tra il presidente Sergio Mattarella e Donald Trump è andato bene, ma non è riuscito a dissolvere la sensazione di un’Italia che cerca a tratti di sgusciare dalle obbligazioni delle alleanze. C’è una certa ambiguità da due anni a questa parte nell’atteggiamento del governo italiano. Ciò ha posto agli Stati Uniti qualche punto di domanda.

A quali dossier si riferisce?

Prima di tutto al rapporto con la Cina, ma anche a quello con la Russia. Sulla partita europea, gli americani vogliono capire se l’Italia converge verso la Francia (o verso l’asse franco-tedesco), rinforzando così la compattezza di un’Unione europea che tende a contrapporsi agli Stati Uniti, oppure se può essere considerata un alleato fedele. Dal punto di vista statunitense, significa dare un contributo all’erosione della compattezza tra Francia e Germania, che peraltro pare non esserci, anche se Berlino non vuole litigare troppo con Parigi.

E l’Italia?

Ci presentiamo con un linguaggio di lealtà alla Nato e all’Unione europea, ma di questa dichiarazione gli americani non se ne fanno nulla. Da Washington viene letta come il tentativo di tenere il piede in due scarpe. Gli Usa voglio sapere se siamo più con la Nato o più con l’Ue, e su questo non riescono a ottenere precisazioni corredate da scelte vere. Cosa ancora peggiore, l’Italia non sta chiedendo all’America alcunché, e questo è sorprendente.

Cosa potremmo chiedere?

Potremmo chiedere di tutto. Il governo dovrebbe chiedere sostegno e coordinamento soprattutto rispetto alla relazione con Francia e Germania. Per trattare con Parigi e Berlino serve il supporto americano. Solo questo costringerebbe francesi e tedeschi a guardare all’Italia come Paese di prima fascia, e non come ultimo carro del convoglio.

Anche sulla Libia?

Diciamo che dovrebbe chiedere più sostegno in generale, da cui poi derivare singoli progetti, Libia compresa. In questo contesto, bisognerebbe chiarire se l’Italia vuole cambiare alleanza e concordare con Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi per costringere Haftar a rispettare meglio i nostri interessi. Bisognerebbe farlo. Ma il problema è che non riusciamo ad elaborare una strategia.

Sta dicendo di cercare la sponda Usa per spostarsi su Haftar?

Agli Stati Uniti interessa che la Turchia non subisca troppi colpi in Libia perché gli serve Ankara nell’operazione di controllo sull’Iran, e dunque gli permette margini di manovra in nord Africa. Ma la Turchia ci è montata sopra in Libia, e se l’alleanza con lei e con il Qatar si è rivelata sbagliata, occorre cambiarla. Per farlo, prima dobbiamo essere sicuri che gli Stati Uniti siano con noi. È una situazione classica di aggiustamento, connessa all’intenzione americana di non ingaggiarsi direttamente.

Veniamo alla visita del ministro Guerini. Può rilanciare i rapporti con Washington?

La relazione generale tra Italia e America è segnata da un’ambiguità pesante in questa fase, ma non sulle questioni che riguardando la Difesa. Fortunatamente, alla guida del dicastero c’è una persona competente, filo-atlantica e molto informata grazie all’esperienza di presidenza del Copasir. Uno che le cose le sa e può rappresentare gli interessi italiani. In tal senso, la missione in corso toccherà difficilmente gli aspetti di grand strategy, ma è probabile che il ministro riesca a negoziare interessi in alcuni aspetti settoriali.

Ad esempio?

Ad esempio sulle missioni militari. Si confermerà la presenza in Iraq, seppur con un messaggio cautelare legato a impieghi di formazione. Manderemo inoltre qualche nave nello Stretto di Hormuz, cosa di cui gli americani hanno bisogno. È un sostegno che vale molto in denaro politico. Poi bisogna vedere se le condizioni generali dei rapporti metteranno il ministro in grado di ottenere contropartite a fronte di tali impegni.

Che tipo di contropartite?

All’industria italiana è già andato un contratto come prime per gli elicotteri d’addestramento alla Marina americana. È un segnale importante, ma non basta. C’è in ballo l’assemblaggio di altri F-35 allo stabilimento di Cameri, su cui è strategico che convergano altre attività. La Polonia acquisterà numerosi velivoli, ma è anche il primo cliente europeo di armamenti italiani. Assemblare i suoi F-35 andrebbe bene, ma ci vuole l’avvallo americano.

C’è poi la richiesta italiana per una maggiore attenzione della Nato sul fronte sud.

Certo. È interesse della Difesa che ci sia presenza dell’Alleanza nella Penisola e nel Mediterraneo. Lo stesso Trump aveva dichiarato apertamente di voler ingaggiare di più la Nato sulle questioni mediterranee e mediorientali. Ciò si tradurrebbe in più basi e più missioni in Italia. Tutto questo dà lavoro, soprattutto al sud, dove mancano grandi programmi ma ci sono elevate competenze. L’occasione di avere lavoro qualificato per realizzare basi della Nato è rilevante. L’Italia ha sempre scambiato favori economici e politici offrendo basi militari. Non c’è nulla di strano.

Si parla anche di programmi spaziali.

Questa è la partita più importante e delicata. Anche qui l’Italia rischia di apparire con il piede in due scarpe. Rispetto ai programmi europei, sembra meglio stare con la Nasa, o ancora di più in programmi Nasa-Esa (l’Agenzia spaziale europea, ndr), lasciando perdere l’Unione europea che creerà una sua struttura di politica spaziale dove arriveranno le risorse da distribuire. D’altra parte, la collaborazione sullo spazio tocca anche gli aspetti militari, e su questi è importante stare con il Pentagono. È roba seria. Non essere con gli Usa sugli armamenti vuol dire perdere potenziale di competitività.

Mi sembra di capire che la possibilità dell’Italia di riconquistare spazio nei contesti internazionali passi dalla Difesa.

Sì, ma questo da sempre. Il denaro militare vale più di altre cose. Si ha voce su certi dossier se ci si mettono i soldati, come fece Cavour in Crimea. Tornando alla visita del ministro a Washington, non mi sembra che ci siano le condizioni politiche generali per chiudere tutti i business. C’è però la possibilità di definire alcune progettualità. L’America in questo momento ha bisogno di alleati, ma l’Italia deve chiarire la sua posizione.

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