Serve una manovra di bilancio che metta al centro gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno. O si fa questa manovra o si continuerà a galleggiare in acque sempre più agitate e, prima o poi, l’Italia imbarcherà tanta di quell’acqua da mandare alla deriva il Sud e consegnare il Nord su un piatto d’argento a francesi, tedeschi, cinesi e russi. Pubblichiamo un estratto del libro La grande balla (La nave di Teseo), ultima fatica di Roberto Napoletano, ex direttore di Messaggero e Sole 24 Ore, già autore de Il cigno nero e il cavaliere bianco

Quanti cittadini sanno che sessantun miliardi dovuti al Sud vengono ogni anno regalati al Nord? Si tratta del più grande furto di Stato mai conosciuto nella storia recente della Repubblica italiana. I numeri di questa operazione verità fanno tremare vene e polsi, e permettono legittimamente di chiedersi se l’Italia esista ancora.  Sapete a quanto ammonta la spesa per infrastrutture nel Mezzogiorno? Lo 0,15% del Pil, praticamente è stata azzerata. C’è un treno ad alta velocità ogni venti minuti tra Milano e Torino e nemmeno uno alla settimana da Napoli a Bari o da Napoli a Reggio Calabria. Per gli aiuti alle famiglie in Campania arrivano trenta milioni, in Veneto duecento, in Lombardia duecentocinquanta. Mentre la Regione Piemonte spende per i suoi servizi generali nettamente di più di quanto spendono tutte insieme Campania, Puglia e Calabria.

Intanto al Nord c’è un insegnante ogni dieci studenti, al Sud gli studenti sono venti per ogni professore. La grande balla vi conduce in un lungo viaggio nelle piccole grandi patrie dell’assistenzialismo, che non sono al Sud, ma tutte al Nord. La politica si è abituata da vent’anni a togliere investimenti al Sud per soddisfare le pretese dei questuanti di turno, sistemare gli amici degli amici nel coacervo di enti pubblici proliferati con la spesa facile. Tutti collocati nelle ricche regioni del Nord.

Un parassita si è insomma infilato indisturbato nell’organismo contabile della Repubblica italiana. Si chiama Nord ladrone. Si è fatto largo grazie a un’infezione virulenta (la spesa storica) e si nutre ogni giorno di nuove risorse pubbliche. Ha sempre più fame, vuole sempre più soldi, toglie sistematicamente agli altri, soprattutto al Sud povero, perché ha sempre più bocche da sfamare. L’Italia non è riuscita a difendersi da questo parassita e si scopre sempre più esangue, con un’economia debilitata, profondamente diseguale. A volte si domanda perché succeda tutto ciò e non è in grado di darsi una risposta e, quando qualcuno cerca di aiutare a capire, allora non vuole sentire o preferisce dire che non è vero. La realtà è che da quando si è deciso di finanziare con la spesa pubblica l’assistenzialismo delle regioni predone del Nord e si sono sottratte decine e decine di miliardi l’anno di investimenti pubblici per infrastrutture di sviluppo nelle regioni meridionali noi, non l’Europa, non i mercati, abbiamo deciso di condannare l’Italia nel suo complesso alla progressiva marginalizzazione economica. Abbiamo regalato ai ricchi per soddisfare clientele e abbiamo tolto lavoro e crescita al Mezzogiorno, indebolito il ceto medio, allargato a dismisura la platea dei poveri.

Abbiamo sottratto, di conseguenza, ai prodotti di mercato del Nord produttivo (che non ha nulla a che vedere con i carrozzoni regionali) il suo principale mercato di consumo interno. Abbiamo messo fuori gioco l’Italia che, non a caso, vanta i due unici territori europei, Nord e Sud, che non hanno ancora raggiunto i livelli pre-crisi del 2008. Questo Paese aspetta da almeno dieci anni (legge 42, 2009) la sua operazione verità sulla ripartizione territoriale della spesa pubblica e una manovra di bilancio che metta al centro gli investimenti pubblici nel Mezzogiorno. O si fa questa manovra o si continuerà a galleggiare in acque sempre più agitate e, prima o poi, l’Italia imbarcherà tanta di quell’acqua da mandare alla deriva il Sud e consegnare il Nord su un piatto d’argento a francesi, tedeschi, cinesi e russi.

O si convincono i governatori di Lombardia e Veneto a chiedere scusa ai loro cittadini riconoscendo che hanno mentito per coprire le loro colpe e i loro appetiti assistenzialisti o non c’è nessuna speranza di ripartire davvero. Quanti dei cittadini lombardi e veneti sanno che sessantuno miliardi dovuti al Sud vengono ogni anno regalati al Nord? (vedi La banda del buco, p. 35). Quanti sono a conoscenza che il gioco delle tre carte in edizione moderna non ha più come capitale Forcella, storico quartiere napoletano, ma Pontida e Varese, città bandiera della Lega e del suo popolo? Che a inventarlo sono stati Calderoli, Tremonti e Bossi con la legge del federalismo fiscale del maggio del 2009?

Hanno detto: dobbiamo fissare i livelli essenziali di prestazione e i fabbisogni standard di ogni abitante per sanità, scuola, trasporti perché non possono esistere cittadini di serie A e cittadini di serie B, ma nel frattempo usiamo la spesa storica per cui il ricco diventa sempre più ricco e il povero sempre più povero. Il frattempo è durato dieci anni, carta vince carta perde: le prime due che garantiscono la parità di diritti e di risorse sono finite nel cestino, la terza – quella che fa stravincere il Nord – è rimasta l’unica sul tavolo e ha dettato le regole del gioco.

Questo giochetto significa sessantuno miliardi l’anno sottratti al Sud: il più grande furto di stato mai conosciuto dalla Repubblica italiana nella sua storia recente. Al 34,3 per cento della popolazione (Sud) arriva il 28,3 per cento della spesa pubblica e al 65,7 per cento della popolazione (Nord) il 71,7 per cento della spesa pubblica. Appunto, sessantuno miliardi. Sono i numeri della operazione verità, fanno tremare vene e polsi, e permettono legittimamente di chiedersi se l’Italia esista ancora. Il nuovo gioco delle tre carte è stato inventato a Pontida e rilanciato a Varese, ma è piaciuto tanto ai governatori tosco-emiliani da sempre in mano alla sinistra. Dietro il grande scippo del Nord al Sud c’è la mano forte della governance reale del paese che ha unito le tante anime del centrodestra e il ceto dominante del Partito democratico in nome del più miope degli interessi dei ricchi.

Risultato: se nasci in Brianza ricevi per gli asili nido pubblici tremila euro pro-capite, se nasci a Reggio Calabria diciotto e zero se nasci ad Altamura, nella Murgia pugliese; in tutto il Mezzogiorno ci sono asili nido solo per sei bimbi su cento. Sapete a quanto ammonta la spesa per infrastrutture di sviluppo nel Mezzogiorno? Lo 0,15 per cento del prodotto interno lordo (Pil), sì avete capito bene, non è uno scherzo. Dal dopoguerra a oggi non era mai successo. Praticamente è stata azzerata. Grazie al trapano spesa storica che scava nel bilancio pubblico, toglie al Sud e regala al Nord, c’è un treno ad alta velocità ogni venti minuti tutti i giorni tra Milano e Torino e nemmeno uno alla settimana da Napoli a Bari o da Napoli a Reggio Calabria. Vergogna! Nella Spagna senza governo che cresce quasi al tre per cento l’anno l’alta velocità ferroviaria è partita da Siviglia, Malaga, dal Sud per risalire fino a Madrid per poi arrivare a Barcellona e tornare così a riunire la Spagna e a farla correre tutta insieme a ritmi da locomotiva.

Sapete che la Rai che ancora regge il confronto con Mediaset grazie allo share nelle famiglie meridionali e che fa il bilancio con il canone pubblico è arrivata a collocare in un  anno nel Sud, secondo i dati più recenti (2017), solo l’11,5% dei suoi investimenti? E che sono quasi tutti talenti creativi meridionali a fare le produzioni RAI nei centri di produzione collocati quasi tutti al Nord? Sapete che per gli aiuti alle famiglie in Campania arrivano trenta milioni, in Lombardia duecentocinquanta, in Veneto duecento? E che per il diritto allo studio i finanziamenti sono quattrocentoventi milioni in Lombardia e trentadue milioni in Puglia? Che in Campania le scuole dei bimbi del Sud dove si rischia la vita sono il settanta per cento del totale?

Che il cinquanta per cento degli edifici scolastici nelle regioni meridionali non ha avuto il collaudo? Siete al corrente che al Nord c’è un prof ogni dieci studenti
e al Sud gli studenti sono venti per ogni singolo professore? Per comodità espositiva, per ora ci fermiamo qui. Quella che vi abbiamo raccontato è la prima operazione verità, a breve ne seguirà un’altra. La grande balla vi conduce in un lungo viaggio nelle piccole grandi patrie dell’assistenzialismo, ma non sono al Sud,
sono tutte al Nord. Volete sapere dove sono finiti i sessantuno miliardi l’anno, seicento tondi in dieci anni calcolati per difetto? Nei mille poltronifici lombardo-veneti-piemontesi.

Solo in Lombardia sessantamila stipendi in micro-municipalizzate. Il numero degli amministratori, politici trombati amici degli amici, è di sovente superiore a quello dei dipendenti di una società. In mille consulenze di favore e negli appalti egemonizzati dalla ’ndrangheta. Qualcuno vi ha mai detto che per i suoi servizi generali la regione Piemonte spende cinque volte di più della regione Campania con un milione e mezzo di abitanti in meno e nettamente più di quanto spendono tutte insieme
Campania, Puglia e Calabria? Che il Nord elargisce esattamente il doppio del Sud per il suo personal sanitario? Che cosa è tutto ciò se non assistenzialismo, clientela, favoritismo?

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