Il fattore Hong Kong nei rapporti tra Washington e Pechino. Parla Martinelli

Il fattore Hong Kong nei rapporti tra Washington e Pechino. Parla Martinelli
Le dinamiche interne (e i possibili cambiamenti) del governo locale, la strategia di Pechino e il ruolo degli Stati Uniti. Conversazione con Alberto Martinelli, professor Emeritus dell’Università degli studi di Milano e presidente della Fondazione AEM-Gruppo a2a

L’attenzione internazionale si è spostata verso il Medio Oriente, ma la crisi a Hong Kong continua. Il capo del governo locale, Carrie Lam, ha dichiarato martedì che si impegnerà a lavorare con il nuovo direttore dell’Ufficio di collegamento della Cina con Hong Kong, Luo Huining, e ha garantito che sarà accolto il principio di “un Paese, due sistemi”, così come la Legge Basica (Costituzione di Hong Kong). “Nel 2020 dovremo affrontare una recessione più grave del previsto – ha annunciato Lam – Quest’anno il tasso di disoccupazione è destinato ad aumentare”. Ma l’obiettivo è riprendere “la buona strada”, riportare Hong Kong nella carreggiata giusta, si legge sul quotidiano locale The Standard.

In una conferenza stampa a Washington, il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, ha commentato la nomina di Luo e ha dichiarato che “la buona strada sarebbe che il Partito Comunista Cinese rispettasse l’impegno preso con Hong Kong”.

La situazione a Hong Kong continua ad essere critica. L’emendamento (poi ritirato) alla legge sull’estradizione è stato la scintilla che ha innescato una protesta. Ma le cause sono più profonde, come ha spiegato a Formiche.net Alberto Martinelli, professore Emeritus dell’Università degli studi di Milano e presidente della Fondazione AEM-Gruppo a2a.

Alla base della crisi a Hong Kong c’è “il conflitto con il governo cinese in merito all’autonomia di Hong Kong dalla Cina negoziata dal Regno Unito nel 1997, secondo la formula ‘un paese, due sistemi’ che terminerà nel 2047, anno in cui Hong Kong cesserà di avere standard politici, economici e istituzionali diversi e più autonomi rispetto al resto della Cina”.

Martinelli ha ricordato che già nel 2014 si erano verificate proteste durate tre mesi, scaturite dalla decisione del Comitato permanente del Congresso nazionale del popolo di Pechino di riformare il sistema elettorale di Hong Kong sottoponendo i candidati alla leadership a una “preselezione” da parte del Partito Comunista Cinese: “un chiaro segnale della volontà di Pechino di erodere progressivamente, il grado di autonomia di Hong Kong. L’attuale governatrice Lam è stata spesso accusata di essere la ‘longa manus’ di Pechino anziché l’interprete degli interessi e delle istanze autonomistiche della ex-colonia britannica. I movimenti collettivi di protesta non sono quindi una novità nella vita politica di Hong Kong, i cui cittadini non sono liberi di esprimere le proprie preferenze elettorali, ma hanno il diritto di manifestare ed esprimere il proprio dissenso”.

Sulle motivazioni economiche dei manifestanti, il professore considera che sono secondarie, rispetto alla questione del pluralismo democratico e dei diritti politici: “Tuttavia, soprattutto i cittadini più giovani protestano anche contro le crescenti disuguaglianze sociali, ed è questo un aspetto che le manifestazioni di Hong Kong hanno in comune con proteste contemporanee che si svolgono in altre parti del mondo, dal Medio Oriente all’America Latina”.

È possibile un cambiamento nella leadership del governo locale di Hong Kong?

L’elezione dei membri dei 18 consigli distrettuali, di per sé non molto rilevante per l’elezione del capo dell’esecutivo di Hong Kong (gli eletti rappresentano infatti una minoranza di un’assemblea di saggi solitamente dominata da lealisti fedeli a Pechino), è tuttavia l’occasione per esprimere il proprio sostegno o la propria critica verso il governo della città. E questa volta, dopo cinque mesi di proteste, è stato un referendum a favore dei manifestanti, con un’affluenza alle urne del 71% degli aventi diritto (circa 3 milioni di persone) e con 396 seggi sui 452 in palio ottenuti dai democratici, a fronte di 60 assegnati ai candidati pro-establishment e 45 indipendenti. Il risultato è stato molto significativo per due motivi fondamentalmente: ha dimostrato che la grande maggioranza degli abitanti di Hong Kong appoggia il movimento di protesta e che i manifestanti non sono “terroristi”, come li hanno definiti alcuni esponenti del governo cinese, ma cittadini che sanno passare dalle barricate alla partecipazione elettorale. Tuttavia, nonostante questo voto, che è stato di fatto un referendum a favore di un governo democratico a Hong Kong, è assai improbabile che la governatrice Carrie Lam sia sostituita da un leader che sia espressione della concezione politica della maggioranza della popolazione.

