Intervista all'ambasciatore Stefanini, già rappresentante permanente alla Nato, in occasione della visita a Washington di Lorenzo Guerini. Sulla Libia “è importante essere sicuri che gli Stati Uniti rimangano sul nostro stesso spartito”. L'incontro con Jared Kushner? “Utile per far arrivare alcuni messaggi direttamente al presidente Trump”

Un ritorno alla normalità, essenziale per le missioni all’estero, per tutelare la linea italiana in Libia e per preservare legami industriali strategici. È la visita del ministro della Difesa Lorenzo Guerini negli Stati Uniti, descritta a Formiche.net dall’ambasciatore Stefano Stefanini, senior advisor dell’Ispi, già consulente diplomatico del presidente Napolitano e rappresentante permanente per l’Italia all’Alleanza Atlantica. Ieri il ministro italiano ha incontrato gli esponenti di spicco della commissione Armed force della Camera dei rappresentanti. Oggi è in programma il colloquio al Pentagono con il segretario Mark Esper e l’incontro con Jared Kushner, genero e consigliere di Donald Trump, artefice del piano per la pace tra Israele e Palestina.

Ambasciatore, quale è il valore di una visita di Stato del ministro della Difesa a Washington in questa fase?

La visita è un ritorno alla normalità. Non è infatti normale che un ministro della Difesa italiano non abbia un rapporto regolare con la controparte al Pentagono. Due anni e mezzo dall’ultima visita ufficiale sono anomali, a maggior ragione in un lasso di tempo in cui i rapporti con gli Usa non sono rallentati. Anzi, c’è stato un ottimo rapporto a livello di capi di governo. Strano che non sia avvenuto lo stesso sotto il profilo della Difesa.

Perché è importante un rapporto in questo campo?

Per ragioni strategiche, militari e industriali, le relazioni con gli Stati Uniti nel campo della Difesa sono le più importanti tra i rapporti internazionali dell’Italia. Ciò vale ancora di più in un momento turbolento per il mondo, compresi alcuni scenari in cui l’Italia è presente, come Afghanistan, Iraq e Libano. Ci sono tutti i presupposti per un incontro proficuo al Pentagono.

A proposito di teatri, c’è convergenza tra gli interessi americani e italiani in Afghanistan?

Sì, soprattutto perché gli Stati Uniti stanno indicando da tempo di voler coordinare con gli alleati le prossimi mosse. È interessante che lo slogan che ha contraddistinto gli ultimi quindici anni di impegno militare in Afghanistan (in together, out together), sia diventato “in together, adjust totegher”, cioè lavorare insieme agli adattamenti della presenza Nato nel Paese.

Ma gli Usa non vogliono ritirarsi?

È noto che il presidente americano vorrebbe ridurre quanto più possibile la presenza americana. Tale desiderio, ovviamente acuito in fase pre-elettorale, si scontra tuttavia con la realtà che, in taluni teatri, richiede addirittura il contrario. Gli americani hanno ad esempio aumentato la presenza militare in Arabia Saudita a titolo di garanzia. In Afghanistan, salvo imprevedibili decisioni del presidente, hanno accettato l’impossibilità di abbandonare il governo di Kabul a se stesso, anche nel contesto della trattativa americana. Ciò rende necessario che la presenza di supporto continui, seppur magari in tono minore.

E per l’impegno italiano in Afghanistan?

È importante che il ministro della Difesa sia a Washington, che rassicuri l’alleato sul fatto che l’Italia non si tira indietro, e che al tempo stessa chieda di essere tenuto informato delle intenzioni americane, anche in caso di improvvise decisioni sulla riduzione della presenza militare. È un normale dialogo, lo stesso nel caso dell’Iraq.

In Iraq il Parlamento ha però votato una risoluzione (sebbene non vincolante) contro la presenza americana. Assisteremo a una sostituzione con le forze degli alleati?

Credo sia molto difficile rimanere in Iraq senza gli americani. Nel caso di una rimodulazione statunitense, non tanto per attuare integralmente una richiesta non vincolante del Parlamento, quanto per venire incontro alla difficile situazione di politica interna, è plausibile che l’Italia e gli altri alleati mantengano o aumentino gli impegni, per lo più addestrativi, così da compensare un qualche alleggerimento della visibilità Usa. Ma immaginare di restare senza gli americani è impossibile, e neanche gli iracheni potrebbero chiederlo alla Nato o all’Italia. Anche su questo, la consultazione con Washington è importante per il nostro Paese.

E in Libia? Gli Usa sembrano non volersi immischiare troppo. Perché allora cercare la sponda americana?

