Intervista all’ambasciatore Giovanni Castellaneta, segretario generale dell’Iniziativa adriatico-ionica (Iai), in occasione della visita a Washington del ministro Guerini: “È andata sicuramente bene”. Su Libia, industria e Iraq c’è “convergenza”, ma restano i dubbi Usa sul 5G. E la Brexit…

Il ministro Lorenzo Guerini torna in Italia con la sponda degli Stati Uniti sulla Libia, segnali importanti per le partnership industriali e nuovi avvertimenti per il 5G. Un’opportunità maggiore sembra però emergere: con la Brexit e la giusta collocazione su alcuni dossier, l’Italia può diventare il maggiore alleato degli Usa nell’Unione europea. Parola di Giovanni Castellaneta, attuale segretario generale dell’Iniziativa adriatico-ionica (Iai) e presidente di doBank, con alle spalle una lunga carriera diplomatica che lo ha visto anche ambasciatore d’Italia in Iran (1992-1995) e negli Stati Uniti (2005-2009). Formiche.net lo ha raggiunto per commentare la visita del ministro Guerini a Washington, una tre-giorni tra il Congresso, l’incontro al Pentagono con Mark Esper e il colloquio con Jared Kushner, il genero di Donald Trump, artefice del piano di pace per il Medio Oriente.

Ambasciatore, come giudica la visita?

La visita è andata sicuramente bene. Non poteva essere diversamente. Particolare la coincidenza con l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, che apre per noi spazi importanti nel rapporto con gli Stati Uniti. L’Italia resta difatti l’alleato storico più leale agli Usa nel quadro dell’Ue, un Paese a cui Washington farà sicuramente più riferimento. Dovremmo essere in grado di coglierne l’opportunità.

Si può cogliere da un punto di vista industriale? Guerini ed Esper hanno parlato anche di questo.

L’industria della difesa italiana è tradizionalmente vicina a quella statunitense. Leonardo ha comprato l’americana DRS ormai diversi anni fa. Fincantieri è presente con i propri cantieri a Marinette. Agusta aveva costruito una fabbrica in Pennsylvania. Sono rapporti tradizionali che comunque potrebbero essere riequilibrati. Abbiamo acquistato molto e venduto di meno.

Come si può riequilibrare?

L’occasione potrebbe essere l’assemblaggio di ulteriori F-35 a Cameri. Il programma ha nuovi clienti, come la Polonia, e le capacità dello stabilimento italiano sono molto ampie. C’è però bisogno del consenso americano. Un altro tema riguarda l’industria dello Spazio, su cui siamo tradizionalmente molto forti. Di recente, gli Stati Uniti ci hanno chiesto di interrompere la collaborazione con la Cina sul modulo per la nuova stazione spaziale di Pechino. Ciò dovrebbe essere compensato da altre opportunità. Non dimentichiamo poi la fornitura degli aerei da trasporto C-27J, le tecnologie di Elettronica e la parte militare di Fincantieri, con il progetto per le navi alla Coast Guard da ampliare. Insomma, ci sono gli spazi per migliorare i rapporti.

Sulla Libia, Guerini ha recapitato a Washington la richiesta per “tutto il peso politico possibile” per la questione libica. Gli americani lo renderanno disponibile?

La presenza militare americana in un anno elettorale è fuori discussione, ma l’appoggio politico senz’altro. Gli Stati Uniti sono ben contenti dei nostri buoni rapporti con Fayez al Serraj, perché così assicuriamo il contenimento della Russia, e di quelli con Khalifa Haftar, perché rassicura sull’ipotesi di una deriva fondamentalista islamica in Libia. Su questo non potevamo non sviluppare un rapporto di grande livello con gli Usa, e la visita di Guerini lo suggella. Consideri che il ministro della Difesa è una delle figure più importanti negli Stati Uniti. Il Pentagono rappresenta la più grande industria americana, per fatturato e personale.

Oltre i temi di convergenza, l’avvertimento più forte degli Stati Uniti resta sul tema del 5G e dell’accesso alle aziende cinesi. Come abbiamo risposto?

