Pence, un evangelico alla porta di San Pietro. L’analisi di Annicchino

Pence, un evangelico alla porta di San Pietro. L’analisi di Annicchino
Dalla tutela dei diritti umani in Cina al processo di pace fra Israele e Palestina, con le elezioni presidenziali sullo sfondo. Cosa unisce e cosa divide il vicepresidente Usa Pence e papa Francesco? L'analisi di Pasquale Annicchino, Senior Research Associate Cambridge Institute on Religion & International Studies

Non ci sono risposte univoche per spiegare il tempismo della visita del vicepresidente degli Stati Uniti Mike Pence a Roma. I soliti ben informati hanno già sostenuto che si tratta di un modo per stare il più lontano possibile da Washington e dall’impeachment. In realtà non si può negare che vi siano dei dossier che meritano l’attenzione del più alto livello politico. E probabilmente questo viaggio sarà un modo per affrontarli.

La visita in Vaticano è già stata preceduta da una serie di incontri sulle molteplici iniziative sulla libertà religiosa che vedono protagonisti gli Stati Uniti e la Santa Sede. L’ambasciatore per la libertà religiosa Samuel Brownback è stato di recente a Roma e ha partecipato al lancio della Abrahamic Faiths Initiative, un’iniziativa di confronto molto importante tra le principali religioni abramitiche. Brownback è stato, da sempre, molto critico dell’accordo tra la Cina e la Santa Sede e in più occasioni ha chiesto che fosse reso pubblico. Immagino che abbia avuto modo di perorare la causa.

Un secondo tema caro tanto all’amministrazione Usa quanto alla Santa Sede è la tutela dei diritti umani. Inevitabile, su questo fronte, discutere di come questi diritti siano tutelati in Cina. Nell’immaginario dell’elettorato di Trump, e dei settori evangelici a cui Pence fa riferimento, la persecuzione dei cristiani in Cina rappresenta un argomento di primaria importanza. Se a questo aggiungiamo tutte le altre problematiche relative al rispetto dei diritti umani in Cina è facile ipotizzare che questo sarà un argomento di discussione. Un ultimo punto di contatto fra la Casa Bianca e i sacri palazzi può essere costituito dal piano dell’amministrazione americana per la pace fra Israele e Palestina. Immagino che la recente iniziativa sul dialogo fra le fedi abramitiche non capiti a caso.

Sullo sfondo, ovviamente, ci sono le elezioni presidenziali americane di novembre. Difficile capire oggi in che modo il fattore Santa Sede possa giocare un ruolo nell’esito elettorale, tenuto conto delle profonde divisioni che esistono all’interno del cattolicesimo statunitense. In questo caso, come è stato per le precedenti elezioni, Trump punterà sulla macchina elettorale degli evangelici, molto ben rodata, vicina agli ambienti del cosiddetto sionismo cristiano e non sempre necessariamente in linea con le priorità del Soglio Petrino.

Si tratta degli stessi ambienti che sono stati oggetto di critica di un fortunato articolo pubblicato su La Civiltà Cattolica a firma di padre Spadaro e Marcelo Figueroa. Oggi il cattolicesimo conservatore statunitense è molto più vicino a questi evangelici che al portone di San Pietro. Ciò detto, la Santa Sede può sempre avere un ruolo fin quando conserva il suo stile e il suo posizionamento diplomatico.

ultima modifica: 2020-01-24T10:40:31+00:00 da Pasquale Annicchino

 

 

 

 

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