Purtroppo per noi, con l’amministrazione attuale, gli Stati Uniti non vogliono effettivamente impegnarsi troppo. È tuttavia importante essere sicuri che rimangano sul nostro stesso spartito, essenzialmente sul riconoscimento di Fayez al Serraj e sulla ricerca di un cessate-il-fuoco che, nonostante la conferenza di Berlino, resta inattuato, evitando di salire sul carro dell’uno o dell’altro per forzare una vittoria militare. È la linea che gli Stati Uniti hanno seguito fin’ora. All’Italia interessa confermare tale allineamento politico sulla gestione della crisi, un’azione su cui la comunità internazionale ha fin’ora fallito. Né l’incontro di Mosca, né la conferenza di Berlino hanno portato risultati concreti. Le armi continuano ad arrivare alle forze di entrambi i contendenti.

Il tema si lega al fronte sud della Nato, su cui l’Italia richiama da tempo gli alleati a una maggiore attenzione. Ne sta parlando anche Guerini a Washington. Siamo riusciti a equilibrare il focus dell’Alleanza?

Su questo l’amministrazione Trump è stata fin troppo esplicita. Dall’inizio del mandato il presidente ha sostenuto che la Nato dovesse avere più determinazione nella lotta al terrorismo, elemento abbastanza equivalente al cosiddetto “fronte sud”. Il problema, e qui c’è la responsabilità italiana, è che non siamo stati mai in grado di dire cosa vorremmo che la Nato facesse. Chiediamo più che altro un impegno di garanzia. Da questo punto di vista, è importante ricordare all’alleato americano che esiste un fronte sud, soprattutto nel momento in cui, nell’ottica Usa, è esploso il problema Cina. Washington sta pensando molto al confronto con Pechino, anche nei termini di deterrenza militare. Il rischio, per noi, è che trascurino il fianco meridionale dell’Europa e della Nato.

Sulla Cina, c’è poi il dossier sul 5G. Guerini al Congresso americano ha parlato di telecomunicazioni.

Sul 5G credo che l’Italia abbia bisogno di una posizione europea, o quantomeno di un mainstream comune nel Vecchio continente che consenta di tenere un certo bilanciamento. Il governo ha fatto benissimo a mettere dei paletti, dotandosi del golden power con cui porre eventuali veti alla capacità di controllo sulle reti di telecomunicazioni. L’Italia deve però essere anche in grado di fare scelte economico-commerciali con l’obiettivo di tutelare i propri interessi.

Ci spieghi meglio.

Dovremmo essere eventualmente in grado di fare ciò che ha appena fatto il Regno Unito, il quale si muove comunque alla ricerca di un rafforzamento della relazione speciale con Washington (sebbene la politica estera di Londra post-Brexit sia ancora da scoprire). In altre parole, si tratta di tenere testa alle pressioni, americane e cinesi. L’Italia può farlo solo se non agisce isolata in Europa. Chiaramente gli Stati Uniti restano il nostro principale alleato, ma su alcune scelte possiamo mantenere una certa libertà. Gli stessi americani non ci pensano due volte a fare accordi bilaterali con la Cina, anche senza consultazioni con gli alleati. Per noi è un equilibrio non facile, su cui il ministro della Difesa può ora rassicurare gli Stati Uniti che, qualsiasi scelta faccia l’Italia, essa non intaccherà la sfera della sicurezza e dell’intelligence.

Guerini incontra anche Jared Kushner, genero e senior advisor del presidente Trump. Che valore ha il colloquio?

Considerata la vicinanza psicologica e familiare di Kushner con Trump, il ministro della Difesa potrà trattare qualsiasi argomento caro all’Italia per far arrivare il messaggio direttamente al presidente. In questa amministrazione, Kushner è inoltre il punto di riferimento per il piano relativo a Israele e Palestina. Si può immaginare che Guerini parli di questo. La posizione presa dall’Unione europea qualche giorno fa sul piano di Trump (probabilmente l’ultima di un’Ue a 28) è stata molto prudente.

Doveva essere diversamente secondo lei?

Dalle capitali arabe sono arrivate reazioni di lode all’impegno americano nella ricerca di una soluzione, senza entrare poi nel merito di un piano che dà molto a Israele e ben poco ai palestinesi. Reazioni lontane dalle condanne che ci sarebbe state in passato nei confronti di Washington. Né l’Italia, né l’Unione europea possono essere più filo-arabe degli arabi. Se le capitali arabe (comprese Il Cairo e Riad) ritengono che il piano sia un impegno da incoraggiare per il processo di pace israelo-palestinese, non vedo come la posizione italiana possa essere diversa.

Vuole aggiungere qualcosa?

Mi lasci dire che è essenziale che il rapporto bilaterale tra due Paesi come Italia e Stati Uniti non sia affidato solo al presidente del Consiglio. È il più importante rapporto internazionale per il nostro Paese e deve passare da tutti i livelli dell’amministrazione dello Stato, soprattutto dalla Difesa, dove abbiamo importanti interessi industriali che ci legano agli americani. Tale rapporto consente inoltre di valorizzare ciò che l’Italia fa sul terreno con le missioni militari, molto di più di altri Paesi e sempre in stretta sinergia con gli Usa. È una risposta alle pressioni americane sul famoso 2% del Pil da destinare alla Difesa.

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