Abbiamo emanato norme che ci consentono di proteggere industrie e settori sensibili. Una vera risposta deve però essere europea. Occorre stabilire norme che non chiudano la porta alle aziende cinese, ma ci consentano di proteggere aree delicate per la sicurezza. Con gli Stati Uniti abbiamo rapporti profondi di alleanza, mentre la Cina è un partner commerciale. Poi, bisognerebbe investire capitali per colmare il deficit tecnologico che le aziende europee hanno rispetto a Huawei. Nokia ed Ericsson sono per varie ragioni in ritardo sul 5G, ma forse potrebbero vincere la corsa 6G.

Al Pentagono si è parlato anche di Sahel. C’è da attendersi un dispiegamento italiano nell’area? Ce lo hanno chiesto anche i francesi.

Sì, però sempre tenendo presente che le nostre Forze armate, di grandissima efficienza, sono in numero ridotto. Dobbiamo andare dove abbiamo il controllo della situazione. Una mera politica di presenza, con truppe al comando di altri Paesi e senza possibilità di interloquire sulla strategia del posto è, a mio avviso, sempre pericolosa. Non dobbiamo dimostrare più niente. O aumentiamo le spese militari e il numero dei soldati (e mi pare che nessuno voglia farlo), oppure con i mezzi limitati che abbiamo (in quantità, non in qualità), dobbiamo selezionare meglio i nostri interventi.

Come?

Ad esempio rilanciando il ruolo della Nato. L’Alleanza ha da poco rinnovato le proprie competenze, non più solo sulle minacce che arrivano da est, ma anche da sud. L’Italia su questo può svolgere un ruolo maggiore e rintuzzare le accuse che gli americani rivolgono sempre sul 2% del Pil. Se mettiamo tutto nello stesso calderone, possiamo essere ai vertici delle classifiche Nato.

Nella Nato resta però il nodo della Turchia, che pure in Libia sembra divergere dagli alleati.

Proprio l’ambito Nato può consentire di allentare le tensioni tra la Turchia e gli altri Paesi europei, riportando Ankara in un’ottica negoziale. È un tentativo che l’Italia deve fare alla luce del dossier libico ma anche delle perforazioni turche. Il contesto dell’Alleanza aiuterebbe a non isolare la Turchia nel protagonismo che sta acquisendo tra Libia, Cipro e Siria. Lì, agendo da sola, sta creando tensioni.

Per l’Iraq, dove Guerini ha confermato ancora una volta la presenza italiana, si parla di trasferire competenze dalla Coalizione anti-Isis alla Nato. Perché?

Perché la Nato può dare una copertura logistica e di strutture che consente di mostrare una presenza non solo militare. Serve a dare l’impressione di non stare solo con i piedi sul terreno, così che l’impegno internazionale venga percepito dalle autorità irachene come una missione generale che contribuisce allo sviluppo del Paese, e non come una forma di contenimento con l’occupazione di alcune basi. In ogni caso, l’Italia dovrebbe assicurarsi un buon posizionamento nella catena di comando.

Guerini ha incontrato anche Jared Kushner, artefice del piano di pace per il Medio Oriente. Sulla Stampa, il ministro italiano spiega oggi che ogni sforzo va incoraggiato, ma anche che tutti gli interessati devono sedersi al tavolo. Come interpreta?

Che qualcosa si sia mosso in Medio Oriente è una buona notizia. Che l’abbia fatto in modo unilaterale non contribuisce alla soluzione, ragion per cui occorre aprire alle posizioni di altri attori. Nessun rappresentante palestinese era presente a Washington, con un incontro in piena campagna elettorale, sia americana, sia israeliana, che ha limitato l’impatto dell’accordo. Comunque, come riconosciuto dai Paesi arabi, il piano può essere un punto di partenza, e credo che Guerini volesse dire proprio questo.

Vuole aggiungere qualcosa?

Chiudo come ho iniziato. C’è un’occasione unica per l’Italia di essere protagonista degli scenari internazionali. La Brexit, la presenza in un’area di crisi come il Mediterraneo e un’amministrazione americana che, al di là delle differenze di partito, ci ha mostrato vicinanza, offrono condizioni da sfruttare, ma in un ambito circoscritto. Non possiamo pensare a una politica globale. Dobbiamo essere regionali.

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