La Cina aumenterà la pressione? Come potrebbe cambiare la situazione nel 2020?

Il governo cinese si trova di fronte a un dilemma: da un lato teme che le proteste di Hong Kong possano favorire le spinte centrifughe dell’ex-colonia, che sono presenti fin dalla sua restituzione da parte del Regno Unito e sono favorite dalla sua integrazione nell’economia internazionale e che possano costituire un precedente per altre regioni con velleità autonomistiche (Tibet, Macao, Xinjiang, Mongolia interna). D’altro lato un intervento repressivo da parte delle truppe schierate ai confini di Hong Kong avrebbe un pessimo effetto sulla cittadinanza di Taiwan che Pechino cerca di recuperare applicando una formula simile a quella di “un Paese e due sistemi”. Per questo motivo le pressioni di Pechino sono di natura più economica che politica; si è evitato finora che le autorità cittadine richiedessero l’intervento armato o che il Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo dichiarasse lo stato di guerra o di emergenza (decisione necessaria per autorizzare un intervento armato), mentre si sono invece sviluppate sia l’integrazione economica di Hong Kong nell’economia cinese (oggi circa la metà dell’interscambio commerciale è con la madre patria), sia i collegamenti terrestri con le città del Guangdong, minacciando nel contempo di sostituire Hong Kong con Shenzhen come polo centrale della Greater Bay Area, la grande zona economica e finanziaria della Cina meridionale in grado di rivaleggiare con le baie di San Francisco e Tokyo.

Qual è il ruolo degli Stati Uniti, e della comunità internazionale in generale, nella crisi di Hong Kong?

Sia l’amministrazione che il Congresso Usa hanno preso posizione a favore del movimento di protesta di Hong Kong. Ad esempio, il Senato americano ha approvato all’unanimità la legge bipartisan “Protect Act” proposto dalla senatrice repubblicana Marsha Blackburn che proibisce la vendita di equipaggiamenti per il controllo della folla alla Cina. Il vice-presidente Mike Pence ha dichiarato che la reazione di Pechino alle proteste può rendere ancor più difficili le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina. E Nancy Pelosi, Presidente della House of Representatives, ha proposto una “Legge sui diritti umani e la democrazia a Hong Kong del 2019” intesa a “valutare se gli sviluppi politici a Hong Kong giustifichino il cambiamento del trattamento di Hong Kong ai sensi della legge statunitense”. Queste e altre simili reazioni hanno suscitato forti reazioni da parte del governo cinese, secondo la prassi consueta di non tollerare alcuna “interferenza straniera” nei propri affari interni.

Tuttavia le critiche americane, come quelle dell’Unione Europea, non saranno più efficaci di quelle sulle violazioni dei diritti umani e politici, reiterate nei vari incontri internazionali e bilaterali con il governo cinese.

Hong Kong è una variabile nelle trattative tra Washington e Pechino?

La difficoltà di gestire la protesta di Hong Kong, nel 40° anniversario della violenta repressione di Piazza Tienanmen, che ha in parte rovinato la festa nazionale per il 70° della nascita della Repubblica popolare, è sicuramente un elemento di debolezza per il governo di Pechino (rendendo tra l’altro più difficile il cammino verso il ritorno di Taiwan, in quanto dimostra che si può resistere a Pechino e favorisce la vittoria della presidente in carica, Tsai Ing-wen nelle elezioni di quest’anno). Inoltre la contrazione dell’economia di Hong Kong influisce sul tasso di crescita del Pil cinese. Tale debolezza verrà utilizzata dal governo americano nel negoziato commerciale tra i due paesi, ma non avrà un ruolo decisivo, anche perché il ruolo di Hong Kong come centro finanziario mondiale può essere progressivamente a svolto da Shenzhen e Shanghai.

Quali possono essere altre conseguenze economiche e finanziarie sui mercati globali di questa crisi?

Sono state e continueranno ad essere limitate, molto inferiori a quelle derivanti dall’esito del negoziato sulle relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti.

ultima modifica: 2020-01-08T09:10:48+00:00 da Rossana Miranda

 

 

 

 

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