Conversazione con Dario Cristiani, fellow del German Marshall Fund e dello Iai, per capire come da Washington viene letta la visita del ministro Lorenzo Guerini. Conferma degli F-35 e missioni militari aumentano “l'affidabilità del Paese”, ma fuori dalla Difesa restano ambiguità come sulla Cina: “Esitazioni che pesano”

La Difesa è il punto di forza dell’Italia nei rapporti con gli Stati Uniti, ed è per questo che a Washington hanno seguito con interesse la visita di Lorenzo Guerini e la conferenza con Mark Esper al Pentagono. Pesano a favore la presa di posizione sugli F-35 e la conferma degli impegni militari, soprattutto in Iraq. Nel rapporto generale, però, restano le ambiguità nel rapporto con la Cina e la lontananza sul fronte del 2% del Pil da destinare alla Difesa. È così che la visita del ministro Guerini è stata percepita a Washington, dove Formiche.net ha raggiunto Dario Cristiani, fellow del German Marshall Fund e dell’Istituto affari internazionali (Iai).

Cosa si dice a Washington della visita di Guerini? Che considerazione c’è della Difesa italiana a DC?

Nella comunità politica di DC la visita di Guerini è vista con interesse e, soprattutto nel settore dei think tank, anche con una certa “curiosità analitica”, viste le prese di posizione non propriamente classiche del ministro. I riferimenti di Guerini alla mancanza di una cultura della Difesa in Italia e la necessità di svilupparne una hanno sicuramente rafforzato l’attenzione di molti analisti, visto che questo è un punto di discussione che spesso emerge quando si discute con analisti americani circa le relazioni con l’Italia. In termini più concreti, negli ultimi mesi, alcune scelte prese hanno indubbiamente rafforzato la considerazione di cui gode il mondo della Difesa italiana a Washington.

Ad esempio?

Ad esempio, la presa di posizione di Guerini sugli F-35, che resta un dossier fondamentale per gli americani come dimostrato dall’immediatezza con la quale il segretario Esper ha sottolineato questo passaggio nella conferenza stampa, ma anche ad altro. La posizione italiana sull’Iraq e sul mantenimento del contingente, a differenza di altri Paesi europei, ha avuto un impatto notevole a livello di percezione l’affidabilità. Certo, il problema del 2% resta nodo centrale. Guerini, in questo, in passato è stato chiaro: l’obiettivo del 2% entro il 2024 non è fattibile. Credo che questo continuerà a pesare un minimo, anche se già la volontà di aumentare le spese e di portarle quanto meno vicino alla media dei partner europei sia un risultato certamente sub-ottimale per Washington, ma pur sempre un passo in avanti.

L’impressione è che la Difesa (tra contributo alle missioni e rapporti industriali) sia la componente determinate per la proiezione interazionale del Paese. È così?

Al momento, direi di sì, soprattutto se vista in un’ottica transatlantica. Qui negli Stati Uniti vi è la percezione quasi di una dualità esistente nell’approccio italiano alla politica estera: vi è un blocco più atlantico, fermamente ancorato sul triangolo Quirinale, Palazzo Chigi e Difesa; e dall’altro vi sono attori che vengono visti ancora come troppo focalizzati su soluzioni diverse.

Quali soluzioni?

La questione cinese, che resta fondamentale nell’ottica americana, e le esitazioni dei pentastellati rispetto a Pechino pesano, per non parlare della levata di scudi sull’Iran. La centralità attuale della Difesa rispetto alle relazioni con gli Stati Uniti, ad ogni modo, non sarebbe un unicum nella storia italiana. Penso ad esempio alla centralità di Spadolini rispetto alle relazioni con l’America negli anni 80. Al netto delle chiare differenze di contesto, mi sembra che concettualmente si possa fare questo paragone.

Quali dossier di interesse italiano (dalla Libia al Medio Oriente) vedono la convergenza del Pentagono?

Su lotta al terrorismo, la convergenza è totale. Sulla questione palestinese, tornata prepotentemente al centro del dibattito, credo la posizione sia (e, se mi si permette, credo debba essere necessariamente) più sfumata. Sulla Libia, mi pare che la divergenza sia oramai strutturale. È chiaro che per gli americani il dossier libico è fuori dall’agenda. Neanche il blocco petrolifero, vecchia linea rossa, ha portato a un intervento statunitense. Inoltre, la questione libica sarà sempre più un appendice di altre questioni regionali per gli americani. In tal senso, la centralità di Egitto ed Emirati Arabi rispetto al piano americano su Israele-Palestina avrà un impatto anche sulle logiche americane rispetto alla Libia.

Comunque Guerini ha chiesto ad Esper “tutto il peso politico possibile” per stabilizzare la Libia.

Certo. Per l’Italia, l’avvenuta militarizzazione totale della questione libica è un problema enorme, ma dubito che gli americani si possano muovere, nonostante abbiano chiaramente le capacità per farlo. Senza volontà, non c’è azione. Sulla questione del fronte sud dell’Alleanza Atlantica, per l’Italia è chiaramente la priorità, ma per la Nato non so quanto sia realmente centrale. A vedere il comunicato dopo Londra, non c’era menzione del Mediterraneo.

Sull’Iraq, Esper e Guerini hanno ribadito l’impegno alla stabilità del Paese. Gli Usa vogliono un maggior impegno degli alleati?

Sì, ma in questo senso gli Stati Uniti, prima di chiedere più impegno, dovrebbero essere un po’ più attenti alle esigenze e alle percezioni degli alleati.

Che intende?

La lettera sul ritiro dall’Iraq, poi smentita, ha causato molta fibrillazione. In tal senso, una comunicazione migliore, maggiore collegialità e coordinamento sicuramente potrebbero spingere alleati come l’Italia a dare di più. La mia sensazione è che l’Italia sia pronta, a patto che ci sia chiarezza e coerenza strategica.

Tra l’altro Guerini dovrebbe incontrare anche Jared Kushner, il genero e consigliere di Donald Trump.

Un incontro molto interessante, perché dimostra come gli americani parlino con gli interlocutori della Difesa anche di questioni più propriamente di politica estera classica. Detto questo, da osservatore e anche da italiano, non so quanto questo sia necessariamente salutare: sospetto che la dualità di cui parlavo prima giochi un ruolo in questa logica. Alla lunga, gli attori che fanno la politica estera e la politica di difesa devono essere complementari e lavorare insieme, ma non sovrapporsi o, peggio ancora, supplire a eventuali incertezze di altri attori istituzionali. Per far ciò, le visioni vanno uniformate a livello di percezioni e di scelte, anche per mandare un messaggi più coerenti e precisi agli alleati.

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