Quando c'è di mezzo un'epidemia la comunicazione assume velocità diverse rispetto a una più tradizionale tragedia. L'analisi di Andrea Camaiora, autore del volume “Comunicazione di crisi in sanità. Tra gestione dell’emergenza e litigation pr”

Nella comunicazione di ogni fenomeno di crisi nel settore sanitario può entrare in campo un fattore decisivo, che non riguarda normalmente gli altri casi di crisi e che contribuisce a rendere ancora più difficile il quadro in cui si opera. Rispetto a episodi pur gravissimi (il ponte Morandi, Costa Concordia, Notre Dame, ecc…), una epidemia si accompagna alla preoccupazione generale rispetto allo stato di salute di ciascun individuo e dei propri cari, all’incolumità e dunque alla sopravvivenza. Ciò ingenera un alto livello di preoccupazione che può sfociare in panico e allarme sociale. I comuni lombardi toccati dalla epidemia hanno visto una corsa ai supermercati. Un accaparramento di scorte, se si vuole, da pellicola cinematografica almeno per l’esperienza recente dei Paesi occidentali.

Restando alle suggestioni cinematografiche, è dal 1995-1996 con L’esercito delle dodici scimmie che si prospetta la possibilità che un virus spazzi via la gran parte della popolazione mondiale. La pellicola, in cui recitano Bruce Willis e Brad Pitt, si apre nel 2015 quando la popolazione terrestre, decimata da un virus, vive nel sottosuolo: James Cole viene inviato indietro nel tempo con la speranza di trovare un antidoto alla malattia.

Nemici insidiosi da contrastare nelle crisi in sanità sono dunque fake news, panico e allarme sociale. Ma naturalmente anche comportamenti scorretti. La risposta più corretta da porre in essere è un elevato e ordinato flusso di informazioni, svolto secondo ogni canale consentito (tv, radio, giornali, web, social network, sms..) per raggiungere tutti ma proprio tutti. Dopodiché, è importante contrastare disinformazione e paura che portano anche all’esplosione di fenomeni di violenza come l’aggressione a cittadini asiatici o alimentano casi di razzismo.

Nella gestione della attuale minaccia, come è stato autorevolmente osservato, il governo italiano ha saputo distinguersi per l’adozione di norme che sono al tempo stesso le più radicali e le meno efficaci a contrastare l’epidemia. Al blocco dei voli non ha corrisposto una puntuale identificazione dei soggetti a rischio e un’azione selettiva, mirata. Oggi inseguiamo un virus che per fortuna presenta bassi tassi di mortalità ma che purtroppo è caratterizzato da un alto livello di trasmissibilità. Delude anche il nuovo decreto annunciato (ma non presentato) a tarda ora dal presidente Conte e dal ministro Speranza: misure accompagnate con tono roboante ma senza elementi di novità o carattere eccezionale.

Anche il rapporto con il tempo in questa crisi è peculiare: in primo luogo inseguiamo un virus che ha 12-14 giorni di incubazione e che dunque si manifesta a distanza di parecchi giorni e tendiamo a intervenire isolando (anche non totalmente) i territori impattati senza svolgere un’efficace azione di cordone sanitario. Non è affatto remota l’ipotesi che il virus si tocchi anche le regioni meridionali. In secondo luogo, febbraio è quasi terminato; con aprile avremo definitivamente lasciato alle spalle il picco influenzale e dunque si ridurrà fortemente il rischio sociale.

Ciò che però dovrebbe vedere pienamente impegnati i comunicatori, anche quelli non specializzati nella gestione della crisi, a ogni livello (e ambito: industrie, associazioni, politica, istituzioni), è un forte e martellante richiamo alla responsabilità individuale. Ciascuno di noi deve avere consapevolezza del fatto che dai propri comportamenti dipende nell’effettività la diffusione del contagio e dunque indirettamente anche la possibile drammatica morte di altre persone.

Allo stesso modo possiamo fare molto, moltissimo, se agiamo con attenzione, cautela, precauzione, evitando nelle prossime settimane luoghi affollati e territori che hanno visto il manifestarsi del Coronavirus. E ancora: avvertendo il proprio medico se abbiamo frequentato soggetti che hanno contratto il virus o che provengono da territori stranieri ritenuti pericolosi focolai della malattia e poi adottando semplici ma efficaci comportamenti, come ad esempio lavarsi frequentemente le mani, evitare di toccarsi occhi, naso e bocca con le mani, coprendosi bocca e naso quando si starnutisce, evitando il contatto con persone che presentano sintomi influenzali. Tutte buone norme – più in generale contenute ne decalogo redatto dal ministero della Salute – che dovrebbero far parte del patrimonio di ciascuno di noi ormai da anni e che invece per ignoranza, distrazione e superficialità vengono ancora ignorate dalla gran parte delle persone.

Infine un’osservazione riguarda direttamente le direzioni delle principali aziende sanitarie locali e ospedaliere: si dotino per tempo di comunicatori capaci di fronteggiare le crisi. Non esiste ambito più connaturato alla crisi di quello sanitario, eppure è anche quello in cui la comunicazione è sospesa tra uffici stampa gestiti da giornalisti abituati a governare l’ordinarietà e professionisti anche di grande valore che si contraddistinguono per il carattere ermetico del proprio linguaggio, l’eccessivo tecnicismo, l’incapacità di svolgere un effettivo consenso informato ai pazienti anche perché società scientifiche, direzioni sanitarie e organizzazioni sindacali trascurano il grande e decisivo tema della trasparenza e comprensibilità.

Dalla gestione dell’emergenza non possono infine sottrarsi gli ambienti di lavoro, sia del settore pubblico sia del settore privato. In queste ore la larghissima parte delle aziende in Lombardia e Veneto sta interrogandosi sulle misure da adottare. Anche su questo versante, hanno molto da fare – con attenzione – i responsabili della comunicazione e delle risorse umane